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Corriere della Sera Rassegna Stampa
25.06.2022 'America. Viaggio alla riscoperta di un Paese'
Il libro di Federico Rampini

Testata: Corriere della Sera
Data: 25 giugno 2022
Pagina: 42
Autore: Federico Rampini
Titolo: «America, odiata e vincente»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 25/06/2022, a pag.42, con il titolo "America, odiata e vincente" l'anticipazione del libro di Federico Rampini.

Federico Rampini - Wikipedia
Federico Rampini

America. Viaggio alla riscoperta di un Paese | Federico Rampini | Solferino
La copertina (Solferino ed.)

Malgrado il suo relativo declino, l’America rimane troppo importante, sentiamo che bisogna conoscerla. Magari ci illudiamo di saperne tanto, solo perché ci abbiamo passato qualche vacanza. Oppure perché la vediamo di continuo nelle serie televisive, nei film. Ascoltiamo musica, leggiamo romanzi che vengono da qui o raccontano storie ambientate nella società americana. È utile conoscerla davvero, l’America. Sono nate in questo luogo tante cose che invadono la nostra vita quotidiana e decidono il nostro futuro. Per esempio i social network. Se il mondo ci sembra piccolo, se comunichiamo facilmente con amici che stanno a migliaia di chilometri, oltre un oceano, è perché delle tecnologie nate in America hanno conquistato il pianeta. Quando ebbe inizio la mia vita americana, al passaggio del millennio, si stava consolidando un «ordine mondiale» noto come globalizzazione, e che era stato concepito soprattutto dalla classe dirigente americana. All’epoca io abitavo in uno dei laboratori di quell’esperimento: a San Francisco, nella tecnopoli che è la capitale della Silicon Valley. Attratti dalla prima rivoluzione digitale, passavano di là degli italiani che dopo un breve soggiorno erano convinti di avere capito tutto, e al loro ritorno in patria spiegavano perché internet avrebbe reso il mondo migliore. Gli stessi ingenui ammiratori dell’universo digitale made in Usa, vent’anni dopo, si sono convertiti a visioni apocalittiche e distopiche. L’ordine mondiale americanocentrico è entrato in una crisi profonda, ma quelli che vogliono abbatterlo non hanno le idee chiare su ciò che dovrebbe sostituirlo. (...) L’immagine del sistema politico americano è stata distorta da molte crisi: presidenti assassinati come Lincoln e Kennedy; un presidente deposto per aver fatto spiare illegalmente i suoi avversari (Nixon, caso Watergate, 1974); due processi per impeachment o interdizione ai danni di Bill Clinton (scandalo sessuale Lewinsky e spergiuro, 1998) e di Donald Trump. Quest’ultimo è un caso assai raro di un presidente che non ha mai riconosciuto la legittima vittoria del suo successore; con un comizio irresponsabile eccitò alcuni dei suoi sostenitori che diedero l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021. Eppure potrebbe tornare a candidarsi. In Italia spesso il giudizio sull’America oscilla seguendo le preferenze politiche di chi parla: se sei di sinistra è un Paese meraviglioso quando lo governa Barack Obama per poi diventare un inferno sotto Trump. E viceversa, se sei di destra. Ma nessuno la prende veramente come un modello: non esistono progetti per trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale; né il sistema elettorale Usa ispira imitazioni. Ci sono ragioni profonde per cui viene considerata, da molti, un modello negativo. Siccome rimane la nazione più ricca e più potente del mondo, con eserciti e basi militari su ogni continente, la si può definire un «impero» (sia pure senza le colonie degli imperi tradizionali). Nella storia, dai tempi antichi fino a oggi, i popoli soggetti alle potenze imperiali hanno spesso nutrito dei sentimenti misti: ammirazione o soggezione verso il centro dell’impero; invidia, risentimento, voglia di ribellione per liberarsi dal dominio. La guerra in Ucraina ha riportato alla luce del sole i giacimenti profondi di antiamericanismo che sono sempre esistiti in Italia. Nonostante l’aggressione della Russia a un popolo indipendente, per una parte consistente dell’opinione pubblica italiana la colpa anche in questo caso è dell’America, come sempre. Lo stesso riflesso automatico scattò l’11 settembre 2001, quando tanti cercarono «le colpe dell’America, che se l’è meritato», scatenando l’urlo di condanna di Oriana Fallaci che divenne il libro La rabbia e l’orgoglio. Qualcuno s’inventò perfino delle teorie del complotto per cui l’attacco dell’11 settembre lo avevano orchestrato gli americani, e ci crede tuttora. La ricostruzione dei fatti non è mai veramente rilevante. Con l’invasione russa dell’Ucraina si sono risvegliate le ostilità di principio che distinguono varie tradizioni politiche italiane: fu antiamericano il fascismo, lo fu il comunismo prima della svolta pro Nato di Enrico Berlinguer, lo fu una parte del cattolicesimo che non ha mai perdonato al premier democristiano Alcide De Gasperi di aver ricostruito l’Italia con i soldi del Piano Marshall, cioè gli aiuti dell’odiata potenza angloprotestante. Del resto, alcuni papi di fine Ottocento e del primo Novecento attaccavano i cattolici americani perché troppo liberali o «modernisti». L’America, dai tempi dei nostri nonni, ha esportato i suoi prodotti simbolo nel mondo intero: cominciò con la Coca-Cola e i jeans, per passare agli iPhone, YouTube e Amazon, Facebook e Google, Netflix e Zoom. Per questo un’altra corrente di amore-odio è sempre stata legata al consumismo. Per trovare un esempio originario del disgusto europeo verso la società americana si può leggere quel tenebroso capolavoro letterario che è Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, pubblicato nel 1932. Prima ancora di diventare un sostenitore entusiasta del nazismo tedesco, il romanziere francese descrive il suo arrivo a New York in termini raccapriccianti. L’America di cent’anni fa per lui è un condensato di tutti i mali della modernità: materialismo e dittatura del profitto, sfruttamento del proletariato industriale, abbrutimento delle masse operaie costrette a vivere in città-dormitorio degradanti. Il sogno americano lo denuncia come una beffa infame. Céline, che diventerà un intellettuale simbolo dell’estrema destra europea, anticipa temi ricorrenti anche nell’antiamericanismo cattolico e comunista. All’estremo opposto, c’è un vasto mondo che ammira l’America come la terra delle opportunità e della meritocrazia, dove chi ha talento può farsi strada, dove l’economia di mercato dispiega i suoi benefici. La schiera degli ammiratori è più diffusa nei Paesi emergenti, quelli che da decenni sono i serbatoi della nuova emigrazione verso gli Stati Uniti. Chi ha subito le vessazioni dello statalismo indiano e la corruzione della sua burocrazia si unisce ai profughi delle dittature comuniste o ai superstiti delle guerre civili nell’aspirare alle libertà economiche dell’America. A questo secondo campo — gli ammiratori — è anche stata «venduta» una teoria salvifica dell’americanizzazione. L’idea, cioè, che rendendo il mondo intero più simile al modello economico degli Stati Uniti, attraverso la globalizzazione, avremmo avuto la pace perpetua. «Non ci sarà mai una guerra fra due Paesi con i fast food McDonald’s», quella celebre profezia del giornalista americano Thomas Friedman dopo la caduta del Muro di Berlino ha fatto una brutta fine. Ciò non toglie, tuttavia, che l’idea dell’America come nazione-guida del «mondo libero» sia tornata di un’attualità rovente proprio con l’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina. E il dinamismo economico fa parte delle attrattive di questo «mondo libero». Gli europei preferiscono pensare che la loro economia mista sia un modello di civiltà superiore, eppure la fuga dei cervelli dal Vecchio continente continua a indicare che l’America vince nella gara tra sistemi.

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