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Corriere della Sera Rassegna Stampa
24.06.2022 La carne da cannone di Putin
Commento di Federico Fubini

Testata: Corriere della Sera
Data: 24 giugno 2022
Pagina: 9
Autore: Federico Fubini
Titolo: «Buriati, Kazaki, Tuvani: quei ragazzi 'di periferia' in cima ai morti russi»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 24/06/2022, a pag. 9, con il titolo "Buriati, Kazaki, Tuvani: quei ragazzi 'di periferia' in cima ai morti russi", l'analisi di Federico Fubini.

Immagine correlata
Federico Fubini

The Russian soldiers refusing to fight in Ukraine - BBC News

Vladimir Putin paragona sé stesso a Pietro il Grande e dall’inizio la guerra è stata concepita dentro il Cremlino da una ristretta cerchia di uomini bianchi, in età avanzata, legati al sogno di un grande impero slavo che riconquisti le sue antiche regioni europee. Ma il tributo di sangue lo stanno pagando, fuori da ogni proporzione, giovani uomini dall’aspetto completamente diverso: occhi a mandorla, alti zigomi mongoli o carnagioni olivastre del Caucaso. Spesso sono musulmani dell’Ossezia del Nord o del Daghestan o buddisti tibetani della Buriazia o della Repubblica di Tuva, alle frontiere della Mongolia. Oppure vengono da qualche provincia sperduta dell’Estremo Oriente non lontana dai confini con la Cina e con la Corea del Nord, come la Provincia ebraica autonoma dove Stalin aveva cercato di deportare un’intera minoranza scomoda. In nome del sogno imperiale di Putin — numeri alla mano — questi giovani delle terre più lontane hanno una probabilità di morire in Ucraina centinaia di volte più alta dei coetanei di Mosca o di San Pietroburgo. La testarda ricerca e l’analisi dei dati dicono che loro per primi sono stati gettati nella fornace della guerra nelle settimane più cruente. I buriati per esempio sono appena lo 0,3% della popolazione, ma erano il 4,5% dei morti nelle prime tre settimane di guerra. La quota di kazaki etnici travolti nella macina della guerra è sette volte superiore al loro peso nella popolazione russa. È gente come loro e delle altre minoranze a trovarsi esposta molto più dei russi slavi, bianchi e originari delle grandi città europee. Di Mosca da oggi si conoscono appena otto morti in guerra, in una popolazione di venti milioni nell’area metropolitana.

Russian Army Has Lost Up to 4% of Soldiers in 4 Months of War – Report -  The Moscow Times

Di Tuva si conoscono con certezza sei volte più morti, malgrado una popolazione oltre sessanta volte più piccola: la probabilità di morire è centinaia di volte superiore, se si è è fra quelli venuti dalla parte sbagliata della Russia. Spinti contro il fuoco nemico tanto quanto questi russi asiatici o caucasici finora sono stati solo gli ucraini dei territori occupati, arruolati a forza a fianco dell’esercito di Mosca: coscritti con minacce e violenza nelle «repubbliche indipendenti» di Donetsk e Lugansk o mandati a morire sotto il fuoco ucraino da Sebastopoli che solo pochi anni fa è stata sottratta da Putin al controllo di Kiev. Esiste in Russia una rete clandestina che tiene ogni giorno la contabilità dei caduti, perché anche questo è un atto di resistenza civile sotto un regime che mente: il governo di Mosca aveva parlato di 1.351 caduti il 25 marzo e poi da allora più nulla, al punto che il presidente della commissione Difesa della Duma Andrei Kartapolov si è spinto a dire questo mese che sui morti in Ucraina regna il silenzio «perché non ce ne sono più». Maria Vyushkova sa che non è così. Come rivelano i suoi tratti asiatici, viene dalla Buriazia, è espatriata dalla Russia nel 2010, oggi è una ricercatrice di calcolo quantistico al centro di ricerca computazionale di Notre Dame a Silicon Valley ed è fra pochi nodi visibili della rete. La sua competenza la rende utile nella gestione della banca dati creata per smontare la grande menzogna di Putin sui morti. «Non avrei mai immaginato di trovarmi in un ruolo simile — dice Maria Vyushkova, 40 anni —. Siamo la sola organizzazione che conta i caduti anche per origine etnica». Gli aderenti della rete sono centinaia distribuiti sugli undici fusi orari russi: ciascuno cooptato su presentazione di altri elementi fidati della rete, ciascuno autorizzato a conoscere solo pochissimi altri in modo che un arresto o un tradimento non rischi di compromettere l’intera struttura. Lavorano come possono. Tengono d’occhio i giornali locali per gli annunci mortuari o i necrologi, sorvegliano i social media russi come VKontakte o Odnoklassniki («Compagni di classe»), scorrono le chat di Telegram se qualcuno parla di un amico morto in guerra. Solo così hanno individuato circa 4 mila, divisi per etnia e regioni. Ma alcuni muoiono senza che nessuno parli di loro da qualche parte e per individuare queste persone i membri della rete visitano i cimiteri, contano le tombe fresche e controllano se su di esse campeggia la foto di un ragazzo in divisa. Così hanno individuato altri 4 mila caduti. C’è poi l’enorme numero di dispersi, spesso quasi sempre morti taciute, che fa salire il conto a 12 mila e infine i morti di Wagner e delle altre forze a contratto. «Il nostro conto totale dei decessi dal lato russo non è lontano dai 15 mila di cui parla il Pentagono», dice Vyushkova. A suo avviso le minoranze vengono mandate avanti a morire «per disprezzo, non per il disegno di una purga nello stile di Stalin». In parte sono sempre i più poveri delle periferie che si arruolano, come accadeva ai latinos dell’esercito americano in Iraq. «Ma Putin è attento a preservare le famiglie di Mosca e San Pietroburgo perché teme le proteste nelle grandi città — aggiunge Vyushkova —. Se muore qualche buriato in periferia, chi vuole che se ne accorga?».

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