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Shalom Rassegna Stampa
09.08.2022 Perché Israele ha vinto l‘operazione ‘Sorgere dell’Alba’
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 09 agosto 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Perché Israele ha vinto l‘operazione ‘Sorgere dell’Alba’»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Ugo Volli dal titolo "Perché Israele ha vinto l‘operazione  ‘Sorgere dell’Alba’ ".

A destra, la vignetta di Dry Bones: la Jihad islamica, burattino dell'Iran, colpita prima che potesse attaccare di sorpresa Israele

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Ugo Volli

Una vittoria chiara
Con le organizzazioni terroristiche non si può mai dire, ma se davvero la tregua concordata grazie alla mediazione egiziana terrà, non c’è dubbio che Israele abbia vinto questa battaglia contro il terrorismo e stabilito anche un precedente importante. La vittoria è chiara sul piano delle perdite materiali e di personale. L’aviazione israeliana ha eliminato, con operazioni davvero chirurgiche, tutta la dirigenza militare della “Jihad islamica”, la sola organizzazione terroristica di peso a Gaza oltre a Hamas. Ha arrestato il suo leader “politico” (se così si può dire), e dalle minacce di rappresaglia terroristica dopo questo arresto è partito lo scontro. Ha poi eliminato fisicamente il capo militare dell’organizzazione e i suoi due vice più importanti, quelli che avevano la responsabilità delle operazioni nelle zone settentrionale e meridionale della striscia. Ha tolto dal gioco una dozzina di loro sottoposti fra cui diversi addestrati a lanciare i razzi contro Israele e ha smantellato numerosi dispositivi militari: tunnel di attacco, punti di osservazione, rampe di lancio. Insomma la capacità militari della Jihad sono state fortemente ridotte, almeno per il momento. In cambio i terroristi sono stati in grado di sparare alcune centinaia di razzi e colpi di mortaio, che in parte sono ricaduti sul territorio della Striscia, facendo anche numerose vittime innocenti; in parte sono finite su terreni disabitate e per il resto sono state quasi tutte fermate dal sistema Iron Dome. I danni subiti da Israele sono stati per fortuna veramente pochi.

Le ragioni della vittoria
Se si analizza la dinamica degli eventi, si vede che la vittoria israeliana deriva da tre innovazioni tattiche importanti. Non sappiamo se siano merito del ministro della difesa Benny Gantz, che come si sa è un ex capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, o dal suo attuale successore Aviv Kohavi; certo non dal primo ministro supplente appena nominato Yair Lapid, che non ha esperienza militare e non è in carica da tempo sufficiente per averle promosse. Tutte e tre le innovazioni hanno il senso di restaurare un atteggiamento più intraprendente e coraggioso da parte dell’esercito israeliano. Vediamole.

Prima innovazione: anticipare il nemico.
Nelle ultime operazioni di Gaza Israele aveva atteso che i terroristi sparassero i loro razzi sul proprio territorio prima di reagire e l’aveva sempre fatto in maniera proporzionale ai lanci missilistici, rallentando l’offensiva quando questi diminuivano, accelerando quando aumentavano. La motivazione era di convincere la comunità internazionale che le proprie intenzioni erano puramente difensive. Ma i nemici in Europa, negli Usa e per quel che conta anche in Italia hanno continuato a condannare l’autodifesa israeliana: per loro i soli ebrei buoni sono quelli morti. Questa volta Israele ha attaccato per primo, appena avuto la certezza che stava per scatenarsi l’assalto terrorista. E’ la stessa scelta dei tempi della guerra dei sei giorni: prendere l’iniziativa e mantenerla per cogliere il nemico sbilanciato per i suoi preparativi di attacco e non ancora completamente al coperto.

Seconda innovazione: mirare ai capi nemici
Le guerre moderne sono per lo più battaglie d’attrito, come si vede anche in Ucraina. Israele si era attenuto a questa massima anche a Gaza puntando alle istallazioni terroriste: le fabbriche d’armi, i depositi, i magazzini, le struttura d’addestramento e soprattutto i tunnel. L’ha fatto anche questa volta, ma prima ha mirato ai capi militari, cercando di tagliare subito, prima che sparissero in luoghi protetti, più teste dell’idra terrorista che fosse possibile. Questa scelta è stata resa possibile dall’effetto sorpresa dovuto alla prima innovazione: scegliere i tempi lasciando anche passare alcuni giorni di blocco della zona intorno a Gaza, per dare ai terroristi l’illusione di poter scegliere loro il momento dell’attacco.

Terza innovazione: separare le organizzazioni terroriste.
La scelta di colpire innanzitutto i comandanti terroristi ha permesso a Israele di selezionare il proprio nemico. Sono stati colpiti quasi solamente uomini della Jihad Islamica e non di Hamas, offrendo a quest’ultima organizzazione la possibilità di tenersi fuori dallo scontro e magari di cogliere un vantaggio rispetto alla concorrenza. Hamas ha accettato lo scambio tacito: nessun attacco in cambio di non intervento. Facendo così ha certamente perso parte del suo fascino di movimento di puri candidati al martirio, ma ha avuto la possibilità di consolidare il potere a Gaza. In definitiva ha scelto di spendere tante parole feroci, ma di non muoversi. La stessa scelta hanno fatto Hezbollah in Libano, gli Houti dello Yemen e soprattutto il loro comune padrone, l’Iran.

Deterrenza
Le tre innovazioni e anche la loro comune condizione, cioè la perfetta conoscenza che Israele ha di nomi, azioni, intenzioni, movimenti dei suoi nemici, non hanno solo portato a questa vittoria veloce e pulita (che però, bisogna ricordarlo, riguarda una battaglia e non certo tutta la guerra contro il terrorismo). Hanno soprattutto permesso a Israele di ribadire una lezione importante: chi osa preparare la guerra allo Stato ebraico perderà sicuramente, sarà attaccato prima che se lo aspetti, sarà colpito nelle persone dei suoi leader e sarà abbandonato perfino dai suoi camerati di lotta e di religione. I capi terroristi non possono non aver pensato che prima di pensare a un attacco sarà meglio pensarci mille volte. Come Israele sapeva dei progetti della Jihad Islamica, della sua organizzazione militare, del luogo dove sorprendere i suoi capi, così sa cose analoghe di Hamas, Hezbollah e anche dell’Iran. E potrebbe colpirli, se necessario, con la stessa forza. E’ quel che si chiama deterrenza, la capacità di indurre i nemici ad abbandonare l’attacco prima di prepararlo per il timore delle conseguenze: una posizione essenziale per mantenere la pace in un ambiente turbolento come il Medio Oriente, che Israele questa volta ha saputo certamente rinforzare.

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