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Corriere della Sera Rassegna Stampa
17.03.2022 Perché Israele può mediare tra Russia e Ucraina
Analisi di Aldo Cazzullo

Testata: Corriere della Sera
Data: 17 marzo 2022
Pagina: 34
Autore: Aldo Cazzullo
Titolo: «Il ponte (e il cuore) di Israele»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 17/03/2022 a pag.17, con il titolo "Il ponte (e il cuore) di Israele", l'analisi di Aldo Cazzullo.

Ecco l'articolo:

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Aldo Cazzullo

Già 2.500 ebrei ucraini hanno fatto richiesta per immigrare in Israele -  Mosaico

C’è un unico leader che in questi giorni ha incontrato sia Vladimir Putin sia Volodymyr Zelensky, trattando con loro da pari a pari, non perché sia equidistante, ma perché riconosciuto da entrambi come interlocutore autorevole: è il premier israeliano Naftali Bennett. La mediazione israeliana non è soltanto una significativa pista diplomatica; è una suggestione politico-culturale preziosa, in un quadro oscuro come quello dell'aggressione russa all'Ucraina. Israele è un piccolo Paese, ma dal grande prestigio militare; e questo per i russi è molto importante. I veterani dell'esercito sovietico ricordano con ammirazione le guerre arabo-israeliane, quando erano schierati con gli arabi, e furono testimoni della furia guerriera di Tsahal — in particolare delle truppe guidate da Ariel Sharon, che nella guerra del Kippur passarono il canale di Suez sulle zattere sotto i bombardamenti a tappeto dei Mig21 — e anche della spregiudicatezza dell'intelligence (gli uomini di Aman, i servizi militari, intercettarono e diffusero i dispacci razzisti con cui i consiglieri russi si informavano della rotta egiziana durante la guerra dei Sei Giorni: «I negri scappano». Il Cairo non gradì). Israele può essere un ponte tra i due Paesi in guerra, l'aggressore e l'aggredito, e non solo perché quasi un milione di israeliani è di origine russa, e quasi mezzo milione ha radici ucraine. Zelensky — lo ha ricordato Fiamma Nirenstein sul Giornale — è ebreo. La leggendaria Golda Meir era nata a Kiev. Volodymyr Zabotyns'kyj, uno dei padri del sionismo — e dell'Irgun, formazione di spietati combattenti per l'indipendenza dagli inglesi — era di Odessa. Nell'Irgun militava anche un giovane bielorusso di Brest-Litovsk, Menachem Begin, che sarebbe stato il primo leader della destra israeliana a diventare capo del governo — e a fare la pace con l'Egitto —; mentre nella banda Stern combatteva un altro giovane bielorusso di Ruzany, Icchak Jaziernicki, divenuto premier con il nome di Yitzhak Shamir. Se è per questo, il primo presidente nella storia di Israele, Chaim Weizmann, era nato a Motal, vicino a Brest-Litovsk, e parlò per tutta la vita ebraico con accento russo. Lo stesso Sharon era figlio di ebrei bielorussi. E l'uomo-chiave della svolta nella politica israeliana, che ha mandato Netanyahu e il Likud all'opposizione, è il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader del partito degli israeliani russofoni, che però è nato in Moldavia: suo padre Lev, soldato dell'Armata Rossa, cadde prigioniero del tedeschi; sopravvissuto ai lager, fu mandato da Stalin in Siberia. Il cuore di Israele batte per l'Ucraina; mala mente di Israele sa che non può rompere con Putin, le cui truppe — e i cui missili — sono in Siria, dall'altra parte delle alture del Golan.

Putin è (o era) amico personale di Zeev Elkin, ministro israeliano dell'Edilizia, che è di Kharkiv, la città martire. E ha un buon rapporto con il rabbino capo di Mosca, rav Berel Lazar, che invano l'ha implorato di non fare la guerra, e ha lanciato ora un nobile appello: «Ogni giorno riceviamo informazioni dai nostri colleghi, i rabbini in Ucraina, su ciò che sta accadendo là. Sentiamo il dolore dei nostri fratelli, di tutti i cittadini dell'Ucraina, non importa a quale religione appartengano. Incoraggio tutti a pregare per la pace. Ma questo non basta. HaShem si aspetta da noi che ogni persona credente faccia tutto il possibile per salvare vite umane» (HaShem, in ebraico il Nome, è ovviamente Dio. In sostanza il rabbino si propone anch'egli come mediatore). Ma l'interesse di Israele per la questione russo-ucraina non ha solo motivazioni spirituali o culturali. Un'escalation nucleare sarebbe esiziale per lo Stato ebraico. Pur disponendo della deterrenza atomica, e anzi proprio per questo, uno dei punti della dottrina militare e politica israeliana è evitare che l'arma nucleare proliferi e possa essere usata. Se il tabù sarà violato, Israele si sentirà meno sicura. Perché la Russia è in teoria la protettrice dell'Iran, che sogna la Bomba proprio per usarla contro Gerusalemme. Ma quando gli aerei israeliani sorvolano la Siria per volare nei cieli iraniani, i russi non muovono un dito. Se il prestigio militare e il know-how diplomatico di Israele servissero a disinnescare la mina russoucraina, sarebbe un successo storico, che nell'ottica dello Stato ebraico lenirebbe anche la ferita della questione palestinese, rimossa ma pur sempre aperta. Anche se Biden non e Obama, e — complice la caduta di Netanyahu — coltiva con Israele rapporti decisamente più distesi di quelli dell'ultimo presidente democratico.

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