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Libero Rassegna Stampa
09.07.2021 Usa, Accordi Abramo: tagliati i fondi
Commento di Andrea Morigi

Testata: Libero
Data: 09 luglio 2021
Pagina: 13
Autore: Andrea Morigi
Titolo: «Joe il pacifista taglia i fondi per la pace»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 09/07/2021, a pag.13 con il titolo "Joe il pacifista taglia i fondi per la pace", il commento di Andrea Morigi.

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Andrea Morigi


Joe Biden

Sono spariti i soldi «per promuovere la cooperazione economica e incoraggiare la prosperità nel Medio Oriente e oltre». Erano più di tre miliardi di dollari, gestiti dal Fondo Abraham e stanziati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e da istituzioni finanziarie private nel settembre 2020, come segno concreto della volontà americana di far avanzare il processo di pace fra Israele e i Paesi vicini. Commerciare e concludere affari è l'antidoto principale alla guerra. Quando si smette di muovere capitali, è un segno opposto alla distensione. Appena è arrivato al potere Joe Biden, il gestore del Fondo, il rabbino Aryeh Lightstone, si è dimesso e l'amministrazione Usa ha fatto sapere a Gerusalemme che tutte le attività connesse andranno «riviste», mentre una fonte di alto livello, citata dalla rivista israeliana Globes, ha precisato che la Casa Bianca, benché si auguri il successo degli Accordi di Abramo, ne farà avanzare la parte diplomatica, ma ha «definitivamente congelato» il Fondo. Una delle ragioni addotte pare sia la crisi economica causata dalla pandemia, che avrebbe dirottato il denaro verso la spesa interna.

Chi vince e chi perde dagli Accordi di Abramo
I firmatari della pace tra Israele e Stati arabi

GLI INVESTIMENTI In realtà, i Dem sembrano intenzionati a ribaltare le politiche dei Repubblicani. Del resto, Antony Blinken, il neosegretario di Stato americano, durante la sua visita a Roma il mese scorso ha fatto sapere come la pensa sugli Accordi di Abramo: «Non sono un sostituto per affrontare le questioni tra israeliani e palestinesi che devono essere risolte». Ma il primo segnale era arrivato subito dopo l'insediamento del neopresidente, con il blocco di una commessa multimilionaria di armamenti agli Emirati Arabi Uniti, che comprendeva 50 aerei caccia F-35, proprio quelli che Trump intendeva come incentivo per portare Abu Dhabi al tavolo delle trattative con Israele. Poi, nell'aprile scorso, la consegna è stata confermata, anche se rimandata almeno al 2025. Così, anche il principe ereditario degli Emirati, Mohamed Bin Zayed, ci sta ripensando. Nei suoi programmi, c'era un megainvestimento da 10 miliardi nel settore privato, da realizzare nelle infrastrutture, nella sanità, nella ricerca spaziale, nell'innovazione energetica e industriale. Ma occorre il consenso della controparte per spenderli. E nemmeno il nuovo governo di Naftali Bennett che si è insediato a Gerusalemme sembra mostrarsi sensibile nei confronti delle opportunità create dal predecessore Benjamin Netanyahu. Tanto che, durante la sua recente visita negli Emirati, il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha firmato un accordo quadro sull'economia e il commercio con l'omologo Abdullah Bin Zayed Al Nahyan e «altri verranno firmati a luglio in Israele», ha annunciato il capo della diplomazia israeliana. Ma per «pensare, sviluppare, cambiare il mondo insieme» la collaborazione deve passare «dai governi al business fino alle persone», ha spiegato Lapid. Poi, a sorpresa, ha cancellato un incontro con gli imprenditori locali pronti a trasferire denaro fresco nello Stato ebraico. Quindi, per ora, i progetti rimangono sulla carta. In particolare, l'impasse rischia di fermare lo sviluppo degli accordi per la costituzione della Europe-Asia Pipeline Company, che dovrebbe trasportare petrolio dal Golfo Persico a Israele, per essere infine fornito alle raffinerie del Mediterraneo.

L'AMBASCIATA VUOTA Raffreddatisi gli entusiasmi, anche la ripresa delle relazioni diplomatiche bilaterali sembra segnare il passo. Secondo il sito web The Jewish Press, a testimonianza della scarsa volontà della nuova maggioranza politica di procedere sulla strada aperta dai predecessori, mancherebbero perfino i quattrini per arredare i locali della nuova ambasciata di Israele e la residenza privata del rappresentante di Gerusalemme a Dubai sarebbe rimasta vuota. A meno di un anno dagli Accordi di Abramo, firmati il 15 settembre 2020, che aprirono la strada alla normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico gli Emirati e anche col Bahrein, insomma, la prospettiva rimane ancora quella di un matrimonio d'interesse. Ma, se quest'ultimo viene a mancare, rischia di sfumare anche lo sposalizio. E, con esso, la stabilità geopolitica della regione.

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