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israele.net Rassegna Stampa
18.03.2023 Netanyahu sbaglia dove sbagliarono Rabin e Peres
Analisi di Benjamin Kerstein

Testata: israele.net
Data: 18 marzo 2023
Pagina: 1
Autore: Benjamin Kerstein
Titolo: «Netanyahu sbaglia dove sbagliarono Rabin e Peres»

Netanyahu sbaglia dove sbagliarono Rabin e Peres
Analisi di Benjamin Kerstein

(da Israele.net)

 
Benjamin Kerstein

La più grave crisi costituzionale, politica, istituzionale e di sistema  della sua storia, Israele davanti a un bivio: “O soluzione o disastro” –  Valigia Blu

Netanyahu sbaglia dove sbagliarono Rabin e Peres.
Il tentativo di imprimere un cambiamento epocale senza un ampio consenso può solo sfociare in contrasti, conflitti e nella spaccatura del paese

 Riflettendo sulla frattura nella società israeliana causata dalle riforme giudiziarie avanzate dal governo, mi domando se in un certo senso non siamo tornati sull’ottovolante dei primi anni ’90, quando la controversia sugli Accordi di Oslo spaccò in due il paese. Lasciando da parte i più ovvi paradossi di questo ritorno del rimosso – principalmente l’inversione dei ruoli, incredibilmente esatta, tra sinistra e destra – c’è un’analogia fra le due situazioni che potrebbe aiutarci a capire come siamo arrivati a questo punto.
Se c’è una cosa che scatenò la virulenta polarizzazione dell’era di Oslo è il fatto che Yitzhak Rabin e il suo partner architetto di quegli accordi, Shimon Peres, rinunciarono a uno degli aspetti più importanti dell’arte della politica: cercarono di mettere in atto un cambiamento importante, anzi epocale, senza preoccuparsi di costruire un ampio consenso a suo sostegno.
In effetti, il peccato originale degli Accordi di Oslo fu quello di essere stati negoziati in segreto e poi, all’improvviso, non solo resi pubblici, ma anche adottati come una politica ferrea, impossibile da cambiare senza arrecare un danno enorme alla posizione diplomatica di Israele.

Gli accordi di Oslo, vent'anni fa - Il Post
Gli Accordi di Oslo

 In pratica, gli israeliani andarono a dormire una sera convinti che Yasser Arafat e l’Olp fossero nemici mortali, e la mattina dopo si sentirono dire che ora erano amici e partner di pace.
Non dovrebbe stupire il fatto che ciò provocò non poca discordia. Non è esagerato affermare che fu come se agli americani si svegliassero l’11 settembre 2002 sentendosi dire che l’amministrazione Bush aveva raggiunto un accordo di pace con Osama bin Laden in base al quale lui e al-Qaeda avrebbero ricevuto metà dell’Ohio.
La cosa provocò una spaccatura verticale in Israele, con metà del paese convinta che lo stato ebraico si fosse auto-inflitto una ferita mortale e l’altra metà convinta che la pace, l’armonia e un “nuovo Medio Oriente” fossero ormai a portata di mano. Dalle parti della destra più estrema ciò assunse dimensioni orribili, culminando nell’assassinio di Rabin ad opera di un fanatico ideologico. 
 L’incapacità di Rabin e Peres di costruire un consenso a sostegno degli accordi, cosa che sarebbe stata difficile ma non impossibile, non è stata la ragione per cui gli accordi sono falliti. Il “merito” del fallimento è tutto di Yasser Arafat e della sua decisione di rifiutare la pace e uno stato palestinese nel 2000, per poi lanciare una guerra di atrocità terroristiche (l’intifada delle stragi suicide ndr).
Tuttavia, il modo in cui Rabin e Peres trascurarono la necessità di un ampio consenso fornisce un insegnamento oggettivo su quanto ciò sia importante quando un governo decide di attuare grandi cambiamenti: se Rabin e Peres avessero tentato di costruire un tale consenso, i contrasti, il rancore e la violenza che ne seguirono avrebbero potuto essere evitati.

Quella lezione non è meno rilevante oggi. Si può essere favorevoli o contrari alle riforme giudiziarie proposte, ma non c’è dubbio che esse costituiscono un tentativo di cambiare la società israeliana, e che non si tratta di un cambiamento secondario. Si tratta di riformulare completamente l’equilibrio, o la mancanza di equilibrio, fra i poteri legislativo e giudiziario dello stato, con implicazioni di vasta portata per ogni aspetto della società. Va da sé che un cambiamento di tale portata deve godere di un ampio consenso se non vuole fare a pezzi il paese.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, nonostante il suo leggendario acume politico, non ha costruito tale consenso. Né, cosa sorprendente, ha fatto alcun tentativo in questo senso. Ha semplicemente preso la sua vittoria elettorale come prova dell’esistenza di un consenso.
Netanyahu aveva e ha torto. Il suo blocco destra-e-religiosi ha effettivamente ottenuto la maggioranza in elezioni libere e corrette, ma una maggioranza di quattro seggi non è affatto sufficiente per costituire un ampio consenso nazionale. Più o meno la metà di Israele ha votato contro il suo blocco, e il fatto che costituisca il 49% anziché il 51% dell’elettorato (in effetti più del 49%, contando anche i voti dispersi ndr), non significa che non abbia alcun peso politico.

Forse, come accadde a Margaret Thatcher nei suoi ultimi anni, la lunga permanenza al potere di Netanyahu lo ha condannato a quel genere di arroganza autodistruttiva che spesso affligge i politici di grande successo. Un uomo intelligente come lui avrebbe dovuto sapere che in qualsiasi società, per non parlare di una società così polarizzata come Israele, il tentativo di imprimere un tale cambiamento senza un ampio consenso può solo sfociare in contrasti, conflitti e, alla fine, in persistenti disordini. Ma invece di organizzare il consenso, Netanyahu e il resto del suo blocco destra-e-religiosi hanno scelto di strafare.
Il risultato era inevitabile e prevedibile: la società israeliana si è spaccata in due.
E una tale lacerazione nel tessuto sociale non giova a nessuno. Almeno questo, se non altro, dovrebbe far riflettere un politico dotato e pragmatico come Netanyahu.
(Da: jns.org, 13.3.23)

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