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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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Libero Rassegna Stampa
02.04.2024 Ricordiamo Eichmann
Commento di Marco Patricelli

Testata: Libero
Data: 02 aprile 2024
Pagina: 1/13
Autore: Marco Patricelli
Titolo: «Il ricordo sparito del processo Eichmann»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 02/04/2024, a pag. 1/13 con il titolo "Il ricordo sparito del processo Eichmann", il commento di Marco Patricelli.

Marco Patricelli
Marco Patricelli

Il processo al criminale nazista Adolf Eichmann nel 1961. Fu un momento di verità sulla Shoah. Oggi si tende a dimenticarlo, a svilire la legittimazione morale e materiale di Israele a esistere. 

Un oscuro contabile sedeva nella gabbia degli accusati al tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11 aprile 1961.
Era Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio sfuggito al processo di Norimberga scovato dal Mossad in Argentina, rapito e portato in Israele. Non la vendetta in nome delle vittime e dei sopravvissuti, ma la giustizia con la verità su quello che sembrava incredibile, e che andava ricostruito in un’aula di tribunale per consegnarlo alla storia e quindi alla memoria collettiva. La Shoah è stata un unicum, inconcepibile eppure partorita nella nazione più civile d’Europa da uomini che avevano tutti gli strumenti per discernere il bene dal male e scelsero il male assoluto. Oggi si tende a dimenticarlo, a svilire la legittimazione morale e materiale di Israele a esistere e degli ebrei a difendere loro stessi dall’aggressione ciclicamente virulenta dell’antisemitismo e dei frutti malati dell’odio. Eppure dopo il 7 ottobre e la mattanza dei tagliagole di Hamas, quel virus subdolo si è rimanifestato, coltivato e riprodotto nel vetrino di incubazione dell’ignoranza della storia, proliferato con la distorsione ideologica di vecchi e nuovi preconcetti, madre di tutti i razzismi declinati in tutte le lingue e non solo in tedesco.
Nel 1961 il grigio Eichmann portava spessi occhiali d’ordinanza e un abito comune, ma quindici anni prima indossava l’elegante uniforme da SS e di ordinanza aveva una pistola che non aveva mai usato: lui, per uccidere, usava la penna. A Gerusalemme, per discolparsi, raccontava, spiegava, forniva dettagli su quello che ancora si stentava a credere. Durante la guerra, infatti, non si poteva credere a quello che accadeva ad Auschwitz.
Non ci credevano neppure gli ebrei: quando le SS li razziavano in tutta Europa, erano convinti di essere deportati a Est in campi di lavoro. Non potevano crederci gli inglesi che liquidarono il primo rapporto pervenuto dal lager nazista a Londra, nel marzo 1941, grazie al capitano polacco Witold Pilecki che ci si era fatto rinchiudere volontariamente proprio per testimoniare cosa fosse e come funzionava la fabbrica dello sterminio, con un asettico timbro: “esagerato”.
Non vollero credere neppure gli americani nel 1943 a Jan Karski che aveva visto con i suoi occhi come funzionava la diabolica macchina della Shoah. Felix Frankfurter, giudice della Corte suprema, gli disse: «Devo essere sincero con lei, non riesco proprio a crederle».
Frankfurter era ebreo, eppure aveva avuto la stessa reazione di scetticismo del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt e del ministro degli Esteri britannico Anthony Eden. Poi il 27 gennaio 1945 vennero aperti i cancelli di Auschwitz, e via via di tutti gli altri lager dell’arcipelago concentrazionario nazista, fino a Dachau, il prototipo scelto da Hitler vicino a Monaco di Baviera nel marzo 1933, due mesi dopo aver vinto le elezioni. Era difficile, adesso, non credere alle camere a gas, ai forni crematori, alle dimensioni della persecuzione sistematica applicata da un’ideologia che generò il genocidio degli ebrei.
A Norimberga si costrinsero i tedeschi a fare i conti col loro passato e i nazisti a pagare per i loro crimini, talmente abnormi che alcuni princìpi del diritto vennero accantonati pur di fare giustizia. I sovietici avrebbero voluto ricorrere alle maniere spicce, ma non capirono appieno l’importanza di un processo del genere: creare la memoria storica e impedire che con la scomparsa dei protagonisti, delle vittime e dei testimoni, la storia potesse metabolizzare e digerire quello che era accaduto. Il 20 gennaio 1942 in una villa a Wannsee appena 15 gerarchi si riunirono per decidere la “soluzione” finale e lo sterminio di 11 milioni di ebrei europei: una semplice somma, Paese per Paese, e un totale da raggiungere con l’applicazione dei metodi industriali all’annientamento di un intero popolo.
Il regista di quell’operazione fu il vice di Heinrich Himmler, Reinhard Heydrich, l’“uomo dal cuore di ferro”, lo spietato “boia di Praga”, morto il 4 giugno di quello stesso anno per mano dei paracadutisti cecoslovacchi nell’Operazione Anthropoid.

BUROCRATE

Chi aveva organizzato tecnicamente la Shoah era però un oscuro burocrate, un tenente colonnello delle SS, che si era applicato come un ragioniere pignolo a realizzare il disegno del genocidio. C’era anche lui a Wannsee, era stato il segretario della conferenza. Ma non c’era a Norimberga. Era fuggito in Sud America col falso nome di Ricardo Klement, e continuava a fare il grigio burocrate. Portato dal Mossad in Israele, come a Norimberga anche a Gerusalemme gli aridi brocardi del diritto dovevano piegarsi a una legge morale superiore, per applicare la legge degli uomini a ciò che non poteva essere perdonato.
Eichmann finirà sulla forca il 1° giugno 1962, dopo il resoconto dei suoi crimini (di cui non mostrò mai pentimento) e aver reso testimonianza alla storia di come persino un essere così banale potesse incarnare il male assoluto, quale lo definì Hannah Arendt. Dopo l’esecuzione, il suo corpo venne cremato allo stesso modo degli ebrei di Auschwitz, e le ceneri gettate in mare fuori dalle acque territoriali israeliane, mentre quelle degli sventurati dei lager nazisti venivano disperse nel vento e in terra affinché non ne restasse più traccia. Per i nazisti erano numeri, non uomini, ed Eichmann organizzava quella partita doppia come se lavorasse in amministrazione in una fabbrica. Era difficile da credere e qualcuno, più di qualcuno, ai giorni nostri l’ha persino dimenticato, manifestando contro Israele, bruciandone la bandiera, insultando la storia e, con la comune memoria, la dignità di esseri umani.
Cinque anni prima del processo di Gerusalemme Salvatore Quasimodo concluse con questi versi la sua poesia “Auschwitz”: «Sulle distese dove amore e pianto / marcirono e pietà, sotto la pioggia, / laggiù, batteva un no dentro di noi, / un no alla morte, morta ad Auschwitz, / per non ripetere, da quella buca / di cenere, la morte». Per non ripetere. Eppure nel raid di Hamas del 7 ottobre 2023 si è ripetuto tutto, solo con numeri minori in un tempo infinitesimo: dopo la Shoah non c’erano mai state tante vittime ebree in un solo colpo. Dimenticato troppo in fretta nelle strade, nelle piazze, nelle università, nell’Italia e nell’Europa pavesate di bandiere palestinesi e immemori della propria vergogna. Da un orrore dall’altro, come se il tempo fosse passato invano.

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