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Corriere della Sera Rassegna Stampa
08.03.2022 Il cinismo di quei 'pacifisti' che dicono no a Zelensky
Analisi di Paolo Mieli

Testata: Corriere della Sera
Data: 08 marzo 2022
Pagina: 1
Autore: Paolo Mieli
Titolo: «Il pacifista cinico»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 08/03/2022, a pag. 1, con il titolo "Il pacifista cinico" l'analisi di Paolo Mieli.

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Paolo Mieli

Sedi sindacato CGIL a Cesena

Sabato scorso, Volodymyr Zelensky si è collegato via zoom con trecento parlamentari americani. Li voleva convincere a premere perché il loro governo autorizzi l'istituzione di una «no-fly zone» per proteggere l'Ucraina «dai terroristi russi». O, in subordine, consenta che siano inviati a Kiev aerei in modo che quei martoriati si possano «difendere da soli». Eventualmente anche altri strumenti utili a contrastare l'offensiva putiniana che viene dal cielo. Se neanche questa soluzione è possibile, ha detto verso la fine del suo intervento quasi sopraffatto dall'emozione, «allora significa che anche voi volete che ci uccidano lentamente». Lentamente? Quell'avverbio ci è rimasto impresso. Zelensky mostra di non conoscere quel che sostengono non soltanto i suoi numerosi supporter occidentali, ma anche personalità che, persino qui in Italia, si battono (o dicono di battersi) per por fine alle «ostilità». Altro che lentamente. Anzi: il più velocemente possibile. Con il sottinteso che il sacrificio degli ucraini, se ha da essere, sia rapido. Secondo questa teoria che potremmo definire «super realista», è inutile aiutare gli ucraini ad «allungare la loro lotta di qualche settimana» in vista di «una resa scontata». Se si ritiene che abbiano buone probabilità di «farcela nel breve o anche nel lungo periodo», ha un senso inviar loro le anni. Altrimenti «armare civili non o mal addestrati» serve solo a «prolungare l'agonia del Paese». Peggio: a «moltiplicare la carneficina» così da «usare quel popolo martoriato come carne da macello». II tutto per i «giochi di guerra dei grandi». Ovviamente ogni parola o espressione che abbiamo riportato tra virgolette è stata pronunciata. Talvolta messa per iscritto. Se proviamo ad applicare retroattivamente questo teorema, scopriremo la dannosità di atti che fino a oggi avevamo tutti considerato positivamente. Forse — seguendo il filo del discorso di cui si è detto poc'anzi — l'aiuto che fu offerto ai repubblicani ai tempi della guerra civile spagnola (1936-1939) ebbe l'effetto di moltiplicare le carneficine. In particolare, dopo la fine della battaglia dell'Ebro (novembre '38) quando le chances di vittoria dell'armata antifranchista erano prossime allo zero. Sarebbe stato poi un grave errore offrire supporto ai maquisards francesi. I quali nel '42, quando allo sbarco in Normandia mancavano ancora più di due anni, compivano azioni di sabotaggio provocando reazioni selvagge da parte del regime di Vichy. E che follia sarebbe stata — sempre secondo questo ragionamento — dare sostegno (ahimè scarso), tra aprile e maggio dei 1943, alla rivolta nel ghetto di Varsavia. Destinata inevitabilmente a concludersi con lo sterminio nazista di migliaia e migliaia di ebrei. Che pazzia poi nel secondo dopoguerra assistere i movimenti di resistenza ai colpi di Stato in Brasile (1964), Indonesia (1965), Cile (1973), Argentina (1976). C'era qualche «possibilità di farcela» contro Humberto de Alencar Castelo Branco, Haji Mohammad Suharto, Augusto Pinochet o Jorge Rafael Videla? Poche. Erano ben addestrati i giovani ribelli destinatari di aiuti provenienti da Paesi o comunità politiche che simpatizzavano per la loro causa? No. La loro azione armata sortì l'effetto di attenuare gli eccidi dei despoti sopraffattori? Mai. Anzi fu il contrario.

Identico discorso può essere esteso, ad ogni evidenza, anche alle battaglie come quella vietnamita o quella sudafricana che, solo doPo anni e anni, si sono rivelate vincenti. Nel mondo variegato delle lotte di liberazione, nessuno ha mai conosciuto in partenza l'esito di quelle guerriglie. Chi avrebbe scommesso che gli afghani, nell'arco di appena quarant'anni, avrebbero sconfitto prima l'impero sovietico e poi quello statunitense? Va detto — in conclusione — che c'è qualcosa di cinico, di immorale, financo di irritante nel doversi sentire riproporre (non è la prima volta, purtroppo) ragionamenti del genere. Quando si assiste a una così evidente riedizione di quel che accadde alla fine degli anni Trenta, darsi l'obiettivo di non aiutare i Sudeti di oggi nel dichiarato intento di «risparmiar loro una carneficina» ha un che di sinistro. Tanto più che, quando verrà il tempo della tregua, un conto sarà, ad ogni evidenza, il poter intavolare una contrattazione tra i carnefici di Putin e un popolo che può ancora disporre di forze combattenti, altra cosa sarebbe giungere a un negoziato che veda gli ucraini distrutti, con le spalle al muro, in balia dei loro aguzzini. Chi persegue quest'ultimo obiettivo, anche se pubblicamente nobilita tutto ciò chiamandolo «trattativa», in realtà, intende «resa». Resa totale. Che, al cospetto di una così evidente sopraffazione, porterebbe a una pace solo apparente. E noi tutti ben conosciamo la lezione tramandataci dalla storia: i popoli che hanno subito un martirio, prima o poi si vendicano. Di chi li ha seviziati. Ma anche di chi, pur in nome della non violenza e della fratellanza universale, ha reso possibile quel supplizio. O non ha mosso un dito per impedirlo.

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