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Libero Rassegna Stampa
05.05.2024 Chi incoraggia i prepotenti anti-israeliani
Commento di Daniele Capezzone

Testata: Libero
Data: 05 maggio 2024
Pagina: 1/13
Autore: Daniele Capezzone
Titolo: «La censura in università col via libera dei rettori»

Riprendiamo da LIBERO di oggi 05/05/2024, a pag. 1/13, con il titolo "La censura in università col via libera dei rettori", il commento di Daniele Capezzone. 

Confessioni di un liberale. Daniele Capezzone al Caffè della Versiliana  Giovedì 14 luglio, ore 18:30 - Versiliana Festival
Daniele Capezzone

Università Statale di Milano: i collettivi pro-Palestina sono padroni delle aule ormai e dettano la linea, chi può parlare e chi no. Non solo a Milano questa è diventata la realtà quotidiana e i rettori sono complici.

Ieri mattina Libero ha aperto la sua prima pagina con una notizia che era e rimane enorme, gravissima, inaccettabile: l’annullamento di una conferenza su Israele alla Statale di Milano. Che altro serviva per certificare il successo degli antisemiti e il loro momentaneo dominio del campo? Si badi bene: non è questione di free speech e diritto al dissenso, beni da tutelare sempre, in primo luogo rispetto alle opinioni che non si condividono (troppo comodo preoccuparsi della libertà di espressione solo di quelli che la pensano come noi). Qui il punto è un altro: ed è un’attitudine – divenuta pericolosamente abitudine – a esercitare un tipo di dissenso che finisce per impedire, in un modo o nell’altro, un evento altrui, e comunque l’altrui manifestazione del pensiero. O precludendo materialmente una conferenza con la violenza esplicita, o inducendo uno o più relatori a ritirarsi, oppure creando un clima che faciliti l’annullamento preventivo dell’appuntamento. E così, in un modo o nell’altro, il gioco è fatto: trasformare uno spazio teoricamente aperto a tutti in “cosa propria”, in una “no-go zone” fisica o metaforica nella quale le altre opinioni e i relativi portatori non abbiano accesso.

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Tuttavia c’è un elemento in più che non può e non deve passare in cavalleria. Per lunghi tratti della giornata di venerdì, prima che una assai opportuna nota chiarificatrice della Questura di Milano spazzasse via qualsiasi equivoco, si era assistito al tentativo (poi in qualche modo corretto a un certo punto dal rettore dell’università) di scaricare la decisione sulla Digos, sulla Questura stessa, insomma sulle forze dell’ordine. Come se cioè non fosse stata la Statale a prendere la decisione sbagliata, ma se fossero stati i titolari della gestione dell’ordine pubblico a suggerirla o addirittura a imporla. Così, nella serata di venerdì, è stata la stessa Questura a smontare ogni tentativo maldestro di metterla in mezzo: «In ordine alle notizie di stampa relative al convegno che avrebbe dovuto tenersi il 7 maggio presso l’Università degli Studi di Milano, la Questura di Milano precisa di non essere mai stata preventivamente interessata. Pertanto, la Questura non ha potuto sviluppare alcuna valutazione in merito agli eventuali rischi connessi allo svolgimento dell’iniziativa».
Morale: è stato il rettore Elio Franzini a ritenere che non ci fossero le condizioni per lo svolgimento fisico della conferenza. E sono stati – a mio avviso giustamente – gli organizzatori dell’evento a rifiutare la “soluzione” che era stata loro offerta, e cioè quella di limitarsi a tenere un convegno virtuale, una conferenza online.
Ora, lungi da noi fare processi alle intenzioni. Gli ottimisti potranno ritenere che sia stata la prudenza e una valutazione generale di estrema cautela a indurre il rettore a una simile proposta. I pessimisti – ai quali in questo caso ci sentiamo più vicini – possono invece temere che con troppa facilità si sia cercata l’exit strategy del convegno online.
Certo, qui a Libero non arriviamo impreparati a evenienze di questo tipo. In una solitudine che purtroppo ci addolora, alcune settimane fa, avevamo duramente criticato (da altre parti invece giungeva l’eco di applausi) il documento reso noto dalla Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane, che – cito testualmente – «in caso di interruzioni o fenomeni di intolleranza», suggeriva «di svolgere eventi in altra modalità (per esempio online)» al fine di non cancellare l’appuntamento.
Commentava il nostro giornale, purtroppo azzeccando la previsione: «Ma stiamo scherzando? Una soluzione del genere è già un cedimento pressoché totale: significa che – fisicamente – i prepotenti possono rivendicare una vittoria, che il territorio universitario è cosa loro.
E a quel punto, anzi, tutto lo sforzo dei violenti sarà proprio quello di ottenere un risultato del genere, un no-platforming o un de-platforming fisico (cioè cacciare dei relatori o impedire delle conferenze), lasciando – bontà loro – ai soggetti sgraditi la possibilità di rifugiarsi in territorio virtuale». È esattamente ciò che è avvenuto a Milano, comunque si giudichi – giustamente prudente o gravemente arrendevole – il comportamento del rettore.
A peggiorare le cose, il documento Crui si dilungava su concessioni – se non al politicamente corretto – a quello che potremmo chiamare «pacifisticamente corretto». I rettori misero infatti nero su bianco questi auto-inviti: «appare necessario (...) ribadire che la pace è un diritto fondamentale della persona e dei popoli»; che «si organizzino incontri pubblici dove ospitare gli esponenti delle organizzazioni umanitarie e della società civile che operano nelle zone di guerra perché possano raccontare la loro esperienza e promuovere forme di sostegno, anche economico, a tale azione umanitaria»; che «si promuovano nelle università linee di ricerca per la trasformazione non violenta dei conflitti»; che «si organizzino eventi nazionali sui temi della pace», e così via.
Chiaro, no? Anziché affermare con forza il no contro ogni censura e contro la prepotenza di chi vuole imporre azioni chiaramente ostili a Israele e agli ebrei, ci si fa scrivere l’agenda dai collettivi terzomondisti e pacifisti.

PERICOLOSA CECITÀ

Morale: si continua a non vedere – e si tratta di una cecità allarmante – che oggi le persone davvero a rischio, nelle scuole e nelle università italiane, sono gli studenti e i docenti di religione ebraica, o chiunque simpatizzi (o sia sospettato di farlo) per le posizioni di Israele. È ormai fatto notorio che molti studenti di religione ebraica non si sentano più sicuri nel frequentare i loro luoghi di studio, e meno che mai nel manifestare il proprio credo e le proprie opinioni. Vogliamo fingere che tutto questo sia accettabile?
Per parte nostra, qui su Libero, abbiamo da tempo proposto un passo di limpida impronta liberale: e cioè il ritiro dei finanziamenti pubblici a qualunque luogo o istituzione universitaria o educativa dove siano avvenute forme di censura, dove si siano registrati atti di discriminazione su base politico-ideologica, dove sia stato praticato il no platforming o il de-platforming.
Una ricetta dura? Certamente. Ma chiarissima e semplice, direi inequivoca. Sei un’università? Sei una scuola pubblica? Ricevi il denaro dei contribuenti? Se però ti sei reso protagonista di un comportamento censorio, se lo hai accettato o addirittura promosso, non potrai ricevere i soldi dei taxpayers. Si dirà che è una soluzione provocatoria: in qualche misura lo è, ma non nel significato deteriore dell’aggettivo. Semmai, è provocatoria nel senso che vuole provocare una presa di coscienza e una svolta.

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