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Non dimenticheremo mail gli orrori del 7 ottobre (a cura di Giorgio Pavoncello) 15/01/2024


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Libero Rassegna Stampa
29.11.2023 Israele mostri tutti gli orrori di Hamas
Analisi di Daniele Capezzone

Testata: Libero
Data: 29 novembre 2023
Pagina: 1
Autore: Daniele Capezzone
Titolo: «Israele mostri tutti gli orrori di Hamas»
Riprendiamo da LIBERO di oggi 29/11/2023, a pag.1, con il titolo "Israele mostri tutti gli orrori di Hamas", l'analisi di Daniele Capezzone.

Confessioni di un liberale. Daniele Capezzone al Caffè della Versiliana  Giovedì 14 luglio, ore 18:30 - Versiliana Festival
Daniele Capezzone

Sono passati appena 53 giorni dal 7 ottobre, meno di due mesi, eppure sembra trascorso un tempo molto più lungo. C’entra- certo la speciale velocità dell’epoca in cui siamo immersi, che divora tutto, che affastella e macina eventi, che moltiplica e soprattutto sposta continuamente l’attenzione mediatica, rendendo pressoché impossibile fissarsi a lungo su un solo tema. Accadde perfino con l’11 settembre: dopo alcuni giorni, piano piano, le scalette dei telegiornali tornarono per così dire - alla “normalità”. Eppure stavolta c’è qualcosa in più, c’è qualcosa che non torna: c’è, diciamolo chiaramente, il tentativo di alcuni di offuscare e far dimenticare quella tragedia. Troppo chiara la responsabilità criminale di Hamas, troppo indifendibile la causa amata da tanti media, troppo difficile collocarsi in un’area di ambiguità. E allora meglio chiuderla subito, attenuare-attutire-smorzare: pensate alla facilità con cui è stata archiviata perfino la notizia (con relative immagini) delle culle insanguinate, dei corpicini dei bimbi israeliani massacrati dai terroristi. Da un certo punto di vista, chi era in imbarazzo ha accolto con sollievo il fatto che- ragionevolmente - Israele si stesse preparando a un’azione militare in risposta all’attacco subito. Così, con Idf all’offensiva, lo schema mediatico preferito da tanti tornava agevolmente praticabile: criticare le violenze “da entrambe le parti” (equiparando Gerusalemme e Hamas), dare credito (sic!) alle note diffuse dall’“ufficio stampa di Hamas”, cercare l’occasione (falsa e non vera, come sappiamo) per colpevolizzare Israele (i razzi sull’ospedale, e così via). Stessa musica nelle piazze occidentali: a parole, convocate “per la pace”, ma nei fatti spesso animate da palese e scatenata ostilità contro Israele, e da una indecente simpatia per i terroristi. In qualche caso, senza nemmeno provare a dissimularla, senza nemmeno tentare di celarla. 

DUE CIRCOSTANZE E DUE MOSSE Il resto l’hanno fatto altre due circostanze. Dapprima, la pressione internazionale per una tregua: di fatto, un pressing rivolto solo verso Israele, proprio mentre l’offensiva dell’esercito di Gerusalemme stava procedendo con incontestabile successo. Poi, il comprensibile e umanissimo sollievo per le prime liberazioni degli ostaggi: come se quelle persone fossero state sequestrate a causa dell’azione dell’esercito israeliano e non per una scelta criminale di Hamas, quella concretizzatasi nell’azione del 7 ottobre. Contemporaneamente, in tutto questo periodo, proprio mentre veniva schiacciata militarmente, Hamas si è dedicata a due mosse astute dal suo punto di vista: da un lato, a centellinare il rilascio degli ostaggi, scommettendo sul valore che Israele e l’Occidente - il che è vero- attribuiscono alla vita di ogni singola persona; dall’altro, una ossessiva operazione mediatica volta a valorizzare la sofferenza del popolo palestinese. Sofferenza autentica, intendiamoci: un bimbo che muore è sempre una tragedia per l’umanità. Ma il punto è che i lutti e le lacrime del popolo di Gaza vanno messi pure quelli sul conto di Hamas. È stata Hamas a dire che occorreva più sangue, anche della propria parte; ed è stata ancora Hamas a impedire a più riprese l’evacuazione sollecitata dalle forze israeliane. È per questo che - a mio avviso - si rende oggi indispensabile una scelta di comunicazione drammatica da parte di Israele, che mi permetto di proporre da qui. Com’è noto, è stato realizzato un filmato di oltre 40 minuti che finora è stato mostrato ai parlamentari israeliani e a rappresentanti selezionati dei media internazionali: qui a Libero ne ha scritto alcuni giorni fa in modo commosso e commovente il direttore responsabile Mario Sechi, dopo la proiezione. Si tratta di un lavoro che unisce filmati delle telecamere di sicurezza, filmati girati dalle stesse forze israeliane nel momento dei soccorsi, ma anche video registrati dalle bodycam che proprio i terroristi avevano al collo. Alcuni di questi guerriglieri di Hamas sono stati catturati o uccisi dagli israeliani, che poi hanno potuto rinvenire reperti audiovisivi letteralmente terrificanti. 

UNA SCELTA NECESSARIA Ecco, la proposta che avanzo è che questo materiale sia reso disponibile non solo ai giornalisti invitati alle proiezioni riservate, ma sia diffuso integralmente - con ogni mezzo possibile all’opinione pubblica mondiale. So bene che proprio il rispetto per le vittime ha suggerito alle autorità israeliane una speciale cautela: è umanissimo e comprensibile. Una volta di più, fa onore a Gerusalemme. Ma occorre pur tenere presente le caratteristiche dell’arena mediatica multimediale in cui l’umanità è oggi immersa: ciò che non si vede, ciò che non raggiunge i nostri occhi, rischia di non raggiungere i nostri cuori, rischia di esistere “meno”, rischia di facilitare l’operazione di offuscamento di cui dicevo all’inizio. Il paradosso è che ogni sera, in tutto il mondo, i telespettatori vedono le immagini che Hamas vuole siano viste, ma non vedono le immagini del 7 ottobre. L’orrore è lì, al di là di ogni possibile immaginazione: e occorre che nessuno possa dire “non sapevo”, “non avevo capito”. Fatecele vedere, dunque. Fatele vedere a tutti. Sarebbe un po’ difficile far finta di niente per quanti, nelle nostre piazze, inneggiano alle imprese di Hamas: quei signori e quelle signore dovrebbero essere capaci di rimanere con gli occhi aperti e di guardare fino alla fine quei quaranta minuti di video prima di ricominciare con la loro propaganda antisionista, o forse direttamente antisemita. Nel nostro tempo, la dimensione della guerra mediatica, l’esigenza di raggiungere i cuori e le menti, non può essere considerata meno importante delle operazioni sul campo. Con amicizia, anzi con amore dei valori che Israele rappresenta, mi permetto quindi di insistere affinché questa ipotesi - di un grande choc comunicativo - sia presa in esame.

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