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Libero Rassegna Stampa
20.07.2021 Erdogan contro l'Europa
Commento di Maurizio Stefanini

Testata: Libero
Data: 20 luglio 2021
Pagina: 15
Autore: Maurizio Stefanini
Titolo: «Erdogan indignato perché l'Europa non è musulmana»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 20/07/2021, a pag.15, con il titolo "Erdogan indignato perché l'Europa non è musulmana" il commento di Maurizio Stefanini.

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Maurizio Stefanini

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Recep Tayyip Erdogan

E’ un luglio sempre più rovente, tra Erdogan e le istituzioni internazionali. Ora infatti attacca la Corte di Giustizia Europea per la decisione con cui ha dato la possibilità ai datori di lavoro di vietarlo alle loro dipendenti, definendola una «chiara violazione della libertà di religione». Ma il mese era già iniziato con l'uscita della Turchia dal trattato internazionale contro la violenza sulle donne, ironicamente noto proprio come Convenzione di Istanbul. Il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per proteggere le donne da ogni forma di violenza specie domestica, e che era stato firmato nel 2011 appunto nella metropoli turca. Con lui, peraltro, già primo ministro da otto anni.

IMMAGINE DI NEUTRALITÀ La Corte, con sede a Lussemburgo ha permesso alle aziende dell'Unione Europea di vietare alle donne di indossare il velo. Non sempre, ma se serve per proteggere l'immagine di neutralità davanti ai propri clienti. «La Corte di Giustizia deve cambiare nome perché quanto statuito non ha niente a che vedere con la giustizia», ha tuonato il presidente turco. «Non è possibile che la Corte di Giustizia non tenga conto della libertà di fede e religione. Applichino la stessa decisione a chi indossa la kippah, è possibile?». L'invettiva ha un tuono ancora più violento per il fatto che è stata pronunciata durante un intervento davanti al parlamento della Repubblica di Cipro del Nord: uno Stato situato nelle province cipriote settentrionali occupate dalla Turchia nel 1974, e che secondo la Ue sarebbe territorio di Cipro, Stato membro dell'Unione. La sentenza è stata emessa giovedì scorso, e riguarda l'uso del velo o dell'hijab nei luogo di lavoro. Ma riprende d'altronde una analoga sentenza del 2017. «Il divieto di indossare qualsiasi forma visibile di espressione di convinzioni politiche, filosofiche o religiose sul posto di lavoro può essere giustificato dalla necessità del datore di lavoro di presentare un'immagine neutrale nei confronti dei clienti odi prevenire conflitti sociali», dice il testo. Attenzione, che in realtà quanto chiesto da Erdogan in tono provocatorio sarebbe già in questo testo. «Qualsiasi forma visibile» riguarda infatti in teoria ogni simbolo. In pratica si potrà poi ritenere che c'è una differenza tra velo e hijiab e simboli come appunto la kippah, una croce o una stella di David al collo o anche un simbolo musulmano meno invasivo tipo un semplice fazzoletto in testa, che non coprono il volto: anche se tempo di mascherine e polemiche no mask la cosa appare un poco surreale. Bisogna anche tenere conto che il presidente turco su certe cose ragiona a geometria variabile. Nel 1999, ad esempio, era stato lui a ricorre alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo: da non confondere con la Corte di Giustizia Europea perché afferente al Consiglio d'Europa e non alla Ue, ma tant'è. Sindaco di Istanbul, aveva letto in pubblico una poesia in cui si diceva: «le moschee sono le nostre caserme, le cupole sono i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati».

CAMBIAMENTI DI ROTTA E lo avevano dichiarato decaduto, appioppandogli anche dieci mesi per «incitamento all'odio religioso e razziale». Ma poi è andato lui al potere, prima come primo ministro e poi come presidente. E ormai 18 anni che ci sta: sempre rieletto democraticamente, va detto. Però una quantità di suoi oppositori sono finiti dentro, vari di loro hanno fatto ricorso alla stessa Corte cui aveva fatto ricorso Erdogan, e alle decisioni a lui ostili l'ex-perseguitato ora persecutore ha sempre risposto: «la sentenza non è vincolante per noi». D'altra parte, come primo ministro era stato anche anfitrione in occasione della firma della Convenzione di Istanbul. Ma il 2 luglio ne è uscito, come peraltro già preannunciato da marzo. Malgrado rapporti secondo i quali in Turchia negli ultimi cinque anni sarebbe avvenuto almeno un femminicidio al giorno.

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