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Libero Rassegna Stampa
08.12.2023 Se i rettori Usa difendono chi inneggia alla Shoah
Commento di Antonio Carioti

Testata: Libero
Data: 08 dicembre 2023
Pagina: 15
Autore: Antonio Carioti
Titolo: «Se i rettori Usa difendono chi inneggia all’Olocausto»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 08/12/2023, a pag. 15, con il titolo "Se i rettori Usa difendono chi inneggia all’Olocausto", l'articolo di Antonio Carioti.
 
Antonio Carioti
Antonio Carioti
 
Le rettrici delle università USA che difendono l'antisemitsmo
 
C’è un posto in cui le audizioni parlamentari sono una cosa molto seria: è il congresso degli Stati Uniti. Immaginate i rettori delle più importanti università italiane chiamati a rispondere a Montecitorio, in una sorta di terzo grado, del modo in cui nei loro atenei si fa rispettare il diritto degli ebrei e di Israele a non essere insultati e minacciati. Con l’interrogante una sorta di Torquemada - che alla fine definisce «inaccettabili» le loro risposte e chiede le loro dimissioni. Impensabile. Ma a Washington è successo. Sono state interrogate senza timore reverenziale (scartavetrate, direbbe lo slang giornalistico) le tre donne più potenti dell’accademia statunitense: Claudine Gay, presidente dell’università di Harvard, Elizabeth Magill, presidente dell’università della Pennsylvania, e Sally Kornbluth, presidente del Massachusetts Institute of Technology. Davanti a loro un’altra donna, la repubblicana di rito trumpiano Elise Stefanik, eletta a New York.
La domanda che ha posto alle tre icone liberal era in sostanza una sola, molto semplice: «Incitare al genocidio degli ebrei viola il codice di condotta del vostro campus?». Non era una domanda casuale. Episodi del genere, dal 7 ottobre, sono avvenuti in tutte le università degli Stati Uniti. Iniziando da quelle della Heavy League, il consorzio cui appartengono gli atenei di Harvard e della Pennsylvania, e nell’altrettanto prestigioso Mit.
Il giorno stesso del massacro e degli stupri in Israele, il quotidiano di Harvard ha pubblicato una lettera, sottoscritta da 33 associazioni studentesche, in cui si sostiene che l’attacco terroristico di Hamas «non è avvenuto senza motivo» e che il «regime di apartheid di Israele è l’unico da biasimare». Nello stesso campus un gruppo di studenti ha aggredito e minacciato uno studente israeliano che stava filmando la loro manifestazione. In altri istituti d’elite sono state disegnate svastiche e ci sono stati pestaggi.
Nella Cooper Union, università privata di Manhattan, gli studenti ebrei sono stati costretti a chiudersi nella biblioteca, per fuggire alla mandria che li insultava. Questo è il brodo di coltura in cui cresce la futura classe dirigente statunitense, e dunque globale.

LA PAROLA CHE NON DICONO
C’era una sola risposta decente alla domanda della congresswoman repubblicana, ed era un semplice «yes»: sì, nella nostra università certe cose sono vietate, nessuno può invocare il genocidio degli ebrei. Ma non una di quelle tre donne potenti è riuscita a dirla. E più Stefanik chiedeva una risposta chiara - «è sì o no?» - più si contorcevano. Fisicamente, sulle loro sedie diventate roventi, e verbalmente, nella ricerca di una perifrasi per uscire indenni da quell’interrogatorio al quale loro, abituate a ossequi e compiacenza, non sono abituate.
Non l’hanno trovata, la perifrasi giusta. Quando le è stato chiesto se «chiamare al genocidio degli ebrei viola il Codice di condotta di Harvard», la presidente Gay ha replicato: «Dipende dal contesto». Stessa risposta data dalle sue colleghe. «Ho sentito cori che possono essere antisemiti a seconda del contesto quando si chiama all’eliminazione del popolo ebreo», farfugliala presidente del Mit. Incalzata dalla parlamentare, la presidente dell’Università della Pennsylvania spiega in un silenzio surreale che l’invocazione del genocidio viola le regole del suo ateneo «se il discorso diventa un comportamento», ossia quando il genocidio viene messo in pratica. I racconti degli studenti ebrei dei loro istituti, chiamati a testimoniare dai repubblicani, hanno fatto il resto.
Così nell’editoriale del quotidiano moderato Chicago Tribune, un’istituzione della carta stampata, si legge che «lo spettacolo è stato un disastro per tutti e tre i campus, soprattutto per Harvard e Penn, e ha indicato che le dirigenti di Harvard e Penn sono tristemente inadatte per quel lavoro.
Al momento della stesura di questo articolo mantengono le loro posizioni, ma se ciò dovesse cambiare non saremmo sorpresi. O dispiaciuti».
È una delle tante voci che ora pretendono il licenziamento immediato delle tre, un coro in cui non ci sono solo Stefanik e gli altri repubblicani. Chiedono un repulisti, un segnale che la democrazia americana non si è ancora piegata. Né all’isteria woke, che urla contro Israele e si volta davanti agli assassinii e agli stupri delle donne israeliane ad opera dei mujaheddin palestinesi, né al fiume di dollari (8,5 miliardi tra il 1986 e il 2021) con cui il Qatar e altri Paesi arabi finanziano le università degli Stati Uniti. L’alternativa è quella frase di Lenin: «I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo». Bisogna cambiare i comunisti con i despoti islamici e la «corda» con la «università», ma il risultato è identico.
 
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