giovedi` 29 settembre 2022
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

L'esempio di Golda Meir


Clicca qui






Italia Oggi Rassegna Stampa
29.07.2021 Turchia e Egitto si contendono la Tunisia
Commenti di Tino Oldani, Mariano Giustino

Testata: Italia Oggi
Data: 29 luglio 2021
Pagina: 4
Autore: Tino Oldani - Mariano Giustino
Titolo: «In Tunisia, come in Libia, lo scontro dietro le quinte è tra Turchia ed Egitto. Ma Al Sisi ha avuto la meglio su Erdogan - Il governo turco perseguita i dissidenti anche all'estero»
Riprendiamo da ITALIA OGGI di oggi 29/07/2021, a pag.4 con il titolo "In Tunisia, come in Libia, lo scontro dietro le quinte è tra Turchia ed Egitto. Ma Al Sisi ha avuto la meglio su Erdogan", il commento di Tino Oldani; dalla RAGIONE, a pag. 6, il commento di Mariano Giustino dal titolo "Il governo turco perseguita i dissidenti anche all'estero".

Ecco gli articoli:

ITALIA OGGI - Tino Oldani: "In Tunisia, come in Libia, lo scontro dietro le quinte è tra Turchia ed Egitto. Ma Al Sisi ha avuto la meglio su Erdogan"

Il Sultano alla nuova conquista del Mediterraneo: Erdogan a sorpresa a  Tunisi per tutelare Tripoli - Open
Recep T. Erdogan

Dietro la grave crisi politica che, all'improvviso, si è aperta in Tunisia comincia a delinearsi uno scenario simile a quello già visto in Libia, con due protagonisti stranieri molti attivi dietro le quinte: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e l'Egitto di Al Sisi. Ma qui, a differenza della Libia, la partita sembra volgere a tutto vantaggio di Al Sisi, e segna per l'espansionismo ottomano di Erdogan una prima bruciante sconfitta. Breve riepilogo di quanto si è visto finora sul proscenio: il presidente tunisino Kais Saied, con una mossa improvvisa, ha esautorato e spedito a casa il governo del premier Hichem Mechichi e sospeso il parlamento per 30 giorni. Un colpo di Stato? No, ha replicato Saied, bensì una decisione estrema quanto legittima, prevista dalla costituzione tunisina, per porre fine all'inazione di un governo corrotto e impopolare. Di fatto, un colpo di spugna politico che ha ottenuto il gradimento dalla maggioranza della popolazione e del sindacato più influente (l'Ugtt), anche se è ben lungi dal risolvere la profonda crisi economica e sociale del paese, aggravata dalla pandemia. Il che, stando alle cronache, sta provocando una fuga in massa verso le coste dell'Italia, con ben 15 mila tunisini pronti a partire. Quanto ai retroscena, secondo le prime ricostruzioni, il presidente Saied, politico navigato, si era assicurato con largo anticipo la copertura dell'esercito e della polizia, che ne hanno condiviso la decisione e garantito l'ordine pubblico, con immediati schieramenti di uomini e mezzi nelle piazze e nelle strade. Per questo, l'Ennadha, partito islamista del premier deposto, benché sia il più numeroso in parlamento, non è andato al di là delle proteste verbali. Tutto chiaro? Tutto finito? Niente affatto. Tra le reazioni internazionali, tutte ai massimi livelli, dagli Usa all'Unione europea, e tutte improntate all'invito a Saied affinché siano rispettati i principi della democrazia e i diritti umani, si è distinta per asprezza quella della Turchia, che da sempre sostiene e finanzia i partiti islamisti legati ai Fratelli musulmani, operanti in altri paesi, compreso l'Ennadha tunisino, legatissimo ad Ankara. Con un attacco diretto contro il presidente Saied, il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalim, ha dichiarato: «"Respingiamo la sospensione del processo democratico e il disprezzo della volontà popolare nel paese amico e fratello della Tunisia. Condanniamo anche iniziative prive di legittimità costituzionale e sostegno popolare. Crediamo che la democrazia tunisina emergerà più forte da questo processo». Di segno opposto, nelle stese ore, la presa di posizione dell'Egitto, espressa da Tarek Radwan, membro del comitato per i diritti umani della Camera egiziana: «Le coraggiose decisioni del presidente Saied metteranno fine all'egemonia nel paese dei Fratelli musulmani, che hanno cercato di trascinare la società tunisina nel caos e nella rovina, e conoscono solo il linguaggio dell'acquisizione del potere per escludere coloro che non li sostengono». Parole che, di fatto, confermano una guerra a distanza tra Turchia ed Egitto per il controllo politico della Tunisia. Questa volta, però, a differenza di quanto è successo in Libia, dove la Turchia di Erdogan ha contribuito in modo decisivo a sconfiggere il generale Khalifa Haftar, che era sostenuto dall'Egitto di Al Sisi, è quest'ultimo a prevalere. La prova tangibile è stata raccolta da InsideOver, a cui una fonte diplomatica ha dichiarato: «Qui a Tunisi, da qualche giorno, sono presenti agenti della sicurezza egiziana». Un'indiscrezione che conferma quanto la rivalità tra Turchia ed Egitto si stia estendendo a tutto il Mediterraneo, con l'obiettivo di controllarne le risorse petrolifere e di gas sia sulla terra che in mare. Basti ricordare che Ankara, quando nel 2019 si schierò al fianco di Tripoli, stipulò con il governo di Fayez Al Serraj un memorandum in cui sono stati tracciati, in modo unilaterale, i confini della Zee (zona economica esclusiva in mare) libico-turca, a danno di altri paesi mediterranei, soprattutto dell'Egitto. Un affronto che Al Sisi si è legato al dito. Il fatto, poi, che Erdogan continui a finanziare i Fratelli musulmani, che in Egitto sono considerati un'organizzazione illegale e fuorilegge, è altra benzina sul fuoco della rivalità tra i due paesi. Una partita di potere che, a giudicare dagli sviluppi dietro le quinte, potrebbe condizionare il futuro politico della Tunisia, e di riflesso l'instabilità dell'intera area mediterranea.

LA RAGIONE - Mariano Giustino: "Il governo turco perseguita i dissidenti anche all'estero"

Mor Saat: Siyasal İslam Konuk: Erk Acarer - YouTube
Erk Acarer

Sembra non esservi scampo per i dissidenti turchi: non possono sentirsi al sicuro nemmeno se vivono nel cuore dell'Europa. Lo scorso 7 luglio il giornalista Erk Acarer è stato aggredito brutalmente nel cortile della sua abitazione a Berlino e ha subìto un trauma cranico. I suoi aggressori gli hanno rivolto gravi minacce, intimandogli di «smettere di scrivere contro il governo». A causa della sua attività di giornalista di inchiesta, era già stato ripetutamente diffamato da quotidiani vicini al presidente Erdokan come "Sabah" e "Yeni Akit". Can Dündar, ex direttore di "Cumhuriyet", anch'egli rifugiatosi in Germania, ha smesso di usare i taxi alcune settimane dopo il suo arrivo a Berlino perché veniva spesso aggredito verbalmente da conducenti turchi nazionalisti. Anche il giornalista e scrittore Hayko Bagdat ha subito analoghe minacce e per sentirsi più al sicuro si è dovuto trasferire in periferia da un quartiere centrale di Berlino. Ora tutti e tre questi dissidenti vivono sotto scorta. Alcuni giorni fa la polizia tedesca ha contattato il direttore di "Arti Gerçek Tv", Celal Baelangiç, avvertendolo che la sua vita è in pericolo. Il suo nome compare infatti in una 'lista di proscrizione' di 55 dissidenti turchi residenti all'estero che comprende anche Hasip Kaplan, un ex parlamentare del filocurdo Partito democratico dei popoli (Hdp). Secondo alcune inchieste condotte da media tedeschi, nel Paese vi sarebbero tra i 6mila e gli 8mila 'informatori' (un numero superiore a quello degli stessi agenti della Cia) che lavorano per il Mit, il servizio di intelligence turco. Oltre ad "Arti Gerçek Tv", nel mirino vi sono diversi altri media che operano in Germania come "Özgürüz" e "Ahval" e un numero enorme di canali YouTube gestiti da esuli turchi. Delle minacce e degli attacchi ai giornalisti turchi sono sospettate diverse bande criminali di estrema destra nazionalista, alcune delle quali ruotano attorno a quella dei motociclisti, denominata "Osmanen Germania" (Ottomani di Germania), già dichiarata fuorilegge nel 2018. La banda ha 31 sottorganizzazioni. È una delle associazioni alle quali il boss della mafia Sedat Peker ha rivelato - dal suo rifugio di latitante a Dubai, durante i suoi recenti video scoop di accuse contro funzionari turchi - di aver inviato denaro. Secondo l'intelligence tedesca l'ex deputato del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) di Erdokan, Metin Külünk, era legato a questa associazione 'criminale'. "Osmanen Germania" nasce a Francoforte come un «club di boxe che si prende cura dei giovani più emarginati» e conta circa 2.500 membri in Germania e 3500 in tutto il mondo. «Se sei critico verso il governo turco non puoi sentirti al sicuro da nessuna parte»: il messaggio che il governo di Ankara vuole trasmettere a tutti i suoi oppositori all'estero non potrebbe essere più chiaro.

Per inviare a Italia Oggi la propria opinione, telefonare: 02/582191, oppure cliccare sulla e-mail sottostante

italiaoggi@class.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT