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Libero Rassegna Stampa
23.01.2024 Biden è il problema per gli USA e la pace mondiale

Intervista di Francesco Carella a Alan J. Kuperman

Testata: Libero
Data: 23 gennaio 2024
Pagina: 16
Autore: Francesco Carella
Titolo: «Biden è il problema per gli Stati Uniti e la pace mondiale»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 23/01/2023, a pag. 16, con il titolo "Biden è il problema per gli Stati Uniti e la pace mondiale", l'intervista di Francesco Carella a Alan J. Kuperman.

Alan J. Kuperman | LBJ School of Public Affairs
Alan J.Kuperman

Biden ammette: “Il confine non è più sicuro”. Ma promette “riforme  massicce” – La Voce di New York
Joe Biden

«Joe Biden ? Un problema per gli Stati Uniti, ma ancora di più per la pace nel mondo». Alan J. Kuperman non usa mezzi termini. Il suo giudizio sull’attuale Amministrazione americana è netto e tagliente.
Il professore, con cattedra all’Università del Texas, è uno dei maggiori studiosi dei conflitti nati dopo la caduta del Muro di Berlino, dai Balcani al Medio Oriente alle tensioni della Russia con i Paesi dell’ex Unione Sovietica. Dice a Libero: «Molti americani il prossimo novembre voteranno per Donald Trump, perché si percepiscono più vulnerabili nella loro vita quotidiana sia in ragione della crisi economica che a causa di ciò che sentono essere una minaccia non affrontata in modo rigoroso e razionale, vale a dire quale quella dell’immigrazione».

Mentre nel resto dell’Occidente le maggiori preoccupazioni sono legate al declino degli Stati Uniti come Paese guida. In tal senso, dove pensa che abbia sbagliato l’attuale Presidente?
«Il più grande errore geopolitico compiuto da Joe Biden ha riguardato l’atteggiamento tenuto sulla questione ucraina. Con il suo comportamento ha, di fatto, contribuito al prolungamento del conflitto illudendo Zelensky, attraverso un massiccio invio di armi, di potere vincere la guerra sul campo. Mentre sarebbe stato più saggio esercitare sul leader ucraino ogni forma di pressione affinché concludesse un accordo con Mosca. Le conseguenze, purtroppo negative, di tutto questo si vedranno nei prossimi anni».
Si spieghi meglio.
«Un sano realismo non può che farci prendere atto che la strategia seguita dalla Casa Bianca verso Kiev, con il coinvolgimento inevitabile dei Paesi dell’Unione europea, ha favorito il rafforzamento dell’alleanza anti-americana e anti-occidentale tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord.
È in questa direzione che occorre guardare, per cercare di capire quale potrà essere il nuovo ordine su cui poggerà l’equilibrio mondiale, rimasto privo di riferimenti dopo la fine del bipolarismo Washington-Mosca».

Qual era l’alternativa da seguire?
«L’imperativo categorico doveva essere solo uno: percorrere ogni strada possibile per cercare di dividere la Cina dalla Russia, così come fecero gli Stati Uniti di Richard Nixon e di Henry Kissinger nei primi anni ’70 in piena guerra del Vietnam. In tal modo, lo stesso avvicinamento strategico con l’Iran e la Corea del Nord sarebbe risultato più complicato».

In un contesto siffatto, il destino di Taiwan è ormai segnato?
«Direi di no. Credo che la guerra russo-ucraina stia portando la Cina a riconsiderare i tempi dell’operazione e non solo perché si sono resi conto che l’invasione attraverso il mare è assai più complicata rispetto a un’azione condotta sulla terraferma. Nelle valutazioni dei leader cinesi rientrano anche i contraccolpi economici che ci sarebbero, così come sta accadendo a Mosca, a causa delle inevitabili sanzioni internazionali. L’obiettivo di lungo termine rimane quello di assorbire Taiwan nella grande Cina. Per fare ciò, è assai probabile che XI Jinping scelga tempi e modi diversi rispetto a quelli immaginati fin qui. Pechino potrebbe puntare su una più attenta attività diplomatica». Intanto, anche Stati Uniti e Israele continuano a parlare lingue diverse in Medio Oriente. «E qui tocchiamo con mano l’altro grande errore di Joe Biden. Egli ha firmato con leggerezza un assegno in bianco a Bibi Netanyahu. La qual cosa tutela nel breve periodo l’interesse politico interno del leader israeliano, ma rivela la debolezza della strategia americana imperniata sulla promozione di un “ordine internazionale basato sulle regole”. Un tale modo di agire ha danneggiato sia l’hard power che il soft power degli Stati Uniti». Il tutto mentre nel Mar Rosso si susseguono gli attacchi degli Huthi, sollecitati e guidati da Teheran. «Gli esperti di strategie militari sono scettici sul fatto che con i bombardamenti su alcune zone dello Yemen possano azzerare le capacità belliche degli Huthi. Tutti sanno che i rifornimenti in armi da parte degli iraniani non si fermeranno e di conseguenza continueranno le azioni delle forze occidentali. Il punto focale è di carattere politico e attiene alla soluzione che s’intende trovare nelle prossime settimane per Gaza. Se non si scioglie quel nodo il Mar Rosso resterà un rischio per le rotte commerciali». C’è il pericolo che la situazione possa degenerare in uno scontro più ampio? «Dubito che si possa arrivare alla Terza Guerra Mondiale, come sostengono alcuni osservatori. Ciò premesso, vale anche la pena di ricordare che nell’estate del 1914 erano in pochi a pensare che l’attentato di Sarajevo avrebbe innescato il massacro della Grande Guerra». Fra meno di un anno si voterà per eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Se vincerà Donald Trump che cosa cambierà? «Difficile fare previsioni rispetto agli scenari che abbiamo analizzato. Mi attendo, comunque, alcune novità nei rapporti con Vladimir Putin. Ci sarà una maggiore attenzione verso Mosca. La qual cosa peserà non poco sugli equilibri internazionali». 

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