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israele.net Rassegna Stampa
09.01.2022 Fatah non ha più molto da festeggiare, nel 57esimo anniversario del suo primo attentato
Analisi di Moshe Elad

Testata: israele.net
Data: 09 gennaio 2022
Pagina: 1
Autore: Moshe Elad
Titolo: «Fatah non ha più molto da festeggiare, nel 57esimo anniversario del suo primo attentato»
Fatah non ha più molto da festeggiare, nel 57esimo anniversario del suo primo attentato
Analisi di Moshe Elad

(da Israele.net)

Dr. Col. (res.) Moshe Elad Archives - www.israelhayom.com
Moshe Elad

Fatah Flag Immagini e Fotos Stock - Alamy
Una manifestazione durante il Fatah Day


Celebrando il primo gennaio il Fatah Day, il movimento capeggiato da Abu Mazen tiene ogni anno una parata di varie centinaia di miliziani presso il palazzo della Muqata, a Ramallah. Quest’anno, però, appena arrivati in fondo al viale si accorgeranno che dietro di loro non c’è più nessuno, né la prossima generazione né il mondo arabo. In passato, in molti ambienti arabi la questione palestinese era più importante degli stessi affari interni dei loro paesi. Questo è il motivo per cui l’organizzazione ombrello palestinese nota come Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) riceveva grandi quantità di denaro da donatori individuali, organizzazioni internazionali e vari stati, sia arabi che non arabi. Il sostegno finanziario era accompagnato da un sostegno politico e morale così grande che in alcuni paesi arabi lo slogan “siamo tutti Palestina” era all’ordine del giorno. Ora non più. La riluttanza fra i giovani palestinesi a lanciare una “terza intifada” non è che uno dei sintomi di questo fenomeno. I giovani rampanti sauditi, marocchini, emiratini e persino palestinesi ne hanno abbastanza del vacuo slogan “la Palestina prima di tutto”.

Negli ultimi anni è diventato evidente che stanno abbracciando una prospettiva nuova, con grande dispiacere del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen, dell’Olp, di Fatah e di Hamas. Una prospettiva che disprezza la dirigenza palestinese percepita come corrotta, spenta e fuori tempo massimo. Cosa ha determinato questo cambiamento? Innanzitutto le atrocità perpetrate dai regimi arabi negli stessi stati arabi, che hanno portato molte persone a ripensare alla percezione che avevano del conflitto israelo-palestinese. Per decenni erano stati istruiti a odiare Israele “che ammazza i bambini”. Guardando a quello che è accaduto in Iraq e in Siria (oltre che in Libia, Yemen ecc.) si sono resi conto che quelle su Israele erano diffamazioni propagandistiche prive di verità. E hanno scoperto che Israele è completamente diverso dai loro falsi cliché. Anche la “primavera araba” si è rivelata una menzogna. La generazione più giovane aveva fortemente sperato che le rivoluzioni avrebbero rimosso dal potere i tiranni arabi e che i regimi corrotti e immorali sarebbero crollati con un gran tonfo. Invece hanno assistito con evidente delusione e sofferenza al ritorno del passato. E sono rimasti delusi dai palestinesi che hanno sostenuto rivolte nei paesi del Golfo, in Libano e in Nord Africa non per rettificare un torto, ma solo per alimentare il caos fine a se stesso. Coloro che sono stati danneggiati dai palestinesi hanno cominciato a guardare in modo diverso allo stato sionista. Per alcuni Israele è diventato un alleato. Una questione che è stata sollevata in passato come un piagnisteo, e che tuttavia continua a preoccupare gli arabi del mondo, è quella dei campi profughi.

Dopo oltre settant’anni di patimenti, ingiurie e miseria, molti nel mondo arabo, dal venditore ambulante all’amministratore delegato di aziende high-tech, si domandano: vedremo mai la fine di questi campi? I capi dell’Olp che hanno teorizzato la necessità di “esibire” i campi come rappresentazioni della tragedia palestinese dimenticavano che quei “campi” non sono vetrine, ma quartieri diseredati dove regnano povertà e fogne a cielo aperto. La loro solidarietà con i residenti di quei campi si limita a proclamare discorsi fatti di parole vuote. Si procurano case lussuose, mandano i loro figli in scuole prestigiose e si intascano i fondi destinati a riabilitare quei campi. E intanto, senza vergogna, esortano i residenti dei campi a resistere ancora e ancora perché “la liberazione è vicina”.
(Da: Israel HaYom)

http://www.israele.net/scrivi-alla-redazione.htm

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