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Shalom Rassegna Stampa
21.07.2021 L'esodo degli ebrei dal mondo arabo
La relazione di David Meghnagi alla Commissione Esteri della Camera

Testata: Shalom
Data: 21 luglio 2021
Pagina: 1
Autore: David Meghnagi
Titolo: «La fuga degli ebrei dal mondo arabo. Un esodo silenzioso e paradigmatico»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di David Meghnagi dal titolo "La fuga degli ebrei dal mondo arabo. Un esodo silenzioso e paradigmatico".

David Meghnagi | ISPI
David Meghnagi

L'esodo ebraico dai paesi arabi | STORIA DI ISRAELE

Il 21 luglio alle ore 14.30 la Commissione esteri della Camera ha invitato il prof. David Meghnagi (presidente del Comitato accademico europeo per la lotta all’antisemitismo) e il prof. George Bensoussan (storico degli Ebrei del mondo arabo) per una audizione sulla storia e sulla la memoria delle persecuzioni subite dalle Comunità ebraiche del mondo arabo. L’inserimento della questione degli ebrei del mondo arabo nell’agenda del processo di pace nel Vicino Oriente, costituirebbe una svolta importante nella ricerca di una composizione politica e simbolica del conflitto che lacera la Regione da oltre un secolo e che tenga conto dei diritti di tutte le parti. Shalom anticipa alcuni stralci della relazione del prof. David Meghnagi.

30 novembre: l'esodo ebraico dimenticato: La fuga dal mondo arabo

“La vita e la morte” si legge nei Proverbi “sono affidate alla lingua”. “In tempi bui che confondono il giudizio – scriveva Freud in una lettera a Thomas Mann nel 1935 – le parole del poeta sono azioni”. Quei tempi sono per fortuna alle spalle, ma l’ammonimento è sempre attuale. Il mondo odierno è sovraccarico di pericoli. Le parole malate hanno bisogno di cure come le persone. Chi facesse un viaggio nel tempo ad Alessandria di Egitto, al ritorno potrebbe raccontare di un mondo scomparso che ne rendeva il tessuto culturale ricco e variegato. Lo stesso discorso vale per Damasco e Bagdad, Il Cairo, Tripoli, Tunisi, Algeri, Rabat e molte altre importanti città del mondo arabo. Le peripezie delle Comunità ebraiche sono poco note, le umiliazioni ignorate, la loro fuga e il dolore invisibili. La narrazione della storia aiuterebbe a guardare al conflitto mediorientale con uno sguardo diverso e più ampio e forse anche per questo la loro vicenda è stata largamente ignorata, rimossa o derubricata come fosse una mera conseguenza del conflitto arabo israeliano e non invece la spia di un processo endogeno cominciato molto prima e che dopo gli Ebrei ha colpito altre minoranze della Regione. Le comunità ebraiche del mondo arabo e islamico sono oggi solo un flebile ricordo. Eppure non molto tempo fa ne costituivano un elemento essenziale e costitutivo. Oltre 850.000 ebrei lasciarono per sempre il mondo arabo. Ridurre la questione dei profughi ebrei dei paesi arabi alla sola vicenda del conflitto arabo-israeliano è una rinuncia alla capacità critica e di pensiero. A differenza dei profughi palestinesi che erano un elemento del tragico conflitto seguito alla guerra di distruzione scatenata dagli eserciti della Lega araba per all’indomani della nascita di Israele, gli ebrei fuggiti in massa dal mondo arabo erano degli ostaggi che partendo e fuggendo in tempo salvarono le loro esistenze prima che fosse tardi. Non si tratta qui di stabilire gerarchie del dolore. Ma di avere un quadro più corrispondente alla realta' dei processi che hanno segnato la storia piu' recente del Vicino Oriente e alle possibilità di comporne un conflitto che si trascina da oltre un secolo. Dopo l’esodo silenzioso degli ebrei dal mondo arabo è cominciata l’agonia di ciò che era rimasto della civiltà cristiana di Oriente. Sparite le differenze locali, le immagini negative dei «popoli vinti» e dominati dall’Islam sono state proiettate su Israele, trasformato in simbolo dei mali che opprimono la civiltà araba e islamica. Spariti gli ebrei dal mondo arabo, facile e comodo bersaglio su cui dirottare le tensioni politiche e sociali, la violenza è esplosa nel cuore dell’umma islamica, con centinaia di migliaia di vittime innocenti che non fanno notizia. Solo di recente si è cominciato a comprenderne l’enorme valenza simbolica per una visione diversa ed equilibrata del conflitto mediorientale e per una sua reale composizione che tenga conto di tutte le variabili che ne hanno reso difficile la composizione. Sono nato e cresciuto in un paese arabo che ho lasciato per sempre dopo un sanguinoso pogrom, il terzo nella storia della mia famiglia in poco più di vent’anni. Lungo l’arco di due decenni centinaia di migliaia di ebrei hanno forzatamente abbandonato le loro case e i loro averi in ogni area del mondo arabo e islamico. Le minoranze ebraiche non avevano partecipato alla guerra di distruzione scatenata dagli eserciti della Lega araba contro il nascente Stato di Israele e non costituivano un pericolo per nessuno. Erano di fatto degli ostaggi. Ho sempre pensato che a dispetto delle vicende dolorose da cui sono divisi, ebrei e musulmani, arabi, israeliani e palestinesi non sono condannati a essere ostili per sempre. Nella tradizione ebraica, la scelta è un elemento fondamentale Non tutto è stabilito a monte. C’è e deve esserci una via di uscita e se anche questa possibilità non è nell’immediato, non bisogna per questo negarla al futuro. La scelta della vita (ubahartà bahaim) contro la cultura della morte, può cambiare il corso degli eventi.

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