sabato 20 aprile 2024
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


Clicca qui






Libero Rassegna Stampa
27.02.2024 Hamas è un esercito, non una banda
Intervista al generale Israel Ziv

Testata: Libero
Data: 27 febbraio 2024
Pagina: 17
Autore: Maurizio Stefanini
Titolo: «Hamas è un esercito, non una banda e non si era capito fino al 7 ottobre»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 27/02/2024, a pag.17 con il titolo "Hamas è un esercito, non una banda e non si era capito fino al 7 ottobre" l'intervista al generale Israel Ziv di Maurizio Stefanini.

Immagine correlata
Maurizio Stefanini

No evidence provided by U.S. on arms sales claims against ex -IDF general -  The Jerusalem Post
Il generale Israel Ziv. Da tempo il generale era in pensione, ma dopo il 7 ottobre si è rimesso la divisa, pur non essendovi obbligato, ed è andato al Sud

Classe 1957, Israel Ziv era stato capo della direzione delle operazioni dell’esercito israeliano; comandante della divisione Gaza, dove ha svolto un ruolo chiave nel disimpegno israeliano nel 2005; capo dei paracadutisti e del corpo di fanteria, e in Libano contribuendo a formulare l'accordo strategico tra Israele e gli Stati Uniti.
Da tempo il generale era in pensione, ma dopo il 7 ottobre si è rimesso la divisa, pur non essendovi obbligato, ed è andato al Sud. Come hanno fatto tanti altri israeliani, compresi molti che contestavano il governo Netanyahu. E anche se su queste crescenti scollature Hamas avrebbe puntato per attaccare. Noto commentatore di cose militari, è stato lui stesso a spiegarlo ieri a Roma in un incontro con la stampa.
«Conosco delle persone a Khan Yunis, città di origine di Yahya Sinwar, il capo militare di Hamas. Lì lo descrivono come un vero radicale, uno che ammazza con le proprie mani quelli che ritiene suoi traditori. Un fanatico delle regole islamiche, assolutamente antisemita. All'assalto del 7 ottobre si stava preparando già quando era detenuto in un carcere israeliano, condannato a diversi ergastoli. Quando è stato rilasciato, con altri mille detenuti palestinesi in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit nel 2011, Sinwar ha velocemente messo nell'angolo Ismail Haniyeh, spedito a fare il capo politico in Qatar. Si è preso tutto il potere, si è messo accanto Mohammed Deif che conosceva bene. Molto probabilmente ora Sinwar è ancora in qualche tunnel di Khan Yunis, dove si sposta con la sua famiglia. Anche se non possiamo esserne sicuri al cento per cento. Ai civili palestinesi non ci pensa: è stato chiesto ai miliziani catturati perché non fanno usare i tunnel come rifugi. Hanno risposto che i tunnel sono solo per i combattenti, non per i civili» Ma come è stato possibile il successo dell’attacco?
«Israele ha fatto l’errore di non capire o non voler capire che Hamas si era trasformata da organizzazione terrorista in una organizzazione militare vera e propria.
Avevamo visto gli elementi di questa evoluzione, ma non ne abbiamo colto le implicazioni. Nessuno ha immaginato che avremmo dovuto fronteggiare un attacco del genere. A parte il fallimento dell’intelligence, è poi fallito il sistema difensivo. Abbiamo avuto molta fiducia in un muro per fermato le penetrazioni sotterranee, che è costato un miliardo di dollari, e che tecnicamente era molto buono, Ma Hamas lo ha oltrepassato in un altro modo. Grave errore, puntare su una linea di difesa sola. E poi la mobilitazione è avvenuta in un periodo troppo lungo, per un Paese così piccolo».
È una responsabilità che ricade sui vertici militari o sulla classe politica?
«Evidentemente di entrambi, ma la responsabilità ultima è del primo ministro. Come l’amministratore delegato di una società: se qualcuno fa errori, e anche colpa sua che lo ha scelto. Ma su ciò si dovrà riflettere dopo aver sconfitto Hamas e avere riportato gli ostaggi a casa».
Il ruolo dell’Iran?
«Hamas, in realtà, è un pezzo sulla più grande scacchiera iraniana. Ha una sua agenda, ma come Siria, Hezbollah o Houthi serve al gioco di Teheran, con quella Dottrina Sulemaini di accerchiare il Piccolo Satana Israele per colpire il Grande Satana Stati Uniti. L’attacco è scattato per bloccare il dialogo tra Israele a Arabia Saudita, e si salda alla guerra della Russia all’Ucraina per costruire quell’asse tra Russia, Iran, Cina e altri contro l’Occidente. Una nuova coalizione globale».
L’Unrwa secondo voi bisogna rifarla o farla confluire con nell’Acnur? «L’Unrwa era una organizzazione temporanea, stabilita nel 1948 in contemporanea a un’altra organizzazione in Corea. L’organizzazione in Corea risistemò 3 milioni di persone a Sud in tre anni, e poi fu chiusa. Ma l’Unrwa invece è rimasta, ed ha finito per essere infeudata da Hamas. Vediamo l’antisemitismo che si insegna nelle scuole dell’Unrwa fin dalla materna. Vediamo il modo in cui scuole, asili e ospedali sono usati come depositi di munizioni, posizioni e basi per il lancio di razzi, collegati alla rete dei tunnel. Questa Unrwa deve sparire». Per il futuro? «Tra i kibbutz che sono stati attaccati ve ne erano di molto di sinistra che credevano nella coesistenza, e per questo offrivano lavori a residenti di Gaza. Per loro vedere che questa gente cui avevano offerto un impiego è venuta a stuprare le loro figlie, sequestrare, uccidere, dare fuoco alle case, rappresenta un trauma che durerà almeno una generazione. Per questo penso che la soluzione debba essere una Gaza indipendente senza più di queste connessioni. Non dico che debbano morire di fame: una cosa che stiamo facendo è parlare con gente influente negli Emirati Arabi Uniti, perché investa per creare infrastrutture economiche in gradi di farli prosperare. Non sarà facile, dovranno cambiare tutto il loro sistema: educazione, cultura, controllo, politica. Tutto! Ma, allo stesso tempo, devono avere un loro futuro non dipendente da Israele. Molto meglio per loro e per noi. La coesistenza deve avere due aspetti da mettere in bilancia assieme: rispetto e sospetto». 

Per inviare a Libero la propria opinione, telefonare: 02/99966200, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


lettere@liberoquotidiano.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT