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Libero Rassegna Stampa
24.11.2021 Uzi Rabi: 'Gli Accordi Abramo aprono uno scenario di pace e cooperazione'
Lo intervista Daniel Mosseri

Testata: Libero
Data: 24 novembre 2021
Pagina: 14
Autore: Daniel Mosseri
Titolo: «Israele cementa la pace perché sa fare la guerra»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 24/11/2021, a pag. 14, con il titolo 'Israele cementa la pace perché sa fare la guerra' l'analisi di Daniel Mosseri.

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Daniel Mosseri

Uzi Rabi - Wikipedia
Uzi Rabi, direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies dell'Università di Tel Aviv

Per il primo volo diretto fra il Cairo e Tel Aviv operato dalla Egypt Air e non da una sussidiaria egiziana con i velivoli dalla carlinga anonima - ci sono voluti 43 anni. Gli accordi di Camp David del 1978 suggellati dalla stretta di mano fra il premier israeliano Begin e il presidente egiziano Sadat sotto lo sguardo di Carter erano figli della guerra fredda, uno stallo che congelava tutto, anche la pace. Con gli Accordi di Abramo voluti fortemente da Donald Trump il Medio Oriente ha invece ingranato la quarta e una serie di piccoli e grandi eventi diplomatici e militari lo dimostra. Basti pensare alla visita in Israele a inizio mese di Saddam Haftar, il figlio del generale libico Khalifa Haftar, atterrato a Tel Aviv alla ricerca di assistenza militare e diplomatica. In cambio del sostegno israeliano, l'erede dell'uomo forte della Cirenaica ha offerto l'avvio di relazioni diplomatiche fra Libia e Israele, relazioni che per inciso non sono mai state allacciate né sotto re Idris né, tantomeno, durante il lungo regno del colonnello Gheddafi che, anzi, dei sionisti è sempre stato un arcinemico. Haftar junior è arrivato in visita da Dubai, ossia dagli Emirati Arabi Uniti che assieme al Regno del Bahrein hanno normalizzato i propri rapporti con Israele a settembre 2020. In quell'occasione Trump aveva annunciato «l'alba di un nuovo Medio Oriente» e i fatti gli hanno dato ragione: non stiamo parlando solo del turismo israeliano negli Emirati, esploso a dispetto della pandemia, delle prime nozze ebraiche celebrate a ottobre in un albergo di Manama in Bahrein o dell'arrivo in Israele dei primi studenti universitari emiratini. Le relazioni umane, politiche e commerciali sono cresciute con lo scambio degli ambasciatori ma si basano anche su rapporti pre-esistenti agli Accordi di Abramo. Il vero cambio di passo è arrivato lo scorso 11 novembre quando Usa, Israele, Bahrein ed Emirati hanno dato vita alla prima esercitazione militare congiunta nel Mar Rosso, nel quale si specchia l'Arabia Saudita che non ha avuto nulla da obiettare. Di queste novità come della presunta presenza di militari israeliani in Azerbaigian, Libero ha discusso con Uzi Rabi, direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies dell'Università di Tel Aviv, e massimo esperto di Medio Oriente.

Perché Israele sostiene l'Azerbaigian? "Molto semplice: l'Iran sostiene e arma Hezbollah in Libano, che confina con Israele, mentre l'Azerbaigian confina con l'Iran. Se tu sei sotto assedio perché qualcuno approfitta delle debolezze del tuo vicino, gli fai vedere che esiste anche un rovescio della medaglia Sia chiaro: è solo tattica. La strategia è un'altra: siamo nel XXI secolo e ci sono tanti Stati pronti a cooperare con Israele perché hanno capito di poterne trarre benefici, e viceversa. E lo spirito degli Accordi di Abramo».

A cosa puntano i firmatari degli accordi? «Sicurezza contro le minacce comuni, la prima delle quali è l'Iran, e poi avanzamento tecnologico, scambi commerciali, stabilità nelle relazioni in un'ottica win-win, in cui ogni parte ha qualcosa da guadagnare».

Perché tanti nell'amministrazione Usa e quasi tutta l'Ue continuano a guardare a Teheran? «Questo è un problema ma è anche lo sprone a proseguire sulla strada della collaborazione regionale. Israele sa bene di non poter contare troppo sugli altri, come sappiamo che l'Iran otterrà l'atomica è sotto gli occhi di tutti. Queste alleanze non sono la soluzione ma aiutano ad affrontare il problema».

Trump aveva assicurato che altri Stati si sarebbero aggiunti agli accordi. «Gli accordi sono una piattaforma aperta ma non è necessario che tutti ci salgano sopra. L'Arabia Saudita li sostiene da dietro le quinte, tutelando il suo ruolo di leader del mondo arabo e sunnita; il Sudan punta a rifarsi una reputazione come Stato che non sostiene più il terrorismo ma è alle prese con una crisi interna; il Marocco vuole far dimenticare la questione del Sahara occidentale: non sto parlando di amore e amicizia ma di convergenza di interessi».

Qual è la novità strategica? «Trump ha fatto sapere a tutti che gli Usa sono usciti dalla regione, ragione per cui lo spazio di manovra dei player locali è aumentato. Da notare anche che l'amministrazione Biden, che sta smantellando quanto fatto da Trump, continua a sostenere gli accordi».

E su scala regionale? «E la vittoria di una visione di collaborazione che si oppone agli imperialismi iraniano e turco, che non solo non hanno raggiunto i loro obiettivi ma hanno impoverito e rovinato la propria società e altri Stati vicini».

La vendita di armi israeliane agli arabi diventerà la normalità? «E ovvio che ci sono pro e contro ma quando si collabora e si crea interdipendenza non vedo perché si dovrebbe escludere la sfera militare».

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