lunedi` 03 ottobre 2022
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

L'esempio di Golda Meir


Clicca qui






Shalom Rassegna Stampa
31.03.2022 Una nuova ondata di terrorismo in Israele: perché?
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 31 marzo 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Nuova ondata di terrorismo in Israele. Caratteristiche, cause e possibili mezzi di contrasto»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Ugo Volli dal titolo "Nuova ondata di terrorismo in Israele. Caratteristiche, cause e possibili mezzi di contrasto".

Immagine correlata
Ugo Volli

Cinque persone sono morte in una sparatoria a Bnei Brak, in Israele - Il  Post

L’ondata
L’attentato di ieri sera a Bnei Barak (cinque israeliani assassinati) è il terzo in una settimana, dopo quello di Beer Sheva il 22 marzo (quattro uccisi) e quello di Hedera (2 morti). Oggi c’è il sospetto di un nuovo attacco a Gerusalemme, vicino al mercato di Mahane Yehuda. Ormai non si può più parlare di attacchi isolati, è chiaro che è in corso un’ondata terrorista, che purtroppo rischia di continuare, anche grazie all’effetto di imitazione che spesso questi crimini inducono. Ma anche al fatto che tutte le fazioni palestiniste li hanno approvati e festeggiati. A Gaza, ma anche a Jenin da dove veniva uno degli ultimi attentatori, a Tulkarem e altrove, nei quartieri arabi vi sono stati danze, canti, offerte di dolciumi ai passanti.

Le caratteristiche comuni
Tutti i tre gli attentati sono avvenuti entro i limiti storici di Israele, quelli stabiliti nel ‘48; non nei territori che i nemici di Israele definiscono occupati, cioè la Giudea e Samaria e Gerusalemme vecchia. Tutti sono stati realizzati con la partecipazione di arabi israeliani. Due su tre hanno comportato l’uso delle armi da fuoco, che i palestinisti negli ultimi anni avevano invece usato poco, per discostarsi dall’immagine del terrorismo e lanciare quella della “resistenza popolare”. Tutti però sono stati compiuti da terroristi singoli con armamenti individuali, senza una grande organizzazione attiva, a differenza degli attentati con le cinture esplosive di vent’anni fa. Due su tre almeno sono stati rivendicati dall’Isis, che non aveva avuto finora un ruolo rilevante nel terrorismo palestinista e che sta evidentemente cercando di installarsi in Israele.


Il terrorista di Bnei Brak

Le preoccupazioni
Queste caratteristiche comuni inducono gravi preoccupazioni, anche al di là del lutto e della tragedia delle vite stroncate. La presenza di terroristi arabi con cittadinanza israeliana fa pensare che gli episodi di violenza di massa, veri e propri pogrom omicidi, di cui si erano resi responsabili gruppi di arabi israeliani a Lod, Acco e in altre località durante l’ultima operazione a Gaza, non siano stati episodi isolati, ma che ci sia ancora il rischio di una sollevazione violenta di parti della minoranza araba in Israele e il tentativo dei palestinisti di innescarla. L’arrivo dell’Isis, che certamente ha quadri militari ed esperienza di guerriglia, è un’altra preoccupazione. E colpisce il fatto che i tre episodi non siano stati prevenuti dai servizi di sicurezza (Shabak e polizia) israeliani, che evidentemente non hanno più le antenne di una volta e hanno perso concentrazione sul terrorismo occupandosi molto di compiti estranei come la prevenzione del Covid o addirittura di lotta politica contro Netanyahu e i “coloni estremisti”. Vi è stata nell’esercito un’attenzione legale meticolosa a prevenire ogni abuso dell’autodifesa, che ha forse fatto abbassare la guardia. Si è forse creduto che la presenza al governo di un partito arabo avrebbe frenato il terrorismo e questo non è accaduto. Zone importanti del paese (il Negev, parti della Galilea, parti della “zona C” della Giudea e Samaria, sotto amministrazione israeliana secondo gli accordi di Oslo) sono stati lasciati all’iniziativa palestinista, spesso appoggiata praticamente dalla diplomazia europea.

Le ragioni dell’ondata terroristica
I palestinisti non hanno mai rinunciato al terrorismo e non hanno mai riconosciuto immunità neppure all’Israele nei limiti precedenti al ‘67. Dunque per loro il terrorismo è normale, anzi è un compito eroico che premiano con onori e denaro. Ma perché colpire proprio ora? La ragione principale è il tentativo di riguadagnare l’attenzione del mondo. Fra gli sviluppi degli accordi di Abramo e la guerra in Ucraina la questione palestinese è stata ridimensionata a quello che è: un problema secondario nella politica internazionale che coinvolge un numero abbastanza piccolo di persone e un territorio limitato. Questo è intollerabile per i palestinisti, abituati a essere considerati la fonte di ogni problema e di pretendere perciò l’appoggio del mondo. Il terrorismo serve soprattutto a far parlare di sé. La seconda ragione, che si sovrappone alla prima, è che Israele oggi gode i dividendi della politica di Netanyahu, continua a stringere le proprie relazioni con i vicini arabi, guida la resistenza all’imperialismo iraniano, ha un notevole successo internazionale, politico oltre che economico e tecnologico. E questo rende furiosi i palestinisti che vorrebbero solo distruggerlo e si vedono traditi dai loro fratelli arabi. Vi è poi il finanziamento e l’appoggio iraniano a ogni attività terrosrista contro Israele. Infine vi è la debolezza e la confusione di un governo che non riesce ad applicare politiche univoche anche nel campo essenziale della sicurezza.

Che cosa attendersi ora
Dobbiamo sperare che i servizi di sicurezza israeliani riescano a prevenire nuovi attentati. Ma non sarà facile. Nel settore arabo vi è abbondanza di armi da fuoco (oltre naturalmente ai mezzi di attacco universalmente diffusi, coltelli, sassi, bottiglie Molotov, automobili con cui investire i nemici). Vi è anche molta criminalità non abbastanza contrastata, e un’abitudine diffusa all’illegalità, anch’essa spesso tollerata. Gli obiettivi prescelti da questa ondata terrorista non sono militari, ma civili e dunque sparsi dappertutto. Le modalità operative sono semplici ed efficaci: basta sparare nel mucchio. Certamente è necessario far ripartire delle politiche di sicurezza efficaci, individuando di nuovo le fonti di pericolo e lavorando per isolarle.

Per inviare a Shalom la propria opinione, telefonare: 06/87450205, oppure cliccare sulla e-mail sottostante

redazione@shalom.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT