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Bet-Mosaico Rassegna Stampa
04.05.2022 Viaggio fra gli scrittori ebrei ucraini: un mondo scomparso per capire il presente
Analisi di Marina Gersony

Testata: Bet-Mosaico
Data: 04 maggio 2022
Pagina: 16
Autore: Marina Gersony
Titolo: «Viaggio fra gli scrittori ebrei ucraini: un mondo scomparso per capire il presente»

Riprendiamo da BET, Bollettino della Comunità ebraica di Milano, maggio 2022,  con il titolo "Viaggio fra gli scrittori ebrei ucraini: un mondo scomparso per capire il presente", l'analisi di Marina Gersony.

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Marina Gersony

«Quante cose aveva visto la Russia nei mille anni della sua storia. Negli anni sovietici poi, aveva veduto formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe che sbarravano il corso del Dnepr e della Volga, un canale che univa i mari, e possenti trattori, e grattacieli… Una cosa sola la Russia non aveva visto in mille anni: la libertà». Scriveva così Vasilij Semënovič Grossman in Tutto scorre, romanzo oggi più che mai attuale scritto fra il 1955 e il 1963 e pubblicato postumo in Germania occidentale nel 1970: qui il grande scrittore racconta il ritorno alla libertà di Ivan Grigor’evič dopo trent’anni trascorsi nei lager sovietici, affronta la questione della responsabilità individuale, della delazione e descrive i terribili anni della collettivizzazione, dello sterminio dei kulaki, della carestia in Ucraina riflettendo sulla mancanza di libertà del popolo russo. Grossman nasce nel 1905 a Berdicev (Berdyčiv), Ucraina, cittadina appartenente all’oblast’ di Žytomyr che aveva dato i natali anche allo scrittore anglo-polacco (non ebreo), Joseph Conrad (alias Józef Konrad Korzeniowski); cittadina che era stata fino alla Prima guerra mondiale la seconda comunità ebraica dell’Impero russo cancellata prima dalla carestia provocata da Stalin e in seguito dall’esercito hitleriano. Ed è così che l’autore di Vita e destino (Adelphi) è tra i primi a raccontare come vennero liquidati gli ebrei in Ucraina: Vita e destino, il suo capolavoro che gli fu confiscato dalla polizia segreta dopo averlo consegnato alla casa editrice e che verrà pubblicato per la prima volta in russo a Losanna dalle Éditions l’Âge d’Homme, nel 1980, utilizzando un microfilm misteriosamente trafugato, forse con la complicità del fisico dissidente Andrej Sacharov, dagli archivi del KGB.

Shmuel Yossef Agnon, Shalom Aleichem, Isaak Ėmmanuilovič Babel, Bruno Schulz, Joseph Roth, Irène Némirovsky, Shaul Techernikhowsky, Ahad Ha’am (Asher Zvi Hirsch Ginsberg), Lidiya Yakovlevna, Hayyim Nahman Bialik, Leone Ginzburg, Rachel Bluwstein, Levin Kipnis, Aharon Appelfeld: sono solo alcuni tra i gli scrittori ebrei ucraini o di origine ucraina più noti al grande pubblico che con le loro opere di carattere narrativo, politico, religioso e folkloristico rappresentano un immenso patrimonio di memoria storica e culturale; scrittori che hanno rivestito posizioni ragguardevoli nella storia dell’ebraismo ucraino ed europeo e testimoniato l’orrore delle persecuzioni e i pogrom della fine del XIX causando inenarrabili sofferenze alla popolazione ebraica; ma anche i testimoni di periodi fecondi di scambio e di pacifica convivenza che ha prodotto grandi idee di sviluppo sociale, di emancipazione, la lotta al despotismo dello Zar, le pulsioni sioniste dei circoli intellettuali di Odessa e di Kiev, la apertura culturale di Lviv (Leopoli) fino alle accelerazioni e alle fermate di un Paese che oggi più che mai cerca di difendere il suo status di libertà, di indipendenza e di autonomia. «Tutta la storia dell’Ucraina è caratterizzata da confini mobili», spiega Massimiliano Di Pasquale, ucrainista esperto di Paesi post-sovietici e ricercatore associato dell’Istituto Gino Germani di Scienze sociali e studi strategici (il suo saggio Ucraina terra di confine. Viaggi nell’Europa sconosciuta, 2012, è stato un caso editoriale che ha fatto conoscere l’Ucraina al grande pubblico italiano). «Questa terra – osserva Di Pasquale – ha sempre subito storicamente tentativi di dominazione da parte di altri popoli, in primis la Russia. È quindi chiaro di come tutto questo abbia mescolato i confini portando un’assimilazione e formando un’identità ucraina nonostante il tentativo di russificazione. Tutto ciò si è riflesso anche in ambito culturale e artistico dove la presenza di etnie diverse ha prodotto vari generi letterari, contaminazioni, espressioni e modi di usare la lingua che raccontano la poliedricità e la tolleranza di un popolo proprio dovute alle sue diversità». Ed è proprio questo contesto si sviluppa una letteratura ebraica che nella sua specificità, tra luci e ombre, si rivela particolarmente interessante per i richiami a questa terra di frontiera, paniere di minoranze russe, bielorusse, moldave, ungheresi, romene, ceche, greche, bulgare, tatare e altre ancora dove era quasi sottinteso tollerarsi a vicenda; un melting pot di pensieri e visioni fin dai tempi della Rus’ di Kiev, all’epoca crocevia di popoli e culture essendo confinante (o avendo contatti) con i bulgari del Volga musulmani, i bizantini cristiani e i chazari ebrei, detti in ebraico kuzarim, un popolo nomade – il nome deriva da un verbo turco che vuol dire vagabondare – forte e indipendente, originario dall’Oriente, stabilitosi fra il VII e il X secolo tra il Mar Caspio e il Mar Nero. Arthur Koestler ipotizzò, per esempio, che gli ashkenaziti discendessero dai chazari e tale tesi fu ripresa da altri studiosi come il controverso storico israeliano Shlomo Sand (vedi articolo su Mosaico). Un panorama letterario quindi ibrido e variegato, dove la narrazione ebraica si fonde con l’autobiografismo, il dualismo esistenziale e il racconto universale che, sommati alla presenza di culture spesso in contrasto tra loro, offre uno spaccato più ampio della realtà narrata. «Gli ebrei ucraini furono presi nel fuoco incrociato della Storia durante la rivoluzione russa e le sanguinose guerre che seguirono fino alla fondazione dell’Unione Sovietica nel 1922, cinque anni dopo che i bolscevichi cercarono per la prima volta di rovesciare lo zar. I comunisti sovietici lavorarono quindi per distruggere tutte le espressioni religiose dell’ebraismo nell’URSS e controllare la natura della cultura ebraica laica, per lo più yiddish, nel loro paese – scrive in un recente articolo del Forward il rabbino Lance Jonathan Sussman, storico e professore –. Ma il peggio doveva ancora venire. Nel 1941, i nazisti infransero il loro trattato di non aggressione con la Russia e lanciarono l’operazione Barbarossa, la più grande operazione militare della storia, per creare un Lebensraum, uno spazio vitale, per la Germania a est e impadronirsi delle ricche risorse naturali dell’area. Le SS Einsatzgruppen seguirono l’esercito tedesco e massacrarono fino a un milione di ebrei ucraini in sparatorie di massa, incluso il massacro di Babi Yar nel settembre 1942.

La conoscenza di Babi Yar fu negata dai comunisti che governarono l’Ucraina fino al 1991 e alla caduta dell’Unione Sovietica». Vediamo più da vicino chi sono alcuni di questi scrittori ebrei ucraini famosi (altri ne potremmo citare, il tema è vastissimo), la loro relazione secolare con gli ucraini e il suo riflesso sulla letteratura; una relazione che merita di essere (ri)percorsa anche alla luce della terribile guerra russo-ucraina in corso e per aiutaci a comprendere meglio le origini dei conflitti in questa terra lacerata e i tempi drammatici che stiamo attualmente vivendo. Iniziamo da Odessa, città cosmopolita e visionaria dall’anima ucraina, russa, ebraica ma anche francese, chiamata anche la Napoli d’Oriente capace di ispirare musiche universali grazie alle magiche albe sul Mar Nero, non ultima la famosissima canzone ‘O sole mio, e una letteratura ebraica indimenticabile. Odessa, principale città portuale per i primi pionieri sionisti in viaggio verso la Palestina turca; la seconda comunità ebraica più grande in Ucraina; la città che stava vivendo un vero e proprio rinascimento ebraico con la riconsegna alla comunità nel 2016 della celebre Sinagoga «Brodskij» e oggi nel bel mezzo a un conflitto che fa tremare il mondo. Odessa che evoca scrittori come Leone Ginzburg, letterato e antifascista tra i principali animatori della cultura italiana negli anni Trenta, nato nella città portuale sul Mar Nero o come Vladimir Jabotinskij, tra i capifila del «revisionismo sionista», nonché scrittore, oratore, soldato e fondatore dell’Organizzazione per l’autodifesa ebraica a Odessa. E naturalmente il grande Isaak Ėmmanuilovič Babel, noto in Italia soprattutto per I Racconti di Odessa, scritti tra il 1923 e il 1932. «Tra gli scrittori ebrei ucraini – osserva Di Pasquale – non si può non citare questo grande giornalista, drammaturgo e scrittore. Babel era nato in un quartiere yiddish da una famiglia di Odessa di piccoli commercianti ebrei che proveniva da Skvyra, una cittadina dell’oblast’ di Kiev. Sopravvisse al pogrom del 1905 con l’aiuto di vicini di casa cristiani che nascosero la sua famiglia, ma suo nonno Šojl fu uno dei circa 300 ebrei uccisi. È stato uno scrittore molto importante che è ha descritto la sua città natale agli inizi del Novecento. Ha scritto pagine ironiche e divertenti, soffuse da una sottile vena nostalgica. Suggestive e indimenticabili sono le descrizioni di case, cortili e strade della Moldavanka, il quartiere popolare di Odessa, popolato da personaggi un po’ picareschi. Un mondo degli anni Venti in disfacimento. Babel, che inizialmente aveva appoggiato la rivoluzione bolscevica, ne fu in seguito disilluso. Ed è proprio questa disillusione che lo riportò al ricordo del quartiere della sua infanzia. Definito il “Maupassant slavo”, aveva raccontato il sole fecondo di Odessa con un tono narrativo brioso e vivace rispetto a una letteratura russa più brumosa e drammatica. E ora passiamo alla Galizia, quella Galizia storica che oggi si estende in alcune delle moderne regioni dell’Ucraina occidentale (in particolare gli oblast’ di Leopoli, Ternopil e di Ivano-Frankivs’k), fulcro di una vita ebraica formicolante, tormentata ed estatica con i suoi shtetl, il suo yiddish, le sue tradizioni millenarie all’insegna del Talmud e della Torah; la Galizia dalle infinite storie e biografie, un tempo centro di fermento e di cultura rabbinica poi andato in rovina; il bloodland tra Auschwitz e Babyn Yar, come lo definì Timothy David Snyder, scrittore e storico americano specializzato nella storia dell’Europa centrale e orientale e dell’Olocausto (suo il bestseller Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin, 2010); ma anche una regione ispiratrice e feconda che ha visto nascere autori poliedrici come Shmuel Yossef Agnon, 1888 – 1970 pseudonimo di Shmuel Yosef Halevi Czaczkes, Premio Nobel per la Letteratura nel 1966 e scrittore israeliano amatissimo ancora oggi in Eretz Israel.

Nato nel 1888 in una famiglia di mercanti ebrei polacchi a Buczacz – villaggio della Galizia polacca allora parte dell’Impero Austro-ungarico e attualmente Buchach in Ucraina – sono soprattutto gli shtetl ottocenteschi dell’Europa orientale con i suoi abitanti i protagonisti delle sue prime opere, di volta in volta drammatiche, visionarie e raffinate; opere che rievocano il suo villaggio natale dove fece brevi visite da adulto e dove si rese presto conto della differenza tra la realtà del presente e un passato chimerico immaginato. Consapevole degli eventi e dei loro effetti sulle comunità ebraiche sempre più vulnerabili e chiuse in sé stesse e alla luce del suo profondo retaggio ebraico, Agnon descrive la vita ebraica nell’Europa orientale dopo la Prima guerra mondiale. Un romanzo tra tutti, A Guest for the Night (Un ospite per la notte), è ambientato nella città di Buchach, dove l’autore a cavallo tra due mondi ripercorre la storia di un ebreo che torna nel luogo delle sue origini per scoprire quanto è accaduto a molti dei suoi amici, vittime di conflitti, pogrom o malattie. Questo romanzo del 1939 rivela la visione di Agnon del passato, della tragicità del presente e della speranza per il futuro del suo popolo e fa riflettere sull’oscurità che pervade l’Europa e la realtà instabile in Palestina di quegli anni dove lo scrittore emigra due volte trasferendosi nell’intervallo a Berlino. Ebrei orientali, anime erranti di uno Ostjudentum sempre più frantumato in un groviglio di esistenze chiuse nei loro villaggi o sparse negli oblast’ ucraini; ebrei in movimento perenne che partono dalla Galizia e dalle terre di Ucraina alla ricerca di un futuro migliore, Vienna, Berlino, Parigi. Siamo fine Anni Venti, Joseph Roth, ebreo di lingua tedesca nato 1894 a Schwabendor, nei pressi di Brody, distretto di Leopoli, descrive nel suo magnifico Viaggio ai confini dell’Impero (1924) la Galizia della Prima guerra mondiale e le sorti della sua terra natia attraverso una memoria poetica e nostalgica per la sua indimenticabile Heimat. Nessuno meglio di lui, cantore della finis Austriae nonché autore di capolavori come La cripta dei cappuccini e La leggenda del santo bevitore, riesce a descrivere puntualmente la scomparsa dell’Impero Austro-ungarico che aveva cercato di unire lingue, tradizioni, culture e religioni diverse. Un mondo narrato con partecipazione e lucidità talvolta spietata.

Folgorante il piccolo saggio Ebrei erranti (Adelphi), un reportage-gioiello di narrativa. Ecco un passaggio che descrive gli ebrei orientali che arrivano a Vienna: La prima, più difficile strada lo porta all’ufficio di polizia. Dietro lo sportello siede un uomo che non può sopportare gli ebrei in generale e gli ebrei orientali in particolare. Quest’uomo pretenderà dei documenti inverosimili. Documenti che nessuno pretende mai dagli immigrati cristiani. Tra l’altro i documenti dei cristiani sono sempre in perfetto ordine. Tutti i cristiani hanno comprensibili nomi europei. Gli ebrei hanno nomi ebraici incomprensibili. E non è tutto: hanno due o tre nomi di famiglia collegati da un false o da un recte. Non si sa mai come si chiamino. I loro genitori li hanno uniti in matrimonio solamente il rabbino. La loro unione non ha alcuna validità legale. Se il marito si fosse chiamato Weinstock e la moglie Abramofsky, i figli di questa coppia si sarebbero chiamati Weinstock recte Abramofsky o anche Abramofsky false Weinstock. Supponiamo che il figlio sia stato battezzato col nome ebraico Leib Nachman. Visto che è un nome difficile e che potrebbe avere un suono irritante, egli sarà chiamato Leo. Dunque il suo nome suonerà così: Leib Nachman, detto Leo Abramofsky false Weinstock. Nomi del genere procurano difficoltà alla polizia. La polizia non ama le difficoltà. E magari si trattasse solamente di nomi! Neppure le date di nascita corrispondono. Abitualmente i certificati vengono bruciati. (Negli uffici di stato civile dei piccoli centri della Galizia, della Lituania e dell’Ucraina i certificati sono sempre stati bruciati). Tutte le pratiche sono state smarrite. Non è chiara la cittadinanza. E dopo la guerra e la pace di Versailles è diventata ancora meno chiara. Sempre in Galizia, a Pereiaslav (oggi Poltava), vicino a Kiev, nasce nel 1859 Sholem Aleichem, pseudonimo di Sholem Naumović Rabinović, considerato uno dei padri fondatori nonché instancabile divulgatore della moderna letteratura yiddish che vanta una vastissima produzione letteraria: Tewje il lattaio, uscito per Bollati Boringhieri nel 2020, è probabilmente il suo romanzo di maggior successo, dal quale venne tratto il musical che debuttò a Broadway nel 1964, al quale seguì nel 1971 il film, diretto da Norman Jewison (in Italia Il violinista sul tetto), vincitore di tre premi Oscar e due Golden Globe. E non tutti sanno che anche Leopold von Sacher-Masoch, a cui si deve il termine «masochismo», è nato a Lviv nel 1936. Narratore raffinato di gruppi etnici marginali e dello Zeitgeist nell’Impero Austro-ungarico, ha descritto con dovizia, tra l’altro, le tradizioni e i racconti legati agli ambienti ebraici galiziani a cui si sentiva profondamente legato (“Sono un filosemita non ebreo”, diceva). Una curiosità: Sacher-Masoch era pro-prozio della cantante e attrice inglese Marianne Faithfull, tramite sua madre, la baronessa austriaca Eva von Sacher-Masoch, coniugata Erisso, discendente del fratello dello scrittore. Spostiamoci infine più a sud, nell’attuale oblast’ di Černivci o Czernowitz (Černovcy in yiddish e Tshernovits in polacco), capoluogo della Bucovina settentrionale, allora Romania e oggi Ucraina, compresa all’epoca nell’Impero Austro-ungarico e chiamata Piccola Vienna, sede della prima e famosa conferenza internazionale sulla lingua yiddish nel 1908. Crogiolo anche qui di popoli e religioni, ma anche di feroci contrasti interetnici, nessuno meglio di Aharon Appelfeld, nato nei pressi di Czernowitz nel 1932, ha saputo raccontare il suo essere profugo e il suo disorientamento di eterno rifugiato ebreo in una terra di ebrei rifugiati. Memorabili le descrizioni che ricorrono in molti dei suoi scritti in cui rievoca, tra immaginazione e realtà, la sua storia di bambino errabondo (o di alter ego letterari) che fugge solitario e spaventato nelle cupe foreste ucraine durante la Seconda guerra mondiale; un bambino che arriva muto in Palestina, incapace di parlare dopo aver visto gli orrori della morte e della guerra; un’anima candida e innocente che si rifugia nel silenzio, «una lingua difficile, ma quando la si adotta nessun’altra lingua serve più». La Bucovina, che diede i natali anche a scrittori come Paul Celan (nome originale Paul Antschel) e Itzik Manger, importante poeta e drammaturgo tra i pochi cantori di lingua yiddish sopravvissuti a Hitler e a Stalin, pubblicato in Italia dalla casa editrice Giuntina (Il libro del paradiso), noto soprattutto per aver lavorato con i temi biblici, Midrash e Songs of the Megillah, che rappresentano i suoi primi tentativi di rielaborare e modernizzare del materiale antico e familiare.

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