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Libero Rassegna Stampa
22.11.2023 Vi spiego perché Israele non può perdere la guerra
Commento di Pietro Senaldi

Testata: Libero
Data: 22 novembre 2023
Pagina: 9
Autore: Pietro Senaldi
Titolo: «La forza di un popolo»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 22/11/2023, a pag.9, con il titolo 'La forza di un popolo' il commento di Pietro Senaldi.

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Pietro Senaldi

The Israel Defence Forces (IDF) Official Website | IDF

Un mese e mezzo non è passato invano. Israele ha avuto la forza di resistere all’assedio di odio che gli si è riversato contro dopo aver subito l’azione criminale di Hamas, il 7 ottobre scorso, e tirare dritto per la sua strada. Duemila annidi persecuzione e 75 anni di guerra in casa hanno vaccinato il popolo ebraico. Oggi da Tel Aviv al Giordano vive gente immune dai deliri di parte dell’opinione pubblica occidentale, che la accusa di nazismo per aver reagito all’azione bellica dei terroristi islamici palestinesi. $ una nazione incapace di nutrire paura verso il nemico arabo, che lo circonda, minaccioso ma diviso, con il solo collante del desiderio di distruggerlo, toglierlo dalle mappe geografiche. $ grazie a questa forza intrinseca di Israele se si è arrivati a una giornata come quella di ieri, che potrebbe rivelarsi una tappa chiave del conflitto. Quattro giorni di tregua e lo scambio degli ostaggi: 150 terroristi scarcerati in cambio della restituzione di 50 civili ebrei rapiti quel maledetto sabato e tenuti prigionieri nei tunnel che corrono sotto la città di Gaza. 

LA STRATEGIA DI BIBI A Gerusalemme l’ultra-destra accusa Netanyahu di voler calare le braghe, ma è evidente a tutti che non è così. L’opinione pubblica israeliana era in larga parte contraria al premier, e lo è tuttora, molti sognano di deporlo, anche a guerra in corso, ma è altrettanto vero che la maggioranza, con il passare delle settimane, sta finendo per apprezzare la strategia di Bibi. Nel Paese si sta diffondendo la convinzione che il lavoro sarà svolto fino in fondo, e bene; forse ci vorranno ancora sei mesi, forse ci saranno delle pause, ma alla fine Hamas sarà sradicata dalla Striscia di Gaza e partirà la caccia ai suoi capi nascosti all’estero. Il destino dei 150 terroristi che Gerusalemme dovrà liberare è comunque segnato, mentre la restituzione di 50 ostaggi ebrei apre la speranza anche per gli altri e costituisce comunque un rafforzamento per il premier. Gli Stati Uniti, dal 7 ottobre a oggi, hanno fatto molte pressioni per contenere la reazione dell’esercito israeliano ma nei fatti sono stati ascoltati poco, quasi umiliati dallo yankee Netanyahu, che parla l’americano come se fosse nato negli Usa quanto ad accento e finanche meglio quanto a determinazione bellica. Alla fine il premier israeliano, che gode pessima stampa internazionale e non pesa a livello diplomatico, l’ha spuntata facendo quasi quello che voleva e ottenendo 14 miliardi di aiuti in armi dal presidente Joe Biden, che sta investendo sul fronte palestinese più che su quello ucraino. Washington considera di fatto in via di normalizzazione la situazione in Medio Oriente. Non ci sarà escalation, il conflitto non si estenderà, non ci saranno concessioni territoriali ad Hamas, che forse ha vinto sui giornali occidentali il primo mese di guerra mediatica ma ha fallito tutti gli obiettivi che si era data con la mattanza del 7 ottobre. L’Iran e tutto il mondo arabo hanno berciato molto, ma hanno fatto capire che non avrebbero mosso un dito sul campo per contrastare l’esercito israeliano. Perfino Hezbollah, al di là delle minacce, è rimasta a cuccia. 

PUTIN AI MARGINI Il presidente turco Erdogan ha provato a giocare la partita della pace, a ingraziarsi Hamas con frasi deliranti e razziste contro il popolo ebraico ma non è mai riuscito a entrare davvero in campo. Anche la Russia è rimasta ai margini. Putin ha tratto vantaggio in Ucraina dell’apertura del fronte mediorientale ma la crisi non ha fatto che confermare la nuova distanza tra Mosca e l’islam sciita, inteso come l’Iran. Il protagonismo dello zar, come quello della Cina di Xi Jinping, si limita alla richiesta di un accordo di pace, che sarà ignorata. Anche a questo giro non ci saranno due popoli e due Stati. La guerra iniziata da Hamas quaranta giorni fa terminerà con un ridimensionamento dell’aggressore e il tentativo di Netanyahu di restare in sella, al momento con più probabilità di fallire che di riuscire. L’abitudine al conflitto permanente, che consente agli ebrei oggi a Tel Aviv e Gerusalemme di vivere come nulla fosse, malgrado siano a una manciata di chilometri dal fronte e dai tagliagole islamici, sta avendo ancora la meglio. Quanto ai palestinesi, molti dei quali secondo i vertici di Israele oggi odierebbero Hamas almeno quanto odiano la Stella di Davide, se non di più, per far valere i propri diritti dovranno trovarsi una nuova rappresentanza, meglio se diffidando delle potenze islamiche che li circondano, interessate più alle loro spoglie che al loro futuro.

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