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Studioso islamico Usa: parole di odio contro Israele (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Shalom Rassegna Stampa
16.05.2022 Jenin: la fabbrica del terrorismo palestinese
Due analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 16 maggio 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La storia sanguinosa della fabbrica del terrorismo palestinese a Jenin - La giornalista di Al Jazeera uccisa in un conflitto a fuoco a Jenin: quel che è successo spiegato in breve»
Riprendiamo da SHALOM online due analisi di Ugo Volli dai titoli "La storia sanguinosa della fabbrica del terrorismo palestinese a Jenin", "La giornalista di Al Jazeera uccisa in un conflitto a fuoco a Jenin: quel che è successo spiegato in breve".

A destra: Funerale alla palestinese

Un video con sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello spiega la verità sui funerali della giornalista palestinese uccisa:


Ecco gli articoli:

Immagine correlata
Ugo Volli

"La storia sanguinosa della fabbrica del terrorismo palestinese a Jenin"

Jenin
Che cosa hanno in comune la morte morte della giornalista palestinese Shireen Abu Aqleh mercoledì scorso; quella di Noam Raz, agente di un groppo scelto antiterrorismo della polizia israeliana, venerdì scorso; l’evasione di sei pericolosi terroristi dal carcere speciale di Gilboa, a settembre 2021? Sono episodi diversi, ma in comune hanno un nome, anzi il luogo che questa parola designa, Jenin. Si tratta di una località all’estremità settentrionale dei territori controllati dall’Autorità Palestinese, quindici  chilometri a sud di Afula e venti a est di Cesarea. Non ha un passato cospicuo, anche se come ogni posto in Israele vi si trovano tracce di insediamenti ebraici dell’antichità (il suo nome porta ancora la traccia di quello dei tempi del regno di Israele, che era “ein ganim”, sorgente dei giardini e vi sono numerosi resti archeologici nella collina prospicente la città). Ma non vi è successo niente di speciale fino alla guerra di indipendenza del 1948, quando Jenin fu brevemente presa dalle forze israeliane con una dura battaglia e dopo l’armistizio ospitò un campo profughi, che è ancora lì, un quartiere affollato da circa 20 mila abitanti a fianco della città che ne ha in tutto circa 60 mila (l’intera provincia ne ha 330 mila). Fino al ‘67 Jenin era “Cisgiordania”, cioè una partre del mandato di Palestina occupata dal regno di Giordania; poi fu preso da Israele e fu tra le prime località trasferite all’Autorità Palestinese ne 1996.

La base terrorista
E’ difficile dire se questo passato sia stato determinante per quel che è diventata la città. Fatto sta che Jenin è diventato il punto più caldo del terrorismo palestinese. Durante la prima ondata terrorista degli anni Novanta,precedente gli accordi di Oslo, nel campo profughi di Jenin c’erano 200 terroristi inquadrati. Dal 2000 al 2003, nella seconda grande ondata di omicidi di massa , almeno 28 attentatori suicidi sono partiti dal campo di Jenin, secondo il conteggio delle autorità di sicurezza di Israele. Essi realizzarono  almeno 31 attacchi terroristi, per un totale di 124 vittime. Il campo era del tutto fuori controllo.

La “battaglia di Jenin”
 Quel periodo terribile si concluse quando il governo israeliano decise di rioccupare provvisoriamente alcune delle città sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, per eliminare i terroristi che vi erano annidati. Fra essi il punto più cospicuo fu proprio il campo profughi di Jenin, che fu riconquistato a duro prezzo: 23 israeliani e 53 palestinesi morirono in quella che fu definita “battaglia di Jenin”. Intorno ad essa si sviluppò una campagna internazionale di diffamazione, che parlò di “stragi”, di “migliaia di morti palestinesi”. La calunnia era lontanissima dai fatti: l’esercito aveva scelto di pagare un prezzo molto alto conquistando le roccaforti terroriste solo con l’uso della fanteria, evitando l’uso di artiglieria ed aviazione per non colpire indiscriminatamente la popolazione. Ma come accade spesso, la calunnia più spudorata ha lasciato tracce nell’ideologia e nella mitologia palestinista in tutto il mondo.

L’evasione
Israele non voleva tenere le città arabe e dopo aver eliminato l’infrastruttura terrorista si ritirò di nuovo. A Jenin però continuarono a formarsi numerosi terroristi, abituati a compiere atti di vilenza grandi e piccoli. Malti furono arrestati, altri rimasero in clandestinità. Negli ultimi anni è diventato difficili entrare nel campo profughi non solo per le forze israeliane, che lo fanno comunque quando hanno informazioni su ricercati o su depositi d’armi, ma rischiando perdite com’è accaduto venerdì scorso, ma anche per le forze regolari dell’Autorità Palestinese, anche perché il nucleo terrorista principale del campo appartiene alla “Jihad Islamica”, un gruppo terrorista direttamente controllato dall’Iran. Da Jenin provenivano i sei detenuti della prigione di Gilboa che sono evasi clamorosamente a settembre scorso: cinque di essi appartenevano alla Jihad Islamica e uno, il capo, alle “Brigate di Al Aqsa”, che sono l’ala miltare di Al Fatah, il partito del dittatore dell’Autorità Palestinese Muhammed Abbas. Costui, che si chiama Zakaria Zubeid, è l’anello di congiunzione con la vecchia generazione della “battaglia di Jenin”, cui aveva partecipato prima di diventare capo delle “Brigate”, alle dirette dipendenze di Abbas.

Gli ultimi fatti
Da Jenin e dai dintorni è venuta la maggior parte degli attentatori che hanno insanguinato Israele (19 morti, molti feriti) nell’ultimo mese, per esempio quelli che hanno colpito a Tel Aviv e Bnei Berak.. La fabbrica del terrorismo è dunque ancora in funzione ed è necessario andare a prendere chi la anima e la sostiene non solo per assicurarli alla giustizia ma anche per evitare che gli attentati si ripetano. Una di queste difficili missioni è quella che ha preso la vita della giornalista di Al Jazeera, molto probabilmente colpita dal fuoco dei terroristi. E un’altra è costata la vita di Noam Raz. Purtroppo questa vicenda non è conclusa ed è possibile che altro sangue e altri lutti vengano dal furore terrorsista che regna a Jenin.

"La giornalista di Al Jazeera uccisa in un conflitto a fuoco a Jenin: quel che è successo spiegato in breve"

In questo video, a cura di Giorgio Pavoncello, viene denunciata la cultura della menzogna e le false accuse arabe palestinesi contro Israele sul caso della giornalista uccisa:



Che cos’è successo
Mercoledì scorso, Shireen Abu Akleh, giornalista di Al Jazeera cinquantenne, è stata uccisa in un conflitto a fuoco mentre seguiva una missione delle forze di difesa israeliane nel campo profughi di Jenin in Samariae. Si tratta di una roccaforte della Jihad Islamica, da cui sono partiti molti degli attacchi che hanno provocato l’uccisione di 19 cittadini israeliani nelle ultime settimane. Le forze di sicurezza di Israele sono impegnate a bloccare l’ondata terrorista e ad arrestare i colpevoli quando riescono a fuggire e dunque hanno la necessità di entrare anche nei luoghi più difficili come questi. Sono operazioni ad alto rischio perché i militari sono attesi e subiscono agguati con le armi dalle case e dai vicoli. Ne nascono vere e proprie battaglie, in cui si sparano migliaia di proiettili. Seguendo una di queste operazioni che si è svolta mercoledì all’alba, con l’obiettivo dell’arresto di un terrorista, Abu Akleh si è trovata sulla linea di fuoco e ha ricevuto un proiettile nella testa che l’ha uccisa.

Le accuse a Israele
Immediatamente è partita una campagna di stampa per accusare Israele della responsabilità di questa morte. L’hanno fatto inizialmente Al Jazeera e l’Autorità Palestinese, seguite da Hamas e quindi da tutte le fonti di propaganda palestinista. L’accusa è di aver ucciso deliberatamente la giornalista, sparandole apposta nella testa. L’esercito israeliano ha espresso rincrescimento per la morte e ha subito smentito di aver sparato su Abu Akleh.

Al Jazeera
La televisione del Qatar ha incolpato Israele per la morte di Abu Akleh, twittando: "La nostra collega è stata uccisa dall'esercito israeliano mentre copriva l'attacco al campo profughi di Jenin". In una dichiarazione pubblicata sul canale, ha invitato la comunità internazionale a "condannare e ritenere responsabili le forze di occupazione israeliane per aver preso di mira e ucciso deliberatamente la nostra collega". La terminologia usata (“Attacco”, “uccisa deliberatamente”) corrisponde all’ostilità che l’emittente ha da sempre per Israele. Vale la pena di ricordare che nel 2017 Bibi Netanyahu, dopo una serie di incitamenti al terrorismo, aveva ordinato la chiusura della sede di Gerusalemme. Al Jazeera è stata anche espulsa dall’Egitto e parzialmente proibita in Arabia Saudita perché considerata non un canale giornalistico, ma la voce propagandistica dei Fratelli Musulmani.

L’inchiesta
Israele ha chiesto all’Autorità Palestinese di condurre un’inchiesta comune sulla morte. L’AP ha respinto l’inchiesta comune e ha anche rifiutato di lasciar esaminare il proiettile causa della morte, il cui esame avrebbe potuto rilevare il tipo di arma usata e forse avrebbe potuto permettere di risalire a chi aveva sparato (anche se bisogna dire che i terroristi palestinesi usano abbastanza spesso armi rubate dai depositi israeliani). Mohamed Abbas ha anche annunciato una mossa propagandistica: la denuncia di Israele alla corte dell’Aja sui crimini di guerra, anche se un caso del genere non rientra certo nelle competenze della corte.

Quel che è uscito finora
Nel frattempo però è stato pubblicato l’esame dell’autopsia della giornalista condotto alla An Najah University di Nablus, dove si dice che non è possibile stabilire chi abbia ucciso la giornalista e che la sola cosa sicura è che il colpo non è stato sparato da vicino: se si considera che vengono da medici palestinesi, queste due affermazioni non sono certo favorevoli alla propaganda dell’AP. Vi sono dei filmati in rete che mostrano un terrorista di Jenin esultare per aver colpito un soldato israeliano. Fra i militari però non vi sono perdite o feriti. Che quella raffica sparata a casaccio abbia colpito la giornalista? E’ quel che un’inchiesta israeliana si propone di indagare.

Le conseguenze internazion
ali La campagna contro Israele, che aveva perso qualche slancio in seguito all’ondata terrorista, ha ripreso forza. Gli Stati Uniti hanno chiesto spiegazioni, l’Europa ha condannato Israele, la stampa araba anche. E però sono accuse che mancano di ogni credibilità. Israele è fiero di avere una stampa libera e combattiva e non impedisce affatto ai giornalisti di fare il loro mestiere, né li minaccia con le armi. E’ evidente che questo incidente danneggia Israele, che non aveva nessun interesse ad eliminare una giornalista che certo non gli era favorevole, ma che non era certo in questo diversa dalla maggior parte dei reporter internazionali, quasi sempre schierati dalla parte palestinese.

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