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I musulmani sono infelici nei paesi in cui vivono, in uno solo sono felici, quale? (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Shalom Rassegna Stampa
23.01.2022 L'autoreferenzialità dell'Autorità palestinese
Commento a cura di Celeste Vichi

Testata: Shalom
Data: 23 gennaio 2022
Pagina: 1
Autore: Celeste Vichi
Titolo: «L'autoreferenzialità dell'Autorità palestinese»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Celeste Vichi dal titolo "L'autoreferenzialità dell'Autorità palestinese".

Celeste Vichi (@celeste_vichi) | Twitter
Celeste Vichi

Riyad al-Malki:
Riyad Malki

Sono di pochi giorni fa le dichiarazioni rilasciate dal ministro degli esteri dell’Autorità palestinese Riyad Malki al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con le quali, riproponendo le solite menzogne dell’occupazione e dello stato di “apartheid”, ha richiamato la comunità internazionale a costringere Israele a ritirarsi nei confini precedenti al 1967 e salvare la soluzione di “due popoli in due stati”. Relegata sempre di più all’irrilevanza internazionale dopo gli Accordi di Abramo, dopo aver rifiutato nel 2000 la più grande e generosa offerta di pace e dopo il ritiro da Gaza nel 2005 da parte di Israele, adesso la leadership palestinese cerca con questa proposta di rilanciare disperatamente una visibilità ormai crepuscolare. E’un fatto che la soluzione dei due popoli in due stati è già ampiamente superata dalla realtà. I più grandi paesi arabi sunniti, delineando la contrapposizione tra mondo sciita e sunnita, stanchi del ricatto palestinese, hanno compreso che lo Stato Ebraico non è un ostacolo alla pace, ma casomai un’occasione di sviluppo in tutta l’area e prova ne sono le partnership commerciali, culturali, di ricerca avviate con EAU, Bahrein, Marocco, Sudan e probabilmente presto anche l’Indonesia. I nuovi equilibri sono ormai un dato di fatto, con buona pace del ministro Malki. Il “desiderio di pace” non può non essere decontestualizzato dal fatto che il popolo palestinese è ostaggio di un regime di terrore e di gruppi di potere la cui finalità non è solamente cancellare lo Stato di Israele, ma l’eliminazione fisica dei suoi cittadini. Rientrare sui confini del ‘67 vorrebbe dire rendere assolutamente indifendibile lo Stato di Israele. Le alture del Golan, un tempo sede delle artiglierie siriane che bombardavano le pianure israeliane, sarebbero certamente oggi utilizzate dagli Hezbollah finanziati dall’Iran. Questi gruppi di potere vivono, dunque, del conflitto e per il conflitto, e la loro stessa esistenza è legata ad alimentare le tensioni con lo Stato ebraico. Lo dimostra il fatto che lo scorso maggio sono stati lanciati sui civili israeliani inermi oltre 2.900 razzi che, se non fosse per i 450 ricaduti sullo stesso territorio palestinese e le 1150 intercettazioni Iron Dome, avrebbero provocato una carneficina. L’autore di questa aggressione ha un nome preciso, e non è il popolo palestinese, ma un’associazione terroristica riconosciuta a livello internazionale e dall’Unione Europea, e rispetto alla quale lo Stato di Israele ha avuto tutto il diritto di difendere i propri cittadini e di continuare a farlo.

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