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Corriere della Sera Rassegna Stampa
18.03.2022 L'eroe Zelensky
Commento di Stefano Montefiori

Testata: Corriere della Sera
Data: 18 marzo 2022
Pagina: 11
Autore: Stefano Montefiori
Titolo: «Appeffi e selfie: eroe anche sui social»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 18/03/2022, a pag.11, con il titolo 'Appeffi e selfie: eroe anche sui social' il commento di Stefano Montefiori.

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Stefano Montefiori


Un eroe (Volodymyr Zelensky secondo Dry Bones)

Se la maglietta con la frase celebre — «Ho bisogno di munizioni anti-carro, non di un passaggio» detta agli americani che gli offrivano la fuga — va a ruba, è perché chi l'ha pronunciata, Volodymyr Zelensky, non è uno spaccone né un buffone, anche se fino a qualche anno fa si metteva il naso rosso da pagliaccio. Tra tutti i leader del mondo, quello che non sembra recitare mai, neanche quando risponde un po' alla John Wayne, è proprio lui, Zelensky, il comico ebreo che interpretava l'insegnante di storia Holoborodko diventato presidente della Repubblica in «Servitore del popolo», l'incredibile serie della tv ucraina.

L'autenticità
Quando Emmanuel Macron si fa fotografare all'Eliseo con la barba lunga e la felpa dei paracadutisti, tutti lo accusano di posare come un attore; se Volodymyr Zelensky non si toglie più la maglietta verde militare dal giorno dell'invasione russa, nessuno osa criticarlo, e non solo perché in effetti sotto le bombe ci sta lui. II mondo o quasi simpatizza per la causa ucraina, ma già il predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, non era così speciale: un oligarca che faceva campagna elettorale con lo slogan simil-putiniano «Lingua, esercito, fede» non suscitava lo stesso entusiasmo.
Zelensky stravince la battaglia della comunicazione perché in una situazione obiettivamente incredibile, tra scenari che evocano più un film sulla II Guerra mondiale che l'Europa del XXI secolo, sembra sempre vero, non ha tempo da perdere con le messinscene, e si fa i selfie in giro per Kiev incitando i connazionali e il mondo a combattere per un futuro migliore.

Il confronto
È aiutato anche dal fatto che dall'altra parte della barricata, a Mosca, c'è un vecchio dittatore ipocondriaco in giacca e cravatta che tiene i collaboratori a distanze ridicole e pronuncia lividi discorsi sul passato glorioso e i bastardi da sputare come insetti, un uomo che ancora affida la sua comunicazione a discorsi preregistrati da trasmettere in televisione, come Breznev. L'ex attore Zelensky appare in ogni occasione infinitamente più credibile di Putin, l'avversario che attore non lo è mai stato, o forse lo è stato sempre, da quando era agente del Kgb fino al Cremlino a decantare la Russia degli zar.

Le lacrime
La folle solidità di Zelensky si vede anche nei tanti discorsi che pronuncia all'estero in videoconferenza: ogni volta fa singhiozzare gli interpreti, che pure devono essere abituati a ogni genere di manfrina retorica, perché parla di innocenti massacrati ma non fa sconti a nessuno. Sa quali sono i punti sensibili della platea: con il Congresso americano evoca l'u settembre e Pearl Harbor, con il parlamento inglese cita Shakespeare e Churchill — «Combatteremo fino alla fine, in mare, nei cieli. Continueremo a combattere per la nostra terra a qualunque costo» —, ma ogni volta striglia gli interlocutori, li mette davanti alle loro responsabilità, non elemosina un aiuto ma lo pretende, esige dagli alleati — che preferirebbero cavarsela con standing ovation e lacrimuccia — almeno un briciolo del coraggio dimostrato dai suoi connazionali nelle strade di Kharkiv o nei rifugi di Kiev. Zelensky è lo stesso presidente che nella serie tv riceveva una telefonata da Merkel: - «Congratulazioni, abbiamo deciso di accettare la vostra domanda di ingresso nell'Unione europea» - «Fantastico! Finalmente! Grazie a nome di tutta l'Ucraina!» - «Ucraina? Mi spiace, devo aver sbagliato numero. Credevo di avere chiamato il Montenegro».

Le strigliate
Così quando Zelensky si rivolge al Bundestag evoca un nuovo Muro al centro dell'Europa, sì, ma per accusare la Germania della dottrina Merkel (troppo accondiscendente con Putin) di avere contribuito a costruirlo: «L'economia, l'economia, sempre l'economia!», ripete Zelensky ai deputati tedeschi, «eppure vi abbiamo ripetuto per anni che Nord Stream 2 era come un'arma». Il presidente ucraino avrebbe tutti i motivi per compiacere gli occidentali pur di ottenere il sostegno di cui ha disperatamente bisogno, eppure non riesce mai a umiliarsi: non quando si rivolge a Mosca, né quando parla a Bruxelles, Washington, Londra, Berlino. Zelensky non è uno spaccone, né un buffone, né un piacione. L'autenticità sorprende e conquista il mondo dei social media, ormai proibiti nella Russia di Putin e completamente padroneggiati dal 44enne di Kryvyi Rih, oscura città metallurgica dell'Ucraina sud-orientale. Su Instagram Zelensky ha 16 milioni di follower (ne aveva 9 prima dell'invasione). Su Twitter il presidente ucraino ne aveva 450 mila il 22 febbraio, ne ha oltre 5 milioni e mezzo oggi. Se il soft power contasse quanto i carri armati — ma lo vedremo tra qualche mese — l'Ucraina avrebbe già vinto la guerra.

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