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Corriere della Sera Rassegna Stampa
11.07.2021 Ricordare Auschwitz con le storie di Esther Béjarano e Anna Frank
Commenti di Paolo Valentino, Stefania Ulivi

Testata: Corriere della Sera
Data: 11 luglio 2021
Pagina: 23
Autore: Paolo Valentino - Stefania Ulivi
Titolo: «Requiem per Béjarano, la ragazza con la fisarmonica - Un cartoon per Anna Frank: 'Rendo presente il suo diario'»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 11/07/2021, a pag.23 con il titolo "Requiem per Béjarano, la ragazza con la fisarmonica" il commento di Paolo Valentino; a pag. 41, con il titolo "Un cartoon per Anna Frank: 'Rendo presente il suo diario' ", il commento di Stefania Ulivi.

Ecco gli articoli:

Paolo Valentino: "Requiem per Béjarano, la ragazza con la fisarmonica"

Esther Bejarano, morta l'ultima donna dell'orchestra di Auschwitz: aveva 96  anni
Esther Béjarano

La musica l'ha tenuta in vita fino a 96 anni. Esther Béjarano è morta ieri ad Amburgo, al termine di un viaggio terribile e straordinario, che l'ha vista sopravvivere all'inferno di Auschwitz. «Sono stata fortunata», mi aveva detto un anno e mezzo fa, accogliendomi nel suo appartamento caldo come un abbraccio, pieno zeppo di cose, quadri, mobili, libri, spartiti, strumenti musicali, ninnoli e soprattutto tante fotografie. Per lei, ebrea-tedesca che aveva avuto i genitori e la sorella trucidati dai nazisti, la fortuna era stata quella di «essere sopravvissuta per poter raccontare quello che e successo». Ad Auschwitz, dove arrivò nell'aprile 1943, si era salvata solo perché sapeva suonare la fisarmonica. Sulla rampa di Birkenau, Esther insieme all'orchestrina accoglieva a tempo di musica nuovi deportati. Ricordava bene il medico capo, il dottor Mengele, impassibile lungo il binario, che, come Minosse con la coda, decideva il destino di ognuno con un semplice movimento della mano: «Era una pressione terribile per noi: quando le persone ci passavano accanto, dirette alle camere a gas, sicuramente pensavano che in un posto dove veniva suonata della musica non doveva essere così orribile». Ha testimoniato fino all'ultimo, Esther Béjarano. Alla sua maniera. Cantando. Prima in una band con i suoi figli, Edna e Joram. Poi con i Microphone Mafia, due musicisti rap, uno di origine turca, l'altro italiana, girando in Germania e In mezza Europa, visitando scuole e centri sociali, esibendosi in teatri e piazze. Dopo l'emigrazione in Palestina alla fine della guerra e il ritorno in Germania nel 1956, ci aveva messo decenni per trovare la forza e la voce per ricordare l'indicibile. Ma quando venti anni fa c'era riuscita, non aveva più smesso di cantare. Nel 2013, con un'amica italiana, Antonella Romeo, aveva raccontato in un bel libro le «svolte brusche» e le tragedie della sua vita. Soprattutto negli ultimi anni, Esther era molto preoccupata dal risorgente antisemitismo: «Dopo il 1945 — mi disse — la Germania non ha fatto alcuna denazificazione. Ci fu silenzio. Non fu fatta luce sui criminali, solo negli anni 70 si è cominciato a parlare di Olocausto, grazie a un film americano. E questa e la ragione per cui oggi ci sono tanti neonazisti in giro. L'antisemitismo è in aumento: attacchi, aggressioni. Per questo io canto e vado nelle scuole a testimoniare ciò che ho vissuto». Requiem per «la ragazza con la fisarmonica».

Stefania Ulivi: "Un cartoon per Anna Frank: 'Rendo presente il suo diario' "

Where Is Anne Frank (2021) - IMDb
La locandina del film

Il senso sta nella mancanza del punto interrogativo alla fine del titolo. Where is Anna Frank, nuovo film d'animazione di Ari Folman, fuori concorso al festival, è molto di più che una nuova versione cinematografica del celebre diario pubblicato nel 1947 dal padre Otto, unico sopravvissuto della sua famiglia ai campi di sterminio. E un'opera che parla al presente, grazie alla protagonista, Kitty, l'amica immaginaria che prende vita nella Amsterdam dei nostri giorni, del tutto ignara di cosa sia successo in questi 75 anni, ignara della morte stessa di Anna tra il febbraio e il marzo 1945 a Bergen-Belsen. Seguendo le tracce delle sue peregrinazioni dopo l'ultima pagina del diario, ne ricostruirà il destino e arriverà a incrociare quello di tante famiglie di rifugiati. Anna Frank, dice Folman è qui e ora, in ogni luogo dove ci sono bambini minacciati da guerre, dittature, ingiustizie. «Attenzione, non facciamo nessun parallelo tra Olocausto e altri genocidi, né con le condizioni dei migranti in Europa», sottolinea il regista che dedica il film ai suoi genitori, sopravvissuti ai campi, «che varcarono i cancelli di Auschwitz la stessa settimana che la famiglia Frank varcò quelli di Bergen-Belsen». L'intenzione, insiste il regista di Valzer con Bashir e The Congress, è «rendere viva la sua eredità, il nesso tra passato e presente. Invitare a guardarsi intorno. Ci sono molte organizzazioni dall'inizio della crisi migratoria che sostengono le persone coinvolte, in primo luogo i bambini. Uno su cinque si trova in situazione di pericolo. Oggi gli eroi sono i tanti attivisti che cercano di fare qualcosa per loro». Come il giovane Peter che fa da guida alla vitalissima Kitty e le fa scoprire la realtà dei sans-papier tra cui la piccola Awa arrivata dal Mali. Un lavoro complesso e minuzioso, Where is Anna Frank (da noi sarà distribuito da Lucky Red), con l'animazione a cura di Yoni Goodman e i disegni di Lena Guberman, già autrice della graphic novel che lo ha ispirato. La genesi risale a otto anni fa su spinta della Fondazione Anna Frank di Basilea. L'idea era trovare un modo nuovo di raccontare l'Olocausto, più vicino ai più giovani. Con l'urgenza che nasce dalla consapevolezza che quando l'ultimo sopravvissuto se ne sarà andato, lo sterminio nazista degli ebrei sembrerà una storia remota. «Lo diceva uno di loro in un documentario visto molti anni fa che mi è rimasto nel cuore. E me lo ha ripetuto con forza anche mia madre». Negli ultimi anni sono cresciuti sentimenti di negazionismo e antisemitismo. Di questo, sostengono gli autori del film, è la politica che deve farsi carico. «Noi possiamo, attraverso il cinema, far crescere la consapevolezza dei rischi che corriamo. E, sopratutto rivolgerci alle nuove generazioni. Prendere parte, tenere gli occhi aperti». E non pensare che la memoria sia qualcosa da tenere ingabbiata in un museo. «Come dire, togliere la polvere dal diario, dargli nuova linfa, portarlo nel presente». Dove tra i visitatori della casa nella quale si nascose la famiglia Frank spunta persino Justin Bieber. Ma l'intenzione era ciò che nel diario non c'è: i sette mesi tra la cattura da parte degli agenti della Gestapo dopo una denuncia, ancora anonima, nell'agosto 1944, e la morte. «Credo che il diario di Anna Frank sia un capolavoro ma che il suo straordinario successo sia legato al fatto che dentro non ci sono violenze a crudeltà. La storia della loro vita clandestina ma non l'orrore del ghetto, dei campi. Era importante ricordare cosa successe dopo». Nella speranza che non accada mai più.

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