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Libero Rassegna Stampa
17.04.2024 L’antisemitismo nelle università e il futuro della UE
Editoriale di Mario Sechi

Testata: Libero
Data: 17 aprile 2024
Pagina: 1/2
Autore: Mario Sechi
Titolo: «Antisemiti nelle università e il futuro della UE»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 15/04/2024, a pag.1/2 con il titolo "Antisemiti nelle università e il futuro della UE" l'editoriale di Mario Sechi.


Mario Sechi

Gli scontri a La Sapienza. I manifestanti che tentano l’irruzione nel Rettorato e addirittura nella sede del Commissariato Università aggrediscono la polizia ferendo alcuni agenti, finiti in ospedale. Lo fanno per odio contro Israele. 

Gli scontri alla Sapienza sono la conferma che qualcosa è andato storto nella storia dell’Occidente. I manifestanti che tentano l’irruzione nel Rettorato e addirittura nella sede del Commissariato Università, sono il pezzo in cronaca che è la punta dell’iceberg. C’è un problema profondo di educazione, di rispetto delle istituzioni, una lontananza siderale dalla realtà della Storia, dai fatti. L’antisemitismo è diventato un programma da esibire in piazza, sui social, in tv. Lo scambio dell’aggredito e dell’aggressore, del carnefice e della vittima, della democrazia con il totalitarismo, della libertà con la tirannia, sono considerati normali, come picchiare la polizia è diventata cosa buona e giusta. Questa follia non è casuale, è la parabola di un fallimento culturale che riguarda tutto l’Occidente, un segnale di disintegrazione che la politica dovrebbe cogliere proprio nel momento in cui si avvicinano le elezioni europee e si discutono importanti riforme che dovrebbero avvicinare le istituzioni e il popolo, separare il bene dal male, fare chiarezza sui valori della democrazia, sull’esercizio del libero pensiero e sui limiti, le regole, l’essenza dello Stato di diritto, secondo la formula di Karl Popper: «La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi». Siamo sicuri che l’Europa stia captando questi segnali sempre più allarmanti? Ho qualche dubbio e il dibattito sulle riforme europee, il metodo di selezione delle leadership, non li fuga, anzi li accresce. Mario Draghi quando è uscito dall’Eurotower di Francoforte ha assunto il ruolo di riserva della Repubblica in Italia e alla bisogna jolly da giocare nell’Unione europea. Sono tempi difficili, le leadership si consumano rapidamente, il nome di Draghi è tra quelli che si fanno per la guida della Commissione Ue, nessuna sorpresa. Nel febbraio del 2021 rispose con grande senso dello Stato alla chiamata di Sergio Mattarella per varare un governo d’emergenza, durante quell’esperienza maturò come naturale una sua salita al Quirinale, ma non ebbe la sensibilità politica di curare quel passaggio istituzionale dialogando con i leader dei partiti e le personalità il cui giudizio (e indicazione di voto) conta quando il Parlamento decide il nome del Capo dello Stato. Draghi dopo aver lasciato Palazzo Chigi disse che avrebbe fatto «il nonno». Lo ha pensato e detto, ma nessuno ci ha creduto, la sua vocazione non è quella dell’intellettuale che pubblica saggi mentre fa giardinaggio nella sua casa di campagna in Umbria, a Città della Pieve. Perso il Quirinale, chiusa la partita di Palazzo Chigi, Draghi è stato pescato da Ursula von der Leyen per scrivere un rapporto sulla competitività europea. Un’altra chiamata, un’altra risposta. L’ex banchiere centrale ha le sue idee, intuizioni e soluzioni. Le anticipazioni che ha dato del suo programma sono piene di spunti interessanti e di rottura rispetto al passato. Sono un giornale di bordo per i leader che dopo il voto europeo dovranno guidare l’Unione nel nuovo mondo post-pandemico e in pieno disordine belligerante. Quello che finora appare immutato nella visione di Draghi è il “pilota automatico”, il rapporto tra governanti e governati, sempre inteso come alto-basso, ma alla rivoluzione della Storia che egli descrive, sopravvive sempre il deficit di democrazia che continua a rendere “straniera” l’Unione europea rispetto alle grandi scelte che devono essere approvate dalle nazioni, dai popoli. Nell’argomentare di Draghi è forte l’urgenza, lo scenario è quello di uno “stato d’eccezione” permanente dove lo straordinario diventa ordinario e dunque ecco la presenza forte dell’aristocrazia dove il demos resta inesorabilmente debole. Si dirà che è il destino delle élite, ma Draghi finora ha offerto una visione del futuro dell’economia che è separata dalla riflessione sul ruolo e l’identità del popolo. Sono italiano, sono francese, sono tedesco, sono spagnolo, sono ungherese e... sono europeo. Alain Finkielkraut in uno splendido libro pubblicato all’inizio dell’anno da Gallimard, intitolato Pêcheur de perles, in vari passaggi coglie lo smarrimento dell’uomo europeo, un soggetto che in questa narrazione è sempre passivo, omogenizzato, uno scarto della storia indifferenziato. È un programma di governo che dimentica l’intimo rapporto dell’individuo con la nazione. Quando Finkielkraut cita il generale Charles De Gaulle che descrive il «carattere costante» della Francia che «rende i francesi di ogni epoca dipendenti dai loro padri e li impegna nei confronti dei loro discendenti», traccia una linea che l’Unione europea non può ignorare senza separarsi dalla storia dei popoli. La formula di Draghi per un mercato nuovo, efficace nelle premesse e nell’analisi, finora presenta un “buco” che non si può ignorare: non ha niente di nuovo per la democrazia europea. In fondo, evocare il nome di Draghi come soluzione ideale per la Commissione Ue corrisponde esattamente a questa dimensione senza scelta, il pilota automatico e il voto a vuoto, prima e dopo. Forse è giunto il momento, anche per Draghi, un uomo di valore, di dire a che punto siamo.

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