martedi` 03 agosto 2021
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

L'Onu criminalizza ancora Israele (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






Libero Rassegna Stampa
21.05.2021 La vita sotto i missili di Hamas
Commento di Daniel Mosseri

Testata: Libero
Data: 21 maggio 2021
Pagina: 13
Autore: Daniel Mosseri
Titolo: «'I razzi di Hamas non ci faranno fuggire'»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 21/05/2021, a pag. 13, con il titolo 'I razzi di Hamas non ci faranno fuggire' l'analisi di Daniel Mosseri.

Risultati immagini per daniel mosseri
Daniel Mosseri

Kibbutz Nir Am Archives | Alan Rudnick
Il kibbutz Nirim

A Sderot, Mechi vive da 26 anni. I suoi sette figli, racconta, sono nati fra i razzi Qassam e i colpi di mortaio. Meno di trentamila abitanti a una manciata di chilometri dal confine nordorientale della Striscia di Gaza, Mechi è «abituata», le virgolette si impongono, alle esplosioni. «Ieri un missile ha colpito la casa di fronte alla mia, e l'ha mezza distrutta, ma alla fine niente di grave, i vicini erano nella stanza di sicurezza e se la sono cavata con pochi graffi». A sostenere Mechi in una prova senza fine è la fede in Dio. Oggi il suo bambino più piccolo ha 14 anni, ma sono ormai venti anni che i missili di Gaza piovono sulle città israeliane. Missili ma anche colpi di mortaio se, come nel caso di Sderot, si abita abbastanza vicino alla Striscia. «Ai miei bambini ho sempre raccontato che il Signore è dalla nostra parte e ci protegge: noi dovevano solo correre verso la stanza protetta, dove io ho sempre tenuto della cioccolata: è difficile piangere per la paura mentre si mangia la cioccolata». Se un genitore si fa prendere dal panico, è finita.

IL COLORE ROSSO A Mechi chiedo se ha mai pensato di lasciare Sderot per spostarsi più a nord. Ridendo, risponde: «Un anno ci ho davvero riflettuto: era troppo caldo e ho immaginato di trasferirmi dai miei a Gerusalemme». Poi si fa seria e spiega che il suo posto è là, ad aiutare la sua gente e fare il suo lavoro. Mechi insegna programmazione software. «Oggi ho fatto lezione su Zoom per un'ora e mezza e i missili mi hanno interrotta tre volte». Una corsa nella stanza-rifugio entro 15 secondi dall'allarme, si aspetta il "boom!" e poi si toma al lavoro. Trenta chilometri più a sud di Sderot sorge il kibbutz di Nirim. Qua mi riceve su Skype Adele, anche lei insegnante. Il tempo di iniziare l'intervista e dal suo telefonino parte lancinante la sirena. In Israele sono le 9 e 15 del mattino. Adele non si scompone e corre a chiudere la porta della stanza di sicurezza. «Se fossimo stati fuori avremmo avuto dieci secondi di tempo per metterci al riparo. All'esterno - spiega - non avremmo sentito una sirena ma una voce di donna che dice "Colore rosso". Prima, continua, la voce diceva "Alba rossa" ma le bambine di nome Alba si turbavano così il codice di allarme è stato cambiato. Oggi a Nirim, 400 anime, non ci sono più bambini. «Sono tutti andati più a nord da amici o parenti con almeno un genitore» per non rimanere uccisi da un colpo di mortaio, «a differenza dei missili a volte non fanno neppure scattare l'allarme» né restare vittime dello stress. Anche ad Adele chiedo se ha mai pensato di lasciare Nirim. «Per andare dove?», replica, «mio marito è seppellito qua, i miei genitori sono seppelliti qua e comunque i missili arrivano anche e Gerusalemme e a Tel Aviv. E poi io non la voglio dare vinta ai terroristi». L'apertura delle ostilità da parte di Hamas con un missile sulla Città Santa ha colpito sia Mechi che Adele: un segnale che la potenza di fuoco della milizia islamica è cresciuta. Eppure anche nel sud più esposto a Hamas, nessuna delle due donne si sente cittadina di seconda classe. Entrambe ricordano come fra il 2008 e il 2012 il governo ha dotate di stanze-rifugio, con porte e finestre anti missile, ogni singolo edificio del sud. Anzi, riprende Adele, fino a qualche tempo fa il governo chiamava i singoli lanci di missili sulle città del sud "tifutim", goccioline, «oggi mi sembra che ogni attacco sia preso molto più sul serio». Ad Adele chiedo se crede nella pace e quale sia il suo rapporto con gli arabi. «Il mio medico è arabo», risponde, «ma questo non è il punto». A Libero ricorda che «con amici di Gaza che come me pensano solo al benessere dei propri figli nel 2019 ho organizzato una biciclettata dalle due parti del confine per dimostrare che vivere insieme è possibile». Quando poi la tv israeliana Canale 12 ha ripreso l'evento, Adele è stata tempestata di chiamate dagli amici gazawi che imploravano il ritiro del servizio. «Hamas li aveva riconosciuti, incarcerati e torturati».

DIALOGO INTERROTTO Adele, che in anni non lontani andava a fare la spesa a Gaza, sa benissimo che con i terroristi islamici non ci può essere dialogo ma con gli arabi si. Nel 2014 i lavoratori di Nirim potevano ancora lavorare nei campi: oggi l'allerta è tale che le colture sono state abbandonate e chi resta si occupa degli anziani. C'è anche più tempo per pensare. «Molto più dei missili mi preoccupano gli scontri nelle città fra israeliani arabi ed ebrei». Con il Covid e i medici ebrei che vaccinavano gli arabi e viceversa «mi ero illusa che le cose stessero andando molto bene: adesso dobbiamo ripensare i nostri rapporti con gli arabi e con i beduini della regione: dobbiamo avere migliore cura di loro».

Per inviare a Libero la propria opinione, telefonare: 02/99966200, oppure cliccare sulla e-mail sottostante

lettere@liberoquotidiano.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT