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Corriere della Sera Rassegna Stampa
16.10.2022 Cina più debole degli Stati Uniti
Analisi di Federico Rampini

Testata: Corriere della Sera
Data: 16 ottobre 2022
Pagina: 15
Autore: Federico Rampini
Titolo: «Cina, l’ora dell’elezione 'perfetta' che illude Xi del sorpasso sugli Usa»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 16/10/2022, a pag.15, con il titolo "Cina, l’ora dell’elezione 'perfetta' che illude Xi del sorpasso sugli Usa" l'analisi di Federico Rampini.

Federico Rampini - Wikipedia
Federico Rampini


Joe Biden

Oggi si apre il congresso comunista che incoronerà Xi Jinping con un terzo mandato. In America è alle ultime settimane la campagna elettorale di mid-term. Da una parte un cerimoniale perfetto; dall’altra uno spettacolo sgangherato, rissa e delegittimazione. Quale dei due sistemi funziona meglio? E come lo vive, davvero, la maggioranza dei cinesi da una parte, degli americani dall’altra? Un miliardo di cinesi seguono il congresso del partito comunista con il fiato sospeso. Non perché si aspettino colpi di scena. L’evento è pianificato da tempo nei minimi dettagli, la scenografia esclude l’improvvisazione. La conferma di Xi è scontata, anche tra i capi comunisti chi dissentiva è già stato messo in condizione di non nuocere. Ma proprio perché la figura di Xi è ormai quella di un imperatore, si è diffusa la speranza del miracolo dopo l’avvenuta incoronazione: la fine o almeno un graduale allentamento delle terribili restrizioni anti-pandemia. Nella popolazione c’è l’augurio che questo congresso segni l’inizio di una svolta per le regole di vita quotidiane. Celebrati i fasti di Xi forse l’onnipotente avrà clemenza, comincerà ad allentare il cappio stretto attorno al collo dei cinesi. Avendo proclamato «vittoria nella guerra di popolo contro il Covid» — secondo la fraseologia da propaganda maoista che lui ha rimesso in voga — forse potrà gestire una prudente ritirata, anche per rilanciare un’economia ansimante. Senza mai ammettere di aver sbagliato, com’è ovvio, però tornando a concedere ai propri cittadini una vita un po’ meno vigilata. Queste aspettative dei cinesi — fondate o meno — sono tipiche di un sistema in cui lo Stato è tutto, comanda i dettagli della nostra esistenza. E dietro lo Stato c’è il partito unico. Un cinese non può permettersi di ignorare lo Stato e il partito, perché quelli non ignorano lui. L’America offre lo spettacolo opposto. L’8 novembre rinnoveremo senatori e deputati. Il clima è nervoso se non isterico. Da una parte e dall’altra c’è chi sfodera un linguaggio da ultima spiaggia, la retorica di certi comizi dipinge l’avversario come un pericolo, un nemico della democrazia e della nazione. In realtà l’elezione non sarà la fine del mondo, comunque vada. Secondo i sondaggi i repubblicani dovrebbero avanzare e i democratici perdere qualche seggio, forse cedendo la maggioranza di una delle Camere. Succede quasi sempre, che il partito del presidente sia penalizzato a metà mandato. Siamo sopravvissuti a tante di queste alternanze. L’astensione sarà elevata, anche perché nonostante i toni apocalittici dei comizi e dei media, molti americani pensano che il voto non ha un impatto sulla loro vita. E hanno ragione. Non ad astenersi, che in una democrazia è sbagliato. Hanno ragione a pensare che un’elezione non cambierà l’America, né la città o il quartiere in cui vivono, tantomeno l’azienda in cui lavorano. In America pochissime persone hanno un’attività e un tenore di vita che dipende da chi sta al governo. Capitalismo e federalismo, fanno sì che i destini di ciascuno dipendono da altre cose: il proprio talento e voglia di fare, l’andamento del mercato nel proprio settore economico; la bravura dei capi e colleghi e collaboratori sul lavoro; magari qualche decisione del sindaco o del provveditore agli studi che ha un impatto sulla qualità della vita nel proprio quartiere o sulla scuola dei figli. Perfino le misure anti-Covid furono diverse per chi abitava in California o in Texas, a New York o in Florida. Lo Stato fa tante cose anche in America ma è solo una delle variabili. Quasi nessuno tiene il fiato sospeso nell’attesa di una svolta legata alle elezioni. Salvo quelli che vivono di politica, ma su 330 milioni di abitanti sono proprio pochi, e abitano quasi tutti negli stessi isolati di Washington o New York. Non è questa la versione preferita dai media americani. Quelli di sinistra insistono sul fatto che il 6 gennaio 2021 il paese sfiorò un colpo di Stato. Dimenticano che l’assalto al Congresso non ebbe effetto perché scattarono le salvaguardie istituzionali, inclusa la fedeltà alle leggi da parte di figure-chiave della parte sconfitta, il partito repubblicano. I media della destra estrema descrivono un accerchiamento dei bianchi e uno stravolgimento radicale del contratto sociale americano, mentre la realtà rivela un’evoluzione in senso moderato-conservatore delle minoranze etniche. Le narrazioni contrapposte confortano la teoria di Xi Jinping sul declino terminale degli Stati Uniti e la superiorità del suo sistema. La propaganda di Pechino amplifica la drammatizzazione dei media Usa sulla guerra civile sempre dietro l’angolo. Eppure gli ultimi mesi hanno confermato la forza della superpotenza occidentale. Un filo comune unisce le risposte che l’America dà sia alla guerra di Vladimir Putin sia alla sfida economica e geopolitica della Cina. Gli Stati Uniti sono l’unica fra le superpotenze a possedere l’intero «triangolo d’oro» delle risorse decisive: moneta universale, autosufficienza energetica, primato nelle tecnologie (incluse quelle militari). La democrazia non è un ostacolo alla leadership, anzi. Il ruolo del dollaro è sostenuto da un’economia di mercato garantita dallo stato di diritto. La tecnologia nasce dalla libertà di ricerca. La potenza militare si esercita dentro reti di alleanze con nazioni attratte dal modello liberaldemocratico. Ogni campagna elettorale americana offre uno spettacolo che va dal deludente al disgustoso, eppure da quattro continenti continuano ad affluire negli Stati Uniti immigranti e cervelli in fuga, in cerca del loro «sogno americano». Mentre gli ammiratori occidentali delle autocrazie si guardano bene dal chiedere la cittadinanza russa o cinese. Malgrado l’esibizione di formidabile compattezza dell’assemblea comunista di Pechino.

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