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Corriere della Sera Rassegna Stampa
25.09.2014 Dal Maghreb al Golfo persico: l'ombra del Califfato si estende
Commento di Franco Venturini

Testata: Corriere della Sera
Data: 25 settembre 2014
Pagina: 32
Autore: Franco Venturini
Titolo: «La piovra islamista nel Mediterraneo»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 25/09/2014, a pag. 32, con il titolo "La piovra islamista nel Mediterraneo", il commento di Franco Venturini.


Franco Venturini                Hervé Gourdel


Miliziani dell'Isis

Risulta atrocemente scontata la risposta di sangue che il fanatismo islamista ha dato ieri ai bombardamenti che aerei francesi hanno condotto in Iraq a fianco di quelli americani. L’escursionista Hervé Gourdel è stato decapitato come lo sono stati prima di lui due giornalisti statunitensi e un volontario britannico. Stesso orrore, stessa macabra scenografia da trasmettere con le tecnologie del mondo globalizzato.
Ma qualcosa di nuovo c’è, ed è proprio questo che non deve sfuggirci. L’assassinio mediatico non ha avuto luogo in Iraq, bensì in Algeria, sulla riva meridionale del «nostro» Mediterraneo. E a lordarsi le mani di sangue non è stato un uomo di quell’Isis di cui abbiamo imparato a conoscere la ferocia, bensì l’affiliato di una semisconosciuta organizzazione alleata. In altri termini la morte di Hervé Gourdel dimostra a chi ancora ne dubitava che l’Isis dell’Iraq e della Siria è soltanto la testa di una piovra islamista che ha moltissimi tentacoli, anche vicini a noi. E dimostra altresì che non esistono vie di fuga, che non è possibile sottovalutare il fenomeno cullandosi in una falsa sicurezza. Nessuno al mondo nega oggi che le forme deliranti di estremismo predicate e poste in pratica dall’Isis rappresentino la più grave minaccia esistente contro gli equilibri internazionali e gli sforzi (spesso inutili) volti a contenere le crisi regionali. I sunniti ultraradicali dell’Isis non si limitano a uccidere e a martirizzare le minoranze religiose a cominciare da quella cristiana. La creazione di un loro «Califfato» a cavallo tra Iraq e Siria può preludere alla fine delle frontiere uscite dalla Prima guerra mondiale, alla disgregazione sia dell’Iraq che della Siria, alla nascita di un Kurdistan iracheno indipendente che innescherebbe altre reazioni, a una totale perdita di controllo nella lotta interislamica tra sunniti e sciiti, alla proliferazione nucleare se l’Iran nelle nuove condizioni si dotasse dell’arma atomica. Ma non è tutto. L’Isis vuole colpire con il terrorismo l’America e l’Europa, oltre a Israele. Tremila europei hanno raggiunto i suoi ranghi con in tasca passaporti della Ue, e possono tornare addestrati a compiere attentati. E ora, sulla pelle di Hervé Gourdel, abbiamo anche la prova che di Isis ce ne sono tanti, forse anche a due passi da casa nostra (in Libia, per esempio). Se il termine minaccia ha un senso, l’Isis lo riassume alla perfezione. E davanti alle minacce si possono fare due cose: cedere sperando di salvarsi, o reagire per vincere la sfida. Siamo della seconda scuola, quando la minaccia è indubbiamente autentica.
Anche il pacifismo a zigzag di Barack Obama ha dovuto arrendersi all’evidenza di un clear and present danger e premere il grilletto. Nella coalizione araba che ha affiancato gli Usa attaccando l’Isis nelle sue retrovie in Siria si sono visti sunniti che sparavano su sunniti, Assad che si accontentava di essere stato informato in anticipo, l’Iran sciita che dialogava con l’America e aiutava ad ammorbidire Damasco. Non sono questi segni di una estrema gravità e urgenza, a prescindere dalle colpe di ognuno, anche recenti? Quanto agli europei, dei francesi abbiamo detto e dobbiamo loro solidarietà. Gli inglesi ci stanno pensando su, e alla fine faranno come i francesi. L’Olanda medita di schierare sei F-16, come il Belgio. La Germania è impegnata sul piano umanitario, ma forse farà di più. L’Italia ha offerto addestratori e un aereo da rifornimento in volo. Di altri poco si sa. E poi (sia chiaro che la Mogherini non c’entra, e peraltro non è ancora in carica) si discute di politica estera e di sicurezza comune. Pur notoriamente spaccata, l’Europa adotta all’unanimità le sanzioni antirusse energicamente «consigliate» dall’America. Ma quando l’America scende in campo, e lo fa contro la più indiscutibile e riconosciuta minaccia globale del mondo odierno, allora l’Europa esita, pensa, non sa se mettere o non mettere il piede nell’acqua. Beninteso si tratta di decisioni nazionali, visto che una politica estera comune non esiste e non può esistere senza un balzo in avanti integrazionista. Ma questo sottolinea, semmai, un imbarazzo transatlantico e intereuropeo destinato a crescere. Nessuno ha la certezza di poter battere l’Isis e i suoi imitatori. Anzi, una campagna aerea senza «stivali sulla sabbia» oltre a durare anni potrebbe non raggiungere l’obbiettivo di battere o almeno di contenere i discepoli di al Baghdadi. La guerra, come ha detto Obama, si annuncia difficile e molto lunga. Ed è vero che non dobbiamo e non possiamo dimenticare i nostri ostaggi e il pericolo che essi corrono. Ma se nessuno pensa di mettere stivali sulla sabbia, evitiamo almeno di mettere la testa sotto la sabbia.

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