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Corriere della Sera Rassegna Stampa
23.10.2021 Scontro Cina-Usa su Taiwan
Cronaca di Giuseppe Sarcina

Testata: Corriere della Sera
Data: 23 ottobre 2021
Pagina: 19
Autore: Giuseppe Sarcina
Titolo: «'L'America difenderà Taiwan militarmente'. La sfida di Biden, l'ira di Pechino»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 23/10/2021, a pag. 19, con il titolo " 'L'America difenderà Taiwan militarmente'. La sfida di Biden, l'ira di Pechino" il commento di Giuseppe Sarcina.

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Giuseppe Sarcina

Se i no-vax sfidano Biden - la Repubblica
Joe Biden

«Che cosa farebbe se la Cina dovesse attaccare Taiwan? Reagirebbe con un'azione di difesa militare?» Joe Biden risponde senza esitazione e con nettezza alla domanda più insidiosa della serata posta da uno studente del Connecticut: «Sì, sì. Ho parlato più volte con Xi Jinping che con ogni altro leader mondiale. Gli ho spiegato che non voglio una "guerra fredda" con la Cina. Ma nello stesso tempo voglio essere certo che abbia capito che noi non ci tireremo indietro. Non cambieremo la nostra visione». A quel punto Anderson Cooper, il moderatore dell'incontro con il pubblico organizzato dalla Cnn giovedì sera a Baltimora, si accerta di aver capito bene: «Sta dicendo che gli Stati Uniti difenderanno Taiwan in caso di attacco cinese»?». Biden: «Sì, abbiamo un impegno in questo senso». L'uscita del presidente ha suscitato la reazione immediata di Pechino. Wang Wenbin, portavoce del ministro degli Esteri, ha dichiarato: «Quando è in gioco la sovranità é l’integrità territoriale della Cina, non c'è spazio per compromessi né per concessioni da parte nostra. Nessuno dovrebbe sottovalutare la forte determinazione e la grande capacità del popolo cinese di difendere la sovranità e l'integrità territoriale». Così, con una battuta al termine di una «town hall» che sarebbe dovuta servire a promuovere la manovra di politica economica interna, Biden ha riacceso la tensione con Pechino.

FirstFT: Nato to expand focus to counter rising China | Financial Times

Tanto che ieri la Casa Bianca ha cercato di riparare con un blando comunicato: «Nessuna variazione, noi siamo per lo status quo». Il ministro della Difesa, Lloyd Austin, parlando a margine di una riunione Nato a Bruxelles, si è limitato ad aggiungere: «Nessuno vuole che le questioni nell'area possano esplodere. Noi rimaniamo impegnati nella nostra politica di una sola Cina». Il riferimento è alla cosiddetta «dottrina dell'ambiguità strategica». Dal 1979 gli Stati Uniti riconoscono un solo governo in Cina, quello della Repubblica Popolare, guidata dal partito comunista. GU Usa non hanno mai legittimato Taiwan, rifugio dei «controrivoluzionari» fin dal 1949. Nello stesso tempo, però, si sono auto-assegnati il ruolo di garante dell'indipendenza di un territorio, impegnandosi a fornire armi e assistenza economica. Oggi il governo di Taipei sta cercando di non finire stritolato nella morsa di Xi Jinping, senza però alimentare lo scontro. Ecco perché la frase di Biden è stata accolta con preoccupazione, come un elemento di disturbo. La presidente Tsai Ing-wen ha fatto sapere: «Taiwan dimostrerà la ferma determinazione a difendersi e continuerà a lavorare con Paesi che condividono gli stessi valori per dare un contributo alla pace e stabilità nella regione». Pace e stabilità, dunque, non c'è bisogno di proclami bellicosi. Ma I segnali in arrivo da Washington sono contraddittori. Da una parte la Casa Bianca sta provando da settimane ad agganciare il leader cinese per aprire un negoziato complessivo su rapporti economici, climate change, pandemia, cyber-security. E, certamente, Washington chiede ai cinesi di porre fine alle provocazioni, come la spedizione di 156 aerei da guerra nei cieli vicino a Taiwan. L'altra sera Biden ha ricordato di non cercare «una guerra fredda» con la Cina, un concetto al centro del discorso all'Assemblea delle Nazioni Uniti, a fine settembre. Nello stesso tempo, però, il presidente nomina ambasciatore a Pechino Nicholas Burns, un ex diplomatico, che giovedì ha tenuto un'audizione esplosiva davanti alla Commissione Esteri del Senato, sostenendo che gli Stati Uniti dovranno fornire «copertura nucleare a Taiwan», e definendo la Cina, cioè il Paese che lo dovrà ospitare, come “la minaccia numero uno per gli Usa».

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