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Libero Rassegna Stampa
04.05.2024 New York: non chiamateli studenti, ma agitatori filo-palestinesi. Non sono i soli
Analisi di Matteo Legnani

Testata: Libero
Data: 04 maggio 2024
Pagina: 2
Autore: Matteo Legnani
Titolo: «Ma quali studenti. C'è una regia violenta dietro le occupazioni dei campus americani»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 04/05/2024, a pag. 2, con il titolo "Ma quali studenti. C'è una regia violenta dietro le occupazioni dei campus americani" l'analisi di Matteo Legnani.

Marcia filo-Palestina alla Columbia University. Più che studenti, sono agitatori professionisti quelli che stanno organizzando campi, picchetti e occupazioni. Militanti di sinistra, profondamente anti-americani. "Morte all'America!" si legge anche sui loro cartelli, come nel regime iraniano.

“Death to America”. “Morte all’America”. È lo slogan che i poliziotti hanno trovato su alcuni deliranti poster affissi nel campus della Columbia University, dopo aver sgomberato con la forza i manifestanti filo-Hamas che avevano occupato la palazzina che ospita il rettorato dell’università newyorkese. Un messaggio che porta quanto sta accadendo negli atenei americani molto più in là della protesta a favore dei palestinesi e contro Israele. Porta con la mente all’11 settembre, all’odio degli stragisti islamici per il “Grande Satana”.
Che ci sia qualcosa, se non molto, di anti-americano nelle manifestazioni che ormai da due settimane hanno messo a soqquadro decine di campus lo si è capito qualche giorno fa, quando nelle manifestazioni sono comparse le kefiah, le bandiere a stelle e strisce sono state sostituite da quelle palestinesi (come è successo ad Harvard) e sono iniziate le occupazioni di aule e persino di interi edifici. E quando la polizia, dopo giorni di attesa, ha iniziato a effettuare arresti tra i manifestanti.
È lì che, insieme a studenti e professori, tra le oltre duemila persone ammanettate (282 delle quali alla Columbia) sono saltate fuori persone che nulla avevano a che fare con gli atenei presi d’assalto. Agitatori e professionisti della protesta.
Dello stesso calibro di quelli che 25 anni fa avevano messo a ferro e fuoco anni fa Seattle durante un summit del World Trade Organization (Wto).
Esponenti di ultrasinistra, per i quali persino i Bernie Sanders e le Elizabeth Warren (per citare due “big” della politica americana celebri per le loro posizioni di sinistra) sono nient’altro che figure dell’establishment, essi stessi parte di quell’America da mandare “a morte”, come dicevano i volantini della Columbia University.
A New York, persino il sindaco democratico pro-immigrati Eric Adams ha aperto gli occhi su quanto stava accadendo proprio sotto il suo naso, alla Columbia. «Sappiamo per certo che tra quanti hanno scatenato il caos ci sono agitatori di professione, gente che, a seconda dei momenti e delle circostanze, si sposta attraverso l’America per portare le sue conoscenze laddove ci sono proteste e manifestazioni».
Gente pagata centinaia di dollari al giorno perla sua “consulenza” su come si guida una manifestazione, su come si difende un campo tendato dalla polizia e su come si occupano gli edifici. Già, ma pagata da chi? Negli Stati Uniti sono attivi da anni tre grandi gruppi filo -palestinesi dell’odio per Israele la loro ragione di esistere: si chiamano Students for Justice in Palestine, Jewish Voice for Peace e Within Our Lifetime. Vivono di contributi privati, tra i quali ci sarebbero quelli del miliardario anti-establishment George Soros, oltre che di denaro proveniente dall’estero.
Di “proteste organizzate ad arte” e di “regole per i radicali dei campus” ha scritto giovedì anche il Wall Street Journal, citando un sito web che sta spopolando in questi giorni tra gli attivisti filo-Hamas: per il quotidiano finanziario di New York, una delle bibbie del movimento è crimethinc.com, una sorta che fanno di centrale web «per anarchici, radicali di ultra-sinistra e attivisti antifa» scrive il WSJ.
Lì vengono anonimamente postati articoli in cui si fa “controinformazione” su quanto sta accadendo nei campus e si spiega come usare la violenza.
Ma si scrive anche, per fare un paio di esempi, come gli studenti della University of Indiana sono riusciti a difendere il loro campo tendato dagli agenti, osi raccontano le occupazioni di edifici universitari tra il 2008 e il 2010, un altro periodo caldo della protesta negli atenei Usa. Ieri, dopo il blitz della notte tra mercoledì e giovedì alla Columbia in cui sono state arrestate quasi 300 persone, il Dipartimento della polizia di New York è intervenuto presso la New York University e la New School, ammanettando altri 56 manifestanti. E il vice commissario alle operazioni dello NYPD, Katz Daugthry, parlando con i reporter si è detto “sicuro” del fatto che ci sia “qualcuno” o “qualche organizzazione” dietro un movimento così di massa. «Il livello di organizzazione e di resistenza con cui ci siamo dovuti misurare in queste scuole e alla Columbia non può nascere da un movimento spontaneo. È certo che ci sia una regia, un coordinamento dietro tutto quello a cui stiamo assistendo».

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