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Bollettino della Comunità ebraica di Milano Rassegna Stampa
08.05.2022 Ritorno a Tunisi: sulle tracce di una memoria interrotta
Commento di Ilaria Myr

Testata: Bollettino della Comunità ebraica di Milano
Data: 08 maggio 2022
Pagina: 12
Autore: Ilaria Myr
Titolo: «Ritorno a Tunisi: sulle tracce di una memoria interrotta»

Riprendiamo dal BOLLETTINO della Comunità ebraica di Milano, maggio 2022, a pag. 12, con il titolo "Ritorno a Tunisi: sulle tracce di una memoria interrotta" il commento di Ilaria Myr.

This could be the end of Tunisia's ancient Jewish community - Middle East  News - Haaretz.com

Terra di radici famigliari, amicizia e convivenza pacifica fra le diverse etnie. Terra di odori e sapori indimenticabili, in cui gli ebrei hanno vissuto per secoli in pace con i propri vicini, in un costante e proficuo scambio di cultura e tradizioni con musulmani, cattolici e molti altri. Ma anche, dagli anni ‘50, luogo di attriti e tensioni, che hanno spinto una gran parte della popolazione ebraica a lasciare questo lido felice in cui hanno vissuto da sempre in armonia, e a trasferirsi all’estero, principalmente in Israele e in Francia. È un ritratto a colori, ma con qualche pennellata di grigio, quello della comunità ebraica in Tunisia che emerge dal nuovo film Du TGM au Tgv. Une histoire tunisienne, realizzato da Ruggero Gabbai, che verrà presentato il 24 maggio a Parigi al prestigioso cinema Rex. Una Premiére in grande, molto attesa nella capitale francese, e che si prospetta molto partecipata: si tratta infatti della prima volta che il cinema affronta il destino degli ebrei provenienti da questo paese arabo come parte integrante della storia della Tunisia. È lo stesso titolo – in italiano Dal TGM al Tgv. Una storia tunisina (il TGM era un piccolo treno che collegava le località marittime La Goulette e La Marsa a Tunisi, mentre il Tgv è il treno francese ad alta velocità) – che rivela già da solo l’obiettivo del film: raccontare la vita degli ebrei in Tunisia e il loro esilio, ricollocando la presenza ebraica all’interno della storia del Paese, da cui è stata in gran parte cancellata negli ultimi decenni. Ma anche approfondire la questione dell’identità di chi da lì è andato via e di chi invece è rimasto e tuttora lì vive. Per il regista milanese fondatore della casa di produzione Forma International, si tratta di un ritorno ad argomenti ebraici (suoi Memoria, Starting over again, Libia. L’ultimo esodo, Il viaggio più lungo, La Razzia – Roma, 16 ottobre 1943, KinderBlock): negli ultimi anni, infatti, ha realizzato diversi film di successo, come Being Missoni, trasmesso su Sky Arte, e CityZEN sul quartiere Zen di Palermo (andato su Sky Atlantic), e diversi spot televisivi. Il 10 maggio, inoltre, verrà presentato a Palazzo Reale a Milano il film Enrico Cattaneo. Rumore Bianco, girato con Francesco Clerici, sul noto fotografo milanese. «Il produttore, Gilles Samama, ha visto il mio film sugli ebrei egiziani Starting over again in un cinema a Parigi presentato dal produttore Elliott Malki e mi ha chiesto di realizzare un prodotto sulla Tunisia, che potesse raccontare questa ricca storia con i giusti toni. All’inizio non ero molto convinto di accettare: non sono francese e neanche tunisino di origine… Ma forse è anche il fatto che io sia italiano e che abbia uno sguardo più fresco, meno emotivamente coinvolto, che lo ha spinto a rivolgersi a me. L’ho incontrato, ho parlato con l’autrice e con l’attore Michel Boujenah, che mi hanno convinto a dare un taglio non nostalgico ma che si concentrasse sul tema del trauma e dell’esilio e che includesse però anche la contemporaneità». Tutto questo succedeva però poco prima dell’inizio della pandemia, che ha per forza di cose allungato i tempi di realizzazione, rendendola più difficoltosa. Il risultato, però, sembra non ne abbia minimamente sofferto, anzi: grazie anche alle bellissime immagini dei paesaggi tunisini, in cui la troupe ha girato e alle splendide musiche – composte fra gli altri dal creatore di Gotan Project, Philippe Cohen Solal – il film racconta, con un ritmo perfetto, la Storia di una delle comunità ebraiche più importanti del Mediterraneo e del suo esilio in Francia. Il film verrà proiettato anche nel prossimo futuro a Milano, con la collaborazione del Consolato francese.

Tanti pezzi di un unico puzzle
A ricostruire questo variegato mosaico sono le storie di tanti ebrei che con la Tunisia hanno un legame particolare. Molti degli intervistati ci sono nati e cresciuti, come il famoso attore Michel Boujenah, il cantautore e compositore di musical Felix Gray (autore della bellissima canzone Cafè des delices, inno della nostalgia nordafricana, interpretata da Patrick Bruel), l’oncologo di fama mondiale David Khayat, il medico Eric Baroukh con la figlia Sarah, scrittrice tradotta anche in Italia e René Trabelsi, ebreo di Djerba che è stato Ministro nel governo tunisino fra il 2018 e il 2020. Altri, invece, sono francesi della seconda o terza generazione, come il parlamentare Meyer Habib, il musicista Philippe Cohen Solal, che rivela «ho nostalgia di una Tunisia che ho vissuto solo dai racconti dei miei genitori», o la gallerista d’arte Camille Levy Sarfati, che decide di tornare a vivere in Tunisia per ritrovare le proprie radici e riscoprire da dentro il luogo tanto presente nella propria famiglia. «A casa mia non si parlava mai della Tunisia, perché dominavano l’odio e la rabbia nei confronti del Paese che li aveva spinti ad andarsene. Ma la Tunisia era ovunque: nei piatti, nel linguaggio, nelle decorazioni delle case. Eravamo tunisini, ma senza Tunisia». Andando a vivere a Tunisi, Camille ha messo insieme tutti i pezzi del puzzle: «Tornare qui è stato per me un gesto politico, volevo riprendere la mia identità di tunisina. Questo è il posto in cui mi sento a casa», dice. Interessante è anche il punto di vista di Slim Zorgani, giovane musulmano che, grazie all’amicizia con Jacob Lellouche, artista ebreo tunisino tornato recentemente nel Paese, “scopre” cosa sono gli ebrei e riscopre il ruolo che essi hanno avuto nella storia della Tunisia, testimoniato ancora oggi dalla presenza nelle città di sinagoghe e monumenti. «Nei programmi di scuola non si parla degli ebrei e sono cresciuto con la convinzione che un ebreo è una persona cattiva», dice Slim. «I giovani tunisini di oggi stanno prendendo coscienza che il patrimonio, per il quale io lotto da qualche anno, non è solo mio, ma appartiene anche a loro», commenta Lellouche. Ma c’è anche Mohsen Mouelhi, sufi della congregazione di via Padova, nato in Tunisia, che ricorda l’amicizia con gli ebrei, e il sindaco onorario di Sarcelles, banlieue parigina in cui si stabilirono molti ebrei dagli anni ’60, che descrive un ambiente all’epoca armonioso e multiculturale. Da diversi anni, quello spirito di rispetto e convivenza reciproca hanno lasciato il posto a violenza, razzismo e antisemitismo a Sarcelles così come in molte altre banlieue parigine: non si dimentichi che veniva da Sarcelles il giovane ebreo Ilan Halimi, torturato e lasciato morire nel 2006 dalla Banda dei barbari. In questi luoghi oggi essere riconoscibile come ebreo è un pericolo.

Una dolce vita, fatta di fratellanza e libertà
Quella vissuta in Tunisia fino alla metà degli anni ’50 era una vita meravigliosa, una dolce vita fatta di feste, divertimento, sempre all’aria aperta e al mare. «Lasciavamo Tunisi a giugno per andare tre mesi a la Goulette, al mare, dove affittavamo un appartamento vuoto e ci traslocavamo tutte le nostre cose – raccontano le signore Gracieuse Dana e Monique Tahar -. Il frigo, il letto: tutto veniva trasportato per 30 km su dei carretti che andavano lentamente fino a La Goulette». Non c’erano distinzioni fra ebrei e gli altri: «abitavamo tutti insieme: musulmani, italiani, ebrei – racconta il regista e produttore tv Pullicino -. Tutti andavamo d’accordo. Eravamo i bambini più felici del mondo perché festeggiavamo le feste musulmane, cristiane ed ebraiche». «Ci scambiavamo i piatti le cucine – racconta il sufi Mohsen Mouelhi –: fino a una certa età io pensavo che Pesach e Natale fossero feste musulmane. Casa mia confinava con la sinagoga e tutti i sabati sentivo la frase ‘Baruch Hu, Baruch shemoò. “Posso dirlo anche io?”, chiedevo a mio padre, e lui mi rispondeva: “Non c’è problema. Noi diciamo ‘Berik u Berik u esmahu’, è molto simile”».

Le prime nubi nel cielo
Con la nascita dello Stato ebraico, nel 1948, si hanno le prime aliyot, che crescono con l’indipendenza della Tunisia, nel 1956: aumentano le tensioni con i musulmani e gli attacchi contro gli ebrei, e anche se il governo non prende delle misure antiebraiche e non li caccia (come avvenne in altri Paesi mediterranei e mediorientali), in molti partono per Israele e la Francia. Nel 1956 gli ebrei in Tunisia sono scesi già a quota 60.000. Ma con la Guerra dei Sei Giorni a Tunisi ci sono manifestazioni contro Israele, e vengono bruciati negozi e attività di ebrei. «Ho visto dal balcone di casa mia delle persone che dopo essere entrate di forza nella macelleria sotto casa, salivano le scale del mio palazzo con dei lunghi coltelli urlando in arabo “sgozziamo gli ebrei!”», ricorda Sonia Fellous. Da qui la decisione di molti di andarsene. «Non saremmo mai partiti, non c’era alcuna ragione fino a quel momento – racconta l’attrice e musa di Yves Saint-Laurent Lizzie Brami -. Ma ci avevano preso i nostri beni, non potevamo più restare».

Da Tunisi a Parigi (e Sarcelles): una nuova vita e identità
Entrare a fare parte della società parigina non è facile, né per gli adulti, che si devono abituare a spazi molto ridotti e a una vita molto più semplice, né per i bambini, che si sentono diversi dai loro compagni di scuola francesi per provenienza e abitudini famigliari. «Alle 16 i miei amici mangiavano pane e cioccolato – racconta David Khayat -, io invece mangiavo pane e harissa». Ma non ci sono solo i francesi: anche all’interno del mondo ebraico gli ebrei tunisini si sentono diversi rispetto agli altri ebrei, gli askenaziti, più integrati nella società rispetto a loro. Per chi arriva, invece, a Sarcelles, banlieue parigina all’epoca appena nata, l’impatto è molto più facile: qui c’è un ambiente multiculturale e libero, simile a quello che avevano in Tunisia. Essere ebrei tunisini e francesi insieme è possibile? Per Liliane e Roger Belhassen «a casa siamo tunisini ebrei, fuori siamo figli della Repubblica». Ma per l’attore Michel Boujenah è un’altra cosa: «La mia identità di tunisino viene sempre tirata fuori riguardo alla mia arte. Vorrei invece almeno per una volta sentire solo che sono un buon artista. Punto».

Chi va, chi resta
Ma quella degli ebrei tunisini non è solo una storia di esilio. A Tunisi funziona ancora oggi un centro comunitario, all’interno di una ex scuola ebraica, di cui si occupa il giovane Moché Uzan: «Io sono tunisino, la mia lingua è l’arabo e questo è il mio Paese – spiega -. È un onore essere uno degli ultimi eredi di questa comunità ebraica millenaria ed essere il punto di contatto fra molti ebrei emigrati all’estero e la loro terra di origine». Ma anche nella città meridionale di Zarzis c’è ancora una comunità ebraica, così come a Djerba, dove esiste una delle più antiche sinagoghe al mondo, La Ghriba. «A Djerba non c’è un ebreo che non rispetti lo Shabbat – racconta Seoudi Elya Haddad in un arabo inframmezzato dal francese-: ci sono 12 o 13 sinagoghe e una scuola ebraica. Ci vestiamo e parliamo un po’ diversamente dagli arabi, ma non c’è alcun conflitto, ci vogliamo bene e ci rispettiamo a vicenda». Un mondo ebraico antico, dunque, quello di Djerba, incastonato da secoli all’interno di un paesaggio mediterraneo mozzafiato, che richiama ogni anno turisti e pellegrini ebrei da tutto il mondo. L’identità, per chi è rimasto qui, è solo un punto di vista. «Sono un arabo ebreo, o un ebreo arabo: come preferite…», dice Ishak Yaiche di Djerba. Per chi, invece, come Jacob Lellouche, ci è tornato per vivere, candidandosi anche alle elezioni politiche locali, essere tunisino è il fondamento della sua identità: «A chi qui mi taccia di essere sionista perché ebreo, rispondo: “se tu vuoi che io vada in un Paese che non conosco e che non sento mio come la Tunisia, forse il vero sionista sei tu”…».

Ebrei in Tunisia: una storia antica
 Quella degli ebrei in Tunisia è una storia antica che risale a 2000 anni fa, secondo la leggenda all’epoca della caduta del primo tempio, nel 586 aev. Nei secoli la popolazione ebraica si installa su tutto il territorio tunisino, arrivando a urbanizzarsi nel X secolo. Importante è l’arrivo alla fine del 1400 di molti ebrei livornesi di origine marrana, attirati dagli affari nella navigazione commerciale. Questi ebrei, chiamati Granas, i cui cognomi ricordano la loro origine spagnola o portoghese – ad esempio Sarfati e Boccara – parlano fra loro toscano o ladino e si distinguono per il fatto di essere più laici, integrati e per le professioni più altolocate che svolgono, da quelli autoctoni, i Twansa, che parlano giudeo-tunisino, più integrati nella società araba, più osservanti delle norme ebraiche, di posizioni economiche modeste. Due comunità all’interno della stessa comunità, che vivono separatamente, e separatamente anche muoiono, come si evince dalla scena del film girata nel cimitero del Borgel, a Tunisi, in cui Sonia Fellous parla di due zone separate di tombe, i Granas da un lato e i Twansa dall’altro. Fino al 1948 la comunità ebraica di Tunisi conta 100.000 anime, che partecipano attivamente allo sviluppo culturale ed economico. Con la nascita dello Stato ebraico, nel 1948, si hanno le prime aliyot, che crescono con l’indipendenza della Tunisia, nel 1956: aumentano le tensioni con i musulmani e gli attacchi contro gli ebrei, e anche se il governo non prende delle misure antiebraiche, in molti partono per Israele e la Francia. Nel 1956 gli ebrei in Tunisia sono scesi già a quota 60.000. Oggi se ne contano in tutto il Paese 1500. Fra loro, alcuni giovani che decidono di ritrovare le proprie origini, ma anche alcuni anziani, che scelgono di passare la propria vecchiaia nella terra natìa.

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