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Libero Rassegna Stampa
09.06.2024 Biden copia Reagan ma non è credibile
Commento di Daniele Capezzone

Testata: Libero
Data: 09 giugno 2024
Pagina: 1/13
Autore: Daniele Capezzone
Titolo: «Biden copia Reagan ma non è credibile»

Riprendiamo da LIBERO di oggi 09/06/2024, a pag. 1/13, con il titolo "Biden copia Reagan ma non è credibile", il commento di Daniele Capezzone. 

Confessioni di un liberale. Daniele Capezzone al Caffè della Versiliana  Giovedì 14 luglio, ore 18:30 - Versiliana Festival
Daniele Capezzone

Il discorso di Biden a Pointe du Hoc, dove tradizionalmente il presidente americano celebra la memoria dello sbarco in Normandia del 1944. Come Reagan, nel 1984, anche Biden parla in difesa delle democrazie. Contrariamente a Reagan, però, non è credibile. Con la sua amministrazione, le democrazie sono in ritirata. 

L’unica cosa rimasta identica è una scogliera carica di memorie insanguinate, quella di Pointe du Hoc, che il 6 giugno del 1944 fu teatro delle gesta eroiche dei rangers americani sotto il fuoco delle mitragliatrici e dei cannoni nazisti. Quei ragazzi (erano 225, dopo due giorni di combattimenti ne rimasero appena 90) poserò materialmente le basi per il successo di un’operazione di drammatica difficoltà, e quindi per la liberazione dell’Europa.
Quarant’anni dopo, nel 1984, proprio lì Ronald Reagan scelse di pronunciare uno dei suoi discorsi più emozionanti: più ancora che contro l’isolazionismo, a favore dell’eccezionalismo americano, chiamato a tenere alta - sempre e in ogni luogo possibile - la fiaccola della libertà e del contrasto all’oppressione.
Dopo altri quarant’anni, l’altro ieri pure Joe Biden ha deciso di parlare da quella scogliera: e - va detto - si è trattato di un buon discorso, che gli fa onore. Eppure ci sono almeno quattro ragioni una più macroscopica dell’altra per ritenere che le parole di Reagan fossero forti in quanto credibili, diversamente da quelle di Biden.
Primo. Reagan, nel giugno del 1984, stava per concludere un primo quadriennio di presidenza letteralmente trionfale, e si avviava, nell’autunno successivo, a una conferma elettorale larghissima. Riguardate su YouTube lo spot di quella campagna («It’s morning again in America», cioè «È di nuovo giorno in America»), tutto centrato su una speranza che riprende corpo: imprese che aprono, famiglie che si formano, bimbi che nascono. Reagan aveva già approvato il primo dei suoi megatagli fiscali (1981) e stava impostando quello di due anni dopo (1986). Con essi (e con la vertiginosa discesa dell’aliquota fiscale massima sulle persone dal 70 al 28%!), si sarebbe registrato il passaggio da una crisi economica profonda a un’esplosione senza precedenti di crescita, ricchezza e occupazione: l’ultimo trimestre del 1981, prima della “cura”, si era chiuso con un tasso di crescita (cioè di non crescita) del meno 4,9%; dopo la “cura”, inizia una stellare ripresa di lungo termine che dal 1983 arriverà a produrre il +4,9% nel 1986, il +7,6% nel 1987, il +7,7% del 1988!
Il Reagan che parlava nel 1984 era nel pieno di quella corsa meravigliosa. Il Biden di oggi è invece a fine corsa, molto probabilmente non sarà rieletto, guida un’America divisa e incattivita, e nella quale i dati di crescita - pur numericamente discreti, anzi buoni- non trasmettono l’idea di un'avanzata economica robusta e sostenuta.
Secondo. Reagan non era giovane di età (nell’84 aveva 73 anni), ma era intellettualmente vigoroso, capace di sorridere e creare empatia, tanto quanto di sferzare gli avversari. La sua capacità oratoria rimane leggendaria.
È impietoso paragonarlo a un Joe Biden che mostra segni sempre più evidenti di stanchezza: il recente report del Wall Street Journal sulle sue difficoltà psicofisiche è imbarazzante, tanto quanto le immagini di un presidente Usa che, anche nella trasferta francese, cerca sedie inesistenti per accomodarsi o pare salutare amici immaginari.

IN RITIRATA

Terzo. Nel 1984, nel mondo, la libertà era in piena avanzata: «Freedom is on the offensive», amava dire Margaret Thatcher, altra epica protagonista di quella fase. Oggi- ahinoi- è vero esattamente il contrario. In questo senso, fa impressione leggere il rapporto Freedom in the world 2024 elaborato da Freedom House, di cui sintetizzo così i dati salienti: la libertà globale è decresciuta nel 2023 per il diciottesimo anno consecutivo, a testimonianza di una tendenza lunga e ormai consolidata alla compressione, non all’espansione, della libertà e delle possibilità di scelta per gli esseri umani. I diritti politici e le libertà civili si sono ridotti in 52 paesi, mentre hanno fatto passi in avanti solo in 21 nazioni. In dettaglio, i paesi in cui si è assistito a una contrazione di diritti politici e libertà civili ospitano più di tre volte gli abitanti di quelli in cui si è invece assistito – sempre nel 2023 – a un miglioramento della situazione: 22% contro 7%. Complessivamente, secondo la tripartizione di Freedom House, il 38% degli abitanti del pianeta vive in paesi non liberi (not free), il 42% in paesi parzialmente liberi (partly free), e solo il 20% in paesi liberi (free). Per carità, si tratta di una convenzione, di una stima, di una ricerca come tale assolutamente discutibile, ma il dato aggregato è raggelante: tra paesi non liberi e solo parzialmente liberi, la popolazione mondiale coinvolta arriva all’80% degli abitanti del pianeta.
E si arriva qui alla quarta e ultima sconsolata osservazione. Tutto questo i tiranni lo sanno fin troppo bene, da Pechino a Teheran, passando per Mosca, così come lo sanno le centrali del terrore islamista. Reagan voleva davvero vincere contro l’Urss, e ci sarebbe riuscito: proprio il riarmo Usa, una spettacolare ed esemplare applicazione della strategia della deterrenza, schiantò l’Unione Sovietica, fino all’esito del 1989. Molti anni prima, lo stesso Reagan, interpellato sulla conclusione più desiderabile della Guerra Fredda, rispose con quattro parole: «We win, they lose», cioè seccamente - «Noi vinciamo, loro perdono». Andò effettivamente così: e risultò convincente in primo luogo perché lui stesso ne era convinto.
Non si può certo dire lo stesso delle attuali leadership occidentali (con rare eccezioni). E se devono suscitare diffidenza quei politici che - in troppe capitali europee- strizzano l’occhio agli autocrati, almeno altrettanta preoccupazione deve sorgere a causa dei massimi leader dello schieramento atlantico che dicono cose giuste nei giorni delle grandi commemorazioni, ma poi - nel concreto - non sembrano in grado di dar seguito a quegli annunci. Non sono creduti dalle loro opinioni pubbliche proprio perché non sono credibili. E - semmai - c’è da provare imbarazzo nell’immaginare le grasse risate che si saranno fatti Xi Jinping e Putin nel loro recente incontro: risate su un Occidente diviso, confuso, retorico e in ultima analisi non autorevole. Un triste incoraggiamento per loro, sull’orribile strada del rafforzamento delle autocrazie e di quella che dobbiamo iniziare a chiamare l’era della “non-libertà”.

 

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