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Libero Rassegna Stampa
22.06.2024 Spagna: gli affari di Sanchez con gli Stati arabi
Analisi di Giovanni Longoni

Testata: Libero
Data: 22 giugno 2024
Pagina: 1
Autore: Giovanni Longoni
Titolo: «Ora gli amici di Gaza passano all'incasso»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 22/06/2024, a pag. 13, con il titolo "Ora gli amici di Gaza passano all'incasso", analisi di Giovanni Longoni.

Giovanni Longoni.
Giovanni Longoni

Dietro il riconoscimento dello Stato palestinese da parte della Spagna, ci sono forti interessi di Sanchez in Qatar. Il sospetto è forte che Sanchez stia incassando il premio per le sue fatiche diplomatiche a favore della Palestina. Un premio consistente, va detto, perché il Qatar ha risorse finanziarie di primo piano. E il Qatar riceve gran parte dei finanziamenti dagli Stati Uniti (motivo per pensare che l'Occidente è perduto, se non capita un miracolo alla Casa Bianca). In merito, invitiamo tutti i lettori a leggere l'ultima analisi di Gabriel Barouch.

La questione del riconoscimento dello Stato palestinese è piuttosto paradossale: chi vorrebbe e da sempre vuole due Paesi è Israele perché ne otterrebbe la certezza di venire accettato dai vicini arabi. Però, senza garanzie che l’erigendo “Stato palestinese” non si riveli, come era la Striscia di Gaza guidata da Hamas, una nazione votata al terrorismo, adesso è proprio Gerusalemme che frena sulla soluzione a Due Stati.
Chi al contrario di Stato ne vuole solo uno, perché l’altro, cioè quello ebraico, lo sogna polverizzato, viene considerato il paladino della “soluzione”. Parliamo di Hamas, ovviamente, che per statuto è votato alla distruzione della Medinà Israel o Entità Sionista che dir si voglia. Ma la stessa leadership dell’Anp avrebbe dei problemi se ci fosse un vero Stato palestinese; non foss’altro perché ad Abu Mazen e soci toccherebbe di lavorare.
A ben vedere, la questione del riconoscimento della Palestina non è mai, in nessun caso, quella che sembra a prima vista. Se ne parla, ma si intende sempre altro.
Prendiamo ad esempio la Spagna di Pedro Sanchez, il Paese europeo che, dopo il 7 ottobre e la risposta israeliana all’attacco terrorista, più si è dato da fare per i Due Stati. Il governo socialista di Madrid ha brigato per portare dalla sua parte altri esecutivi e ha trovato sponda in Irlanda, Slovenia e Norvegia. Con Dublino, Lubiana e Oslo ha infatti compiuto lo storico riconoscimento, motivato dal fatto che si tratterebbe di uno «strumento per arrivare alla pace in Medio Oriente». Non sembra interessare granché, alla sinistra iberica, capire cosa ne sarà di Hamas cioè che impatto avrà sulla pace la persistenza di un partito armato così agguerrito e con appoggi internazionali. Si tratta di potenze regionali di primo piano come l’Iran; ma anche il Qatar ha sostenuto la causa di Hamas, la cui dirigenza ancora ospita sul proprio territorio, benché da un po’ di tempo, dietro le insistenze americane, sembri intenzionato a dare lo sfratto a Ismail Haniyeh.
Poi c’è la Turchia, pronta a prendere il posto del Qatar.
Iniziamo dall’emirato, piccolo e ricchissimo. Ieri il suo primo ministro e ministro degli Affari esteri, Mohamed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, era proprio a Madrid per una visita che aveva l’obiettivo di dare nuovo impulso agli investimenti della monarchia del Golfo in terra iberica. Al Thani, membrio della famiglia regnante, ha incontrato il re Felipe VI, il premier Pedro Sanchez e il ministro degli Esteri José Manuel Albares con il quale ha tenuto il Primo Dialogo Strategico, che dovrebbe servire appunto a convogliare gli investimenti del Qatar in Spagna. Si tratta del naturale sviluppo dell’accordo firmato da Sanchez durante la sua visita a Doha in aprile, che prevedeva una riunione annuale dei ministri degli Esteri dei due Paesi. La collaborazione sarà relativa a Difesa, Sicurezza e Giustizia, Innovazione, Istruzione e Cultura.
Il sospetto è forte che Sanchez stia incassando il premio per le sue fatiche diplomatiche a favore della Palestina. Un premio consistente, va detto, perché il Qatar ha risorse finanziarie di primo piano. Al contrario, ci sono governi che si accontentano di molto meno: ieri, mentre Al Thani chiacchierava con gli amici iberici, l’Armenia riconosceva lo Stato Palestinese. L’annuncio è stato dato dal ministero degli Esteri, citando l’impegno di Erevan per «il diritto internazionale, l’uguaglianza delle nazioni, la sovranità e la coesistenza pacifica», in opposizione alla «violenza contro le popolazioni civili». Il ministero israeliano degli Esteri ha convocato l’ambasciatore armeno per la lavata di capo di prammatica. Festa invece per Anp e Hamas. Sul giornale Filastin, vicino ad Hamas, si elogia il passo verso «l’aspirazione dei palestinesi di mettere fine all’occupazione sionista dei territori e di creare uno Stato indipendente e sovrano con Gerusalemme capitale».
Il ministero degli Affari esteri e degli Espatriati dell’Anp ha sottolineato «la profondità delle relazioni storiche e fraterne tra i popoli armeno e palestinese», evidenziando come «questo riconoscimento, che riflette l’autenticità delle relazioni storiche, sia in linea con il diritto internazionale e con tutte le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite». L’Anp si riferisce alla presenza storica di armeni in Terrasanta (uno dei quattro quartieri in cui Gerusalemme è divisa è quello armeno) e forse anche ad altro, come i difficili rapporti fra ebrei e armeni almeno a partire dalla dissoluzione dell’impero ottomano.
Armenia e Israele sono due Nazioni peraltro molto simili: vivono circondate da popoli ostili e cercano la protezione di una grande potenza. Israele ha la fortuna di avere dalla sua gli Stati Uniti, l’Armenia aveva la Russia. Ma i giochi di potere di Putin con Erdogan sono sfociati nel grande tradimento imputato dagli armeni ai russi nella recente guerra con cui l’Azerbaijan ha conquistato l’Artsakh (o Nagorno-Karabakh). Erevan sta cercando un nuovo amico: Francia e America sono pronte ad aiutare ma sono anche distanti. Alla fine gli armeni, con la lucidità di chi sta affogando, hanno scelto il peggio. L’Iran.

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