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Shalom Rassegna Stampa
04.07.2022 Chi è Yair Lapid, nuovo Primo Ministro di Israele
Commento di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 04 luglio 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Chi è Yair Lapid, nuovo Primo Ministro di Israele»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Ugo Volli dal titolo "Chi è Yair Lapid, nuovo Primo Ministro di Israele".

Immagine correlata
Ugo Volli

At first cabinet meeting, Bennett, Lapid vow to work to make new government  last | The Times of Israel
Yair Lapid, Naftali Bennett

Il nuovo primo ministro
Yair Lapid è il primo ministro di Israele - il quattordicesimo della serie iniziata il 14 maggio 1948 da David Ben Gurion - il primo da vent’anni a provenire da un ambiente di centro-sinistra. Non è un premier nell’interezza dei suoi poteri, perché non ha una maggioranza parlamentare, non guida un nuovo governo approvato dalla Knesset e ha solo l’incarico del disbrigo degli affari correnti; ma nella tradizione politica israeliana e soprattutto nel continuo stato di rischio in cui lo stato ebraico vive dalla sua fondazione, il suo incarico e la sua autorità sono comunque molto ampi, per certi versi più delle situazioni normali, dato che non può essere sfiduciato.

Chi è Lapid
Yair Lapid è nato il 5 novembre 1963 a Tel Aviv. È sposato con la giornalista Lihi Lapid, ha tre figli e vive a Ramat Aviv, un sobborgo elegante di Tel Aviv. A differenza dei suoi predecessori Netanyahu e Bennett, non ha alle spalle un servizio militare di grande prestigio. Prima della politica ha lavorato come giornalista e conduttore televisivo. Dopo qualche esperienza in vari giornali, nel 1988 è diventato direttore di un quotidiano locale di Tel Aviv del gruppo Yedioth Ahronoth. La sua grande popolarità inizia però nel 1994 con la conduzione di un talk-show sul primo canale della televisione israeliana, che va in onda ogni venerdì. Poi conduce altri talk show sul secondo e terzo canale, pubblica libri, partecipa a film e spettacoli, è insomma una star della comunicazione. Nel 2012 annuncia l’intenzione di chiudere col mondo dello spettacolo e di passare alla politica, fonda un partito intitolato Yesh Atid (“Il futuro c’è”) e ottiene un notevole successo alle elezioni del 2013, con 19 seggi. Diventa ministro delle finanze del governo presieduto da Netanyahu, poi si dimette dopo un anno e mezzo per dissensi sui rapporti con i gruppi religiosi, e sta all’opposizione dei suoi governi successivi, sempre ottenendo risultati buoni ma non decisivi alle elezioni che si succedono: intorno al 15% dei voti, che i sondaggi gli attribuiscono anche per le prossime elezioni. Il suo partito da allora è quasi sempre il secondo per dimensioni della Knesset e il primo dello schieramento di sinistra.

Il padre
La carriera di Lapid ha seguito molto da vicino quella del padre Tommy, sopravvissuto alla Shoà in Serbia e immigrato in Israele nel 1948. Tommy Lapid è stato prima giornalista di successo e poi leader di un partito laicista di centro-sinistra, Shinuy (cambiamento), che ebbe un successo effimero ma consistente, fino a consentirgli di divenire vice primo ministro e ministro della giustizia nel governo costituito da Ariel Sharon nel 1999, salvo poi lasciare il governo nel 2004 e sciogliersi rapidamente. Tommy Lapid è scomparso nel 2008

L’ideologia
Yair Lapid, da quando ha fondato Yesh Atid, è diventato il leader di fatto dello schieramento di sinistra. Rispetto ai partiti laburisti che hanno guidato Israele nella prima fase della sua storia, però, il suo non è un partito socialista, non ha un atteggiamento ideologico anticapitalista. E non è neanche l’espressione più decisa del cosiddetto “campo della pace”, non condivide gli estremismi pro-palestinisti che oggi si ritrovano soprattutto nella sinistra dura e pura di Meretz. Il suo è un atteggiamento pragmatico, attento ai diritti civili, laicista, molto sensibile al rapporto con i democratici americani, molto poco empatico nei rapporti con gli israeliani che vivono in Giudea e Samaria. Il passaggio della leadership della sinistra dai laburisti a un partito “liquido”, pragmatico e di debole formazione ideologica come Yesh Atid è un cambiamento epocale. Il modo di far politica di Lapid corrisponde al modo di sentire cosmopolita e consumista della sua origine sociale e geografica nella borghesia delle professioni di Tel Aviv. Uomo educato, civile, di bell’aspetto, dall’eleganza sportiva con ottima capacità di comunicazione e conoscenza del mondo, Lapid corrisponde anche al gusto di questa parte minoritaria ma molto attiva della società israeliana.

Le ragioni del success
o Il suo incarico attuale non deriva dalla prevalenza delle sue posizioni nell’elettorato israeliano, ma dall’aver utilizzato abilmente il rancore di una parte del mondo politico e giudiziario nei confronti del leader che resta di gran lunga il più popolare nel paese, Bibi Netanyahu. Il suo capolavoro è stato il governo appena sconfitto, in cui ha saputo mettere assieme elementi di destra e di sinistra anche estrema, islamisti e nazionalisti ebraici, su un programma limitato ma concreto, al cui centro vi era la scelta di escludere a qualunque costo Netanyahu dal potere. Per realizzarlo Lapid ha anche rinunciato al ruolo di primo ministro, lasciandolo a Bennett, leader di un partito che ha quattro volte meno deputati di lui, col patto di rotazione che ora è stato attuato. Si è trattato di una manovra spericolata, senza principi comuni, che si è logorata presto nelle tensioni della maggioranza. Il nuovo scioglimento della Knesset, il quinto in quattro anni, mostra che l’instabilità politica israeliana non dipende solo dal predominio di Netanyahu.

Il futuro
Non sappiamo cosa farà Lapid come primo ministro, anche se è chiaro che sarà più propenso ad accontentare il potente alleato americano nella sua spinta a riprendere la vecchia strada delle infinite trattative con l’Autorità Palestinese di quanto lo fosse Bennett e a maggior ragione Netanyahu. Non sappiamo neanche che piani abbia Lapid per le alleanze nelle prossime elezioni e per la costituzione del nuovo governo. Il pragmatismo e la capacità di compromesso sono certamente la sua forza, ma anche il limite della sua leadership.

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