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Corriere della Sera Rassegna Stampa
24.06.2024 Khatibi (vive e lavora in Italia): Iran, la musica come lotta
Commento di Ashkan Khatibi

Testata: Corriere della Sera
Data: 24 giugno 2024
Pagina: 15
Autore: Ashkan Khatibi
Titolo: «Più di un rapper. Toomaj, voce di un Iran libero»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 24/06/2024 a pag.15 con il titolo "Più di un rapper. Toomaj, voce di un Iran libero" il commento di Ashkan Khatibi, attore iraniano in esilio in Italia.

Ashkan Khatibi, iraniano libero... in
Italia!
Saleh Toomaj

Per gli iraniani Toomaj Salehi non è solo un rapper, è un grido di libertà. Toomaj è stato condannato a morte. Soltanto pochi giorni fa gli è stata revocata la condanna. È un combattente per la libertà che rischia la vita per far sì che i suoi concittadini possano viverne una normale. È un eroe moderno della classe operaia iraniana, ecco perché conosce il dolore del suo popolo, è una sorta di Tupac iraniano: «Se mai potrò salire su un palco ci saranno bambini, lavoratori, senzatetto nelle prime file», ha detto.Ha sempre fatto musica gratuitamente, non ha mai chiesto un solo riyal e non ha mai voluto sponsor perché crede che sia giusto che tutti abbiano la possibilità di ascoltarlo.

Sono quasi due decenni che la musica rap in farsi è molto in voga in Iran. Oggi penso che la maggioranza di noi l’ascolti perché in una società piena di bugie questo genere musicale parla di cose vere. Ma, come ogni altra forma d’arte, il regime ne ha preso il controllo. Tanti rapper della prima generazione sono fuggiti dall’Iran perché rischiavano il carcere. Quelli che sono rimasti hanno due scelte: collaborare con il regime o smettere di lavorare. Dopo che Toomaj è stato rilasciato per la prima volta, ha realizzato un video in cui accusava i colleghi rapper di non sostenerlo.

Con la pubblicazione della canzone Soorakh moosh/Rathole la sua situazione è peggiorata. In questo pezzo — il titolo significa «Tana del topo» — Toomaj ha cantato ai funzionari del regime che la loro fine è vicina e che farebbero meglio a comprarsi una tana per topi. Lo hanno arrestato di nuovo dopo la pubblicazione del video. Nella clip indossava una collana da cui pendeva un proiettile.

Nel 2022, quando è nato il movimento «Donna, vita, libertà», ha subito invitato la gente a unirsi a lui: trasmetteva in diretta su Instagram le manifestazioni. Si è nascosto per un po’ mentre il regime lo cercava e faceva pressione sulla famiglia. Dal suo rifugio ha inviato un videomessaggio agli ayatollah: «Non mi troverete, ma sono pronto a farmi prendere se libererete tutti i prigionieri politici della nostra rivoluzione». E poi ha detto ai suoi amici e alla sua famiglia: «Se non mi state accanto oggi, non piangete per me domani quando saprete che mi hanno ucciso». Alla fine lo hanno trovato, lo hanno picchiato e portato via. Per alcuni giorni nessuno ha saputo che cosa gli fosse successo, finché non lo hanno mostrato in televisione bendato con lividi e cicatrici, una maglietta macchiata di sangue e un braccio rotto che pendeva: ha dovuto fingersi pentito e chiedere perdono. Sono seguiti lunghi interrogatori, torture, rottura della mascella, dei denti, del braccio e delle dita, mesi di cella d’isolamento. Ma Toomaj non si è mai fatto piegare per davvero e si è rifiutato di fornire ai pasdaran la chiave di accesso ai suoi account social. In questi mesi, il regime iraniano è in difficoltà su più fronti: l’inflazione crescente; le accuse dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre in Israele, per le violenze contro i manifestanti del movimento «Donna, vita, libertà» e per l’incidente dell’elicottero in cui è morto il presidente Ebrahim Raisi, per il quale è ritenuto responsabile da molti iraniani. Anche per questo il regime ha cercato di usare la figura di Toomaj per sviare l’attenzione del popolo. Ma ha sottovalutato la reazione dei fan, degli artisti, dei giornalisti e perfino dei diplomatici di tutto il mondo che sono stati chiamati all’azione e hanno risposto.

Dopo la morte del presidente Raisi, il regime sta organizzando nuove elezioni e, come sempre in prossimità del voto, i dittatori allentano la repressione. Per questo è stata cancellata la sentenza di morte di Toomaj. Ma è sempre più difficile ingannare gli iraniani. È chiaro che cancellare la condanna è l’ultimo tentativo di un dittatore in difficoltà. Le statistiche mostrano che il 70% degli iraniani non segue i dibattiti dei candidati perché dopo 45 anni di tirannia sanno che il loro voto è inutile: il presidente sarà scelto dal leader supremo.

Mentre scrivo questo articolo, Toomaj è ancora in prigione. Non lo lasceranno andare presto, ma sa che in Italia molti artisti stanno gridando il suo nome. Sa che con il supporto del Corriere, Eugenio in Via Di Gioia e Willie Peyote hanno composto una canzone per lui, che è diventata un simbolo della libertà degli artisti. Toomaj sa che qualche giorno fa io cantavo con loro davanti a migliaia di ragazzi italiani. Per lui. Che scrive: «Noi artisti abbiamo solo parole, ma possiamo usarle come una mitragliatrice contro la dittatura». Il 27 giugno sarò in concerto a Roma: sono sicuro che quando l’ha scoperto ha riso, come sempre. Toomaj tiene in mano l’ultimo proiettile appeso alla sua collana. Lui è il nostro eroe.

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lettere@corriere.it

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