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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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Libero Rassegna Stampa
15.02.2024 La pace a Gaza come nel ’38 con Hitler
Commento di Marco Patricelli

Testata: Libero
Data: 15 febbraio 2024
Pagina: 14
Autore: Marco Patricelli
Titolo: «La sindrome di Monaco di chi oggi chiede la pace a Gaza Come la si chiese nel ’38 con Hitler»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 15/02/2024, a pag.14 con il titolo "La sindrome di Monaco di chi oggi chiede la pace a Gaza Come la si chiese nel ’38 con Hitler", il commento di Marco Patricelli.

Marco Patricelli
Marco Patricelli

Why Hamas can rightly be compared to Nazis
"Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna" diceva lo scrittore Aldous Huxley.

Nel mondo perfetto lupi e agnelli si scambiano tenerezze ed effusioni, perché non c’è nulla di più bello dell’amore e dell’armonia; nel mondo reale, però, il lupo azzanna l’agnello alla gola. Eppure quello che si chiede a Israele, come se fosse la cosa più naturale del mondo, è di accantonare la mattanza del 7 ottobre e dimenticare gli ostaggi strappati alle loro vite nella razzia omicida di Hamas. Cioè bloccare un’operazione militare, comunque dolorosa, che ha un preciso obiettivo strategico: la distruzione di Hamas stessa. Si chiede insomma di cancellare le cause, la mattanza del 7 ottobre, e vanificarne le conseguenze, l’invasione della Striscia di Gaza. Porgi l’altra guancia è precetto evangelico che non appartiene agli ebrei per cultura religiosa, e che, la storia insegna, neanche ai cristiani che sono stati protagonisti principali di due guerre mondiali, della Shoah, e di miriadi di guerre e guerricciole. Da Israele, ora, si pretende la fine delle ostilità e pure l’accettazione delle condizioni abnormi dei tagliagole di Hamas per il rilascio degli ostaggi. Si dirà: ma ci sono di mezzo civili innocenti che ogni giorno pagano con morti e feriti l’offensiva israeliana, ma anche la spregiudicatezza della spietata strategia dei terroristi che hanno finora fatto leva efficace sulle molli opinioni pubbliche occidentali.
Chiedere il cessate il fuoco e l’avvio di trattative è nobile e legittimo, ma poi occorre anche dire come, quando e chi. L’Europa stremata dai milioni di morti della prima guerra mondiale inseguì il mito della pace illudendosi con la Società delle Nazioni, che non servì assolutamente a nulla, e chiudendo gli occhi di fronte ai grandi totalitarismi del Novecento. Benito Mussolini venne blandito e osannato, Adolf Hitler celebrato addirittura sulle copertine di Time, Lenin adorato da chi sognava la rivoluzione universale e Stalin celebrato fino al giorno della morte. Quando Hitler, dopo una riuscitissima serie di colpi di mano che smantellò ogni trattativa ed elemento del diritto internazionale, puntò alla Cecoslovacchia, le Potenze intervennero. Ma non per fermare i suoi appetiti: per saziarli. Il Patto di Monaco del 29-30 settembre 1938 nel nome dei bei princìpi fu il punto più alto dell’ipocrisia diplomatico-politica e il punto più basso della moralità che si intendeva esaltare. Francia e Gran Bretagna, che pure si erano impegnate a prestarle aiuto militare, non ascoltarono le richieste di Praga di fare blocco comune e risolvere il problema di Hitler e del nazismo una volta per tutte. Non spararono: sperarono. Alla conferenza la Cecoslovacchia non venne neppure invitata, e altri decisero il suo destino alle sue spalle. Con quattro firme e altrettanti bolli di ceralacca i Sudeti vennero ceduti al Reich, assieme a una formidabile linea di fortificazioni contro cui, dissero gli stessi generali tedeschi al Processo di Norimberga, «la Wehrmacht si sarebbe spezzata i denti».
All’esercito cecoslovacco avevano impedito di difendersi perché era meglio la pace a qualunque costo. Il premier britannico Neville Chamberlain quando vide la folla che lo attendeva all’aeroporto di Londra di ritorno dalla Germania, temette che fosse lì per contestarlo. Rassicurato, sventolò il foglio del Patto di Monaco e parlò enfatico di «Peace in our time». Era lo statista che aveva salvato la pace aun prezzo altissimo, ma era una tregua effimera. Anche Benito Mussolini tornò da Monaco con la stessa nomea, ma provò fastidio nel vedere la gente che lo acclamava perché aveva evitato la guerra. A Monaco il suo unico ruolo era stato quello di passacarte dei desideri e delle condizioni imposte da Adolf Hitler, ma questo il Minculpop certamente non lo sbandierava, e soprattutto il Duce si vedeva nei panni del condottiero e non in quelli del pacificatore. Tra i pochissimi che capirono tutto, Winston Churchill, che pronunciò profetiche e taglienti parole: «Potevate scegliere tra la guerra e il disonore: avete scelto il disonore e avrete la guerra». A marzo 1939 Hitler infatti invaderà la Ceco-Slovacchia (come si chiamava dopo il Patto di Monaco) non più difendibile e non più assistita da nessuno, smembrandola, e poi toccherà alla Polonia, con l’inarrestabile escalation della seconda guerra mondiale. La sindrome di Monaco avvolge oggi nelle sue perverse spire molte fasce delle società occidentali, in un perverso mix di velleitarismo e di utopia. Ma non basta un manifesto programmatico o una risoluzione o un documento d’intenti sul cessate il fuoco a Gaza, sulla pace a ogni costo e sulla formula “Due popoli due Stati” che nessuno sa come spostare sul piano della realtà. Monaco non ha insegnato nulla. Come la storia, purtroppo. 

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