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Italia Oggi Rassegna Stampa
26.10.2021 Gli utopisti
Commento di Diego Gabutti

Testata: Italia Oggi
Data: 26 ottobre 2021
Pagina: 14
Autore: Diego Gabutti
Titolo: «Cambiare il mondo a tutti i costi»
Riprendiamo da ITALIA OGGI di oggi 26/10/2021, a pag.14 con il titolo "Cambiare il mondo a tutti i costi", il commento di Diego Gabutti.

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Diego Gabutti

Gli utopisti. Sei esperimenti per una società perfetta : Neima, Anna,  Bertola, Bianca: Amazon.it: Libri
Anna Neima, Gli utopisti. Sei esperimenti per una società perfetta, Bollati-Boringhieri 2021, pp. 352, 26,00 euro, eBook 18,99 euro

Anna Neima pensa che la nascita, nel primo dopoguerra, delle stravaganti e coraggiose utopie bonsai che illustra in questo suo avvincente saggio storico, Gli utopisti, siano il prodotto virtuoso dello choc generato prima dall'esperienza delle trincee e poi, finita la guerra, dall'epidemia di «spagnola», che quasi raddoppiò il numero delle vittime provocate dal conflitto. Non è proprio così, almeno a giudicare dal fatto che, nei decenni precedenti, le piccole comunità utopiche, fondate da leader visionari, per lo più innocui ma talvolta pericolosi, erano sorte un po' dappertutto, specie nel Nuovo Mondo, dall'Argentina agli Stati Uniti. Prima la rivoluzione francese, poi il 1848, ma prima ancora la diaspora delle minoranze religiose dall'Europa contesa da cattolici e protestanti, aveva sparso a pioggia nel mondo piccole (e meno piccole) enclave di minoranze, non sempre radicali né «utopiche», in fuga da tirannie, inquisizioni e regimi giudicati opprimenti, oppure troppo (o non abbastanza) collettivisti o individualisti. Si può dire, in effetti, che l'America del nord (che secondo Hegel avrebbe dovuto «staccarsi dal campo su cui si è mossa finora la storia del mondo») è nata da un numero vasto e imprecisato di simili comunità «utopiche», progettate da profughi ideologici e dissidenti religiosi. Anche per questo, gli Stati Uniti, nonostante Trump e le sue Forze Nuove all'assalto del Campidoglio, fanno da modello all'intero Occidente sotto il profilo dei diritti e delle libertà costituzionali. Sono state le enclave irriducibilmente eterodosse, che al loro interno erano spesso fortemente disciplinate e regolate da codici rigidi, a esprimere una costituzione fortemente liberale, e persino libertaria: solo una società libera avrebbe consentito a tutte le comunità in fuga dal Vecchio Mondo, quali fossero le loro regole interne, di mettere in pratica le proprie convinzioni.

Non si trattava, semplicemente, di difendere le libertà più nobili, ma anche le più scomode, quando non addirittura inconcepibili per l'Europa che negli ultimi due secoli non ha fatto che sfornare tiranni, olocausti e campi di lavoro, come il diritto di portare armi e di limitare — se necessario fino ad annullarli — i poteri dello Stato. Gli utopisti ai quali Neima dedica un libro che è anche una celebrazione sono l'indiano Rabindranath Tagore, la coppia angloamericana Dorothy e Leonard Elmhirst, il giapponese Mushanokôji Saneatsu, il russo G.I. Gurdjieff, la coppia tedesca Emmy ed Eberhard Arnold, l'anglo californiano Gerald Heard. Quasi tutti si danno all'avventura utopistica — nell'illusione che possa esistere una società perfetta e che proprio loro ne conoscano le regole e sappiano metterle in pratica — prima della Grande guerra, quando «la vielle Europe» (Napoleone dixit) sta ancora vivendo il più lungo periodo di pace della sua storia. Saranno, è vero, le «tempeste d'acciaio», con le loro catastrofiche ricadute sulle culture del Novecento, a fornire agli utopisti i fondi e il materiale umano per sperimentare nuovi e bizzarri modelli di vita. Ma l'idea della perfezione e della «buona vita» non è affatto un'idea nuova in Europa. È un'idea che circola in Occidente da secoli e millenni. Senza contare che in quegli stessi anni, quando il poeta e Premio Nobel per la letteratura Rabindranath Tagore ha già creato da un pezzo il complesso di Santiniketan-Sriniketan, dove i suoi discepoli imparano a «vivere in armonia con tutto l'esistente», cercano la perfezione sociale anche i fascisti e i comunisti. Questi la cercano a mano armata, mentre i seguaci di Gurdjieff la cercano danzando a imitazione dei dervisci e i coniugi Arnold vivendo «esattamente» come Gesù e i suoi discepoli, ma in realtà sono più le somiglianze che le differenze. Per gli uni e per gli altri il mondo va cambiato alla radice. Con le buone, coltivando riso in Giappone e stampando opuscoli in Germania, o con le cattive, fucilando nemici di classe e preparando genocidi, ma le imperfezioni del mondo vanno curate. Sono tutti Zarathustra che annunciano l'«uomo nuovo» Dopo l'antica diaspora verso le Americhe, fallite o dimenticate le utopie anarchiche e fourieriste nell'Ottocento, gli utopisti si preparano a spadroneggiare nel nuovo secolo. Prendiamo la comune contadina (o Nuovo Villaggio) di Mushanokôji Saneatsu. È un'esperienza che contagia anche alcuni giovani cinesi, tra cui «Chen Duxieu, fondatore del Partito Comunista Cinese, e Mao Zedong, che avrebbe poi guidato la rivoluzione comunista nazionale nel 1946. Zedong prese spunto da quei racconti per scrivere un articolo che indicava nell'insediamento di Mushanokôji il modello ideale di vita socialista; sperava inoltre di organizzare un «gruppo di mutuo soccorso» che costruisse, a sua volta, un Nuovo Villaggio. [...] nelle comuni popolari che avrebbe fondato in tutta la Cina negli anni Cinquanta — collettivi agricoli dove la proprietà e il lavoro erano condivisi — vi sarebbero state tracce di quell'esempio». Oppure prendiamo Eberhard Arnold, il pastore protestante che nel 1913 fonda una comunità cristiano-socialista detta «Bruderhof» e che qualche anno più tardi, sotto il terrore nazista, gemella la sua comune con le colonie dei Fratelli Hutteriti emigrati secoli prima nell'America del nord. Arnold, scrive Neima, «era uno delle centinaia di ideologi che proponevano panacee religiose nel tumultuoso mondo postbellico. I suoi tentativi di ripristinare lo stile di vita cristiano delle origini riflettevano un'ondata globale d'iniziative di riforma religiosa che andavano dalla Fratellanza Musulmana, fondata in Egitto per la restaurazione di uno Stato islamico governato dalla sharia, al Consiglio ecumenico delle Chiese, che intendeva favorire un'unità cristiana internazionale in parallelo all'unità politica promossa dalla Società delle Nazioni. Soltanto pochi di questi progetti sfociarono nell'utopismo pratico [offrendo] un prototipo d'esistenza completa in grado di funzionare. Uno fu il gruppo di sionisti che in Palestina diede nuova vita al movimento dei kibbutz, un programma di insediamento che univa il socialismo al desiderio di creare uno Stato ebraico».

Tutto si tiene: le utopie giapponesi, pacifiche e senza futuro, coesistono e persino generano utopie cannibali che mettono l'Asia a ferro e fuoco, mentre utopie inconciliabili, presto destinate a scontrarsi nei campi di battaglia del Novecento, come il sionismo e l'islamismo, sono il prodotto dello stesso contesto storico e persino d'un medesimo disegno: cambiare il mondo, o la va o la spacca. Tutte queste utopie, fateci caso, temono le Furie del futuro, e guardano con eccitazione al passato: il villaggio contadino giapponese, l'originaria «comunità utopica» raccolta intorno a Gesù e discepoli, le tribù asiatiche fantasticate da Gurdjieff, l'Islam originario, l'Israele biblico. Gli hippies americani, un paio di guerre più tardi, s'ispirano alle comuni di Gerald Heard (e ai libri di Aldous Huxley, suo amico) per ricreare il mondo più semplice dei nativi americani, delle trascendenze psichedeliche, d'una perduta età dell'oro. Gli utopisti, come ha detto una volta Max Horkheimer, guardano al passato mossi da una «nostalgia di perfetta e consumata giustizia».

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