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Panorama Rassegna Stampa
22.07.2020 Ustica e Bologna: due stragi e la pista palestinese
Commento di Maurizio Tortorella

Testata: Panorama
Data: 22 luglio 2020
Pagina: 32
Autore: Maurizio Tortorella
Titolo: «Due stragi e la pista palestinese»
Riprendiamo da PANORAMA, di oggi 22/07/2020, con il titolo "Due stragi e la pista palestinese", il commento di Maurizio Tortorella.


Yasser Arafat, Giulio Andreotti, Bettino Craxi

Soltanto 36 giorni separano gli 81 morti del Dc9 di Ustica, scomparso nel Tirreno il 27 giugno 1980, e le 85 vittime della stazione di Bologna, spazzate via da una carica di esplosivo il 2 agosto. Anche l'inquietante vicinanza tra due le stragi di 40 anni fa, le peggiori nella storia della Repubblica, dà forza a un dubbio. Il dubbio è avvolto in carte ormai ingiallite, che un maledetto segreto continua a rendere inaccessibili. Il dubbio, però, cresce: e se le due stragi avessero la stessa matrice, quella del terrorismo palestinese? Fin qui, la giustizia non ha individuato un colpevole per Ustica, mentre la Cassazione nel 1995 ha stabilito, con una condanna controversa, che quella di Bologna sia stata «strage fascista». Eppure la responsabilità delle due stragi dell'estate 1980 potrebbe nascondersi altrove, in una verità inconfessabile. E cioè che il Dc9 e la stazione siano state la doppia, crudele ritorsione del terrorismo palestinese per la violazione di un accordo segreto da parte dello Stato italiano. Di quell'accordo si parla da anni con crescente consapevolezza: è il «Lodo Moro», il cinico patto di non belligeranza stretto nel 1973-74 tra l'Italia, il cui ministro degli Esteri è Aldo Moro, e la galassia del terrorismo palestinese che ingloba il Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habash, l'Olp di Yasser Arafat e altre organizzazioni foraggiate e armate dalla Libia di Muammar Gheddafi e dai regimi comunisti dell'Europa orientale. È grazie al «Lodo Moro» se i terroristi palestinesi, che dagli anni 60 hanno insanguinato l'Europa, s'impegnano a non fare più attentati in Italia in cambio della libertà di movimento sul nostro territorio e della garanzia d'impunità pur se trovati in possesso di armi. Per l'Italia, membro della Nato, il patto è peggio che inconfessabile: è un grave tradimento militare. È per questo se, ancora oggi, il «Lodo Moro» ha più coperture del segreto di Fatima. Eppure è un dato di fatto: la trattativa tra Italia e terrorismo palestinese inizia a muoversi il 5 settembre 1973, il giorno in cui la polizia irrompe in una casa di Ostia, occupata da cinque arabi, e sequestra due missili terra-aria Strela, di fabbricazione sovietica. Quattro giorni dopo l'inizio del processo, il 17 dicembre 1973, un commando del Fplp attacca per rappresaglia l'aeroporto di Fiumicino, dove massacra 32 persone e dirotta un Boeing Lufthansa. Dopo quella strage, quasi cancellata dal ricordo e dalle celebrazioni, entra in campo Stefano Giovannone, colonnello dei servizi segreti militari del Sismi, legato a doppio filo a Moro e considerato alla stregua di un «Lawrence d'Arabia» italiano dai palestinesi.

Proprio su input di Moro, terrorizzato da un'escalation di attentati, Giovannone tratta in segreto con Fplp e Olp, e all'inizio del 1974 grazie alla sua credibilità ottiene la tregua. Il prezzo immediato, per l'Italia, è la liberazione dei cinque arrestati di Ostia, appena condannati per direttissima a cinque annidi carcere. Poi l'accordo si consolida, e da quel momento il terrorismo palestinese risparmierà l'Italia, mentre nei confronti dei feddayin la nostra giustizia diverrà inspiegabilmente lieve, o distratta. Nel 1976, per esempio, tre arabi arrestati a Fiumicino con pistole e bombe a mano vengono condannati a sette anni, ma dopo soli 20 giorni di cella sono spediti in Libia su un aereo militare. Misconosciuto per decenni, rigettato dai magistrati di Bologna, che nel 2014-15 hanno stabilito non sia mai esistito, il «Lodo Moro» ha invece ottenuto conferme autorevoli. Ne sono convinti Rosario Priore e Guido Salvini, i giudici istruttori di Ustica e di Piazza Fontana; ne sono certi politici di idee diverse come l'ex capo dello Stato Francesco Cossiga e l'ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, del Pds; se ne dicono sicuri perfino due ex capi dei servizi segreti come il generale Mario Mori e Franco Gabrielli. Ed è proprio il «Lodo Moro» ad autorizzare un'ipotesi diversa per le stragi di Ustica e di Bologna. Perché nell'estate 1980, per la prima volta, il patto segreto non funziona. È una storia angosciosa, che comincia con due missili Strela, identici a quelli scoperti a Ostia sei anni prima: nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1979, i carabinieri li sequestrano a tre estremisti di Autonomia operaia che li trasportano nel sottofondo di un furgone per le strade di Ortona, in provincia di Chieti. Subito dopo viene arrestato anche l'organizzatore del trasporto. Si chiama Abu Anzeh Saleh, è un palestinese di origini giordane, ha 30 anni e da nove vive in Italia: dal 1971 s'è trasferito a Bologna. Nel marzo 1974 è stato denunciato ed espulso per oltraggio a pubblico ufficiale ma già a dicembre è rientrato in Italia. E per lui ha garantito proprio il colonnello L'allora ministro degli Esteri Aldo Moro con Francesco Cossiga. Giovannone. Non per nulla, quando il 14 novembre 1979 i carabinieri perquisiscono la casa bolognese di Saleh, dopo averlo arrestato per i missili, tra passaporti falsi e bandiere del Fplp trovano un biglietto con un nome, Stefano, e il numero di telefono di Giovannone.

Il colonnello è tra i pochissimi a sapere che Saleh è il capo del Fplp nel nostro Paese. Forse sa anche che il giordano è il contatto in Italia del venezuelano Ilich Sanchez Ramirez, detto «Carlos lo sciacallo»: il mercenario del terrore che guida il gruppo Separat e lavora per il Kgb, il Fplp, la Libia. Nel giugno 1975, in una casa di Parigi, una sparatoria con Carlos lascia a terra tre agenti dei servizi francesi, e la polizia trova un'agenda dello Sciacallo che contiene nome e indirizzo bolognese di Saleh. Per questo non stupisce, oggi, che tra 1979 e 1980 il Fplp e Giovannone intreccino un'ansiosa diplomazia sotterranea, proprio mentre Saleh e compagni vengono processati a Chieti per introduzione clandestina, detenzione e trasporto di armi da guerra, tre reati che valgono 10 annidi carcere. Il primo grado inizia il 17 novembre 1979 e si chiude il 25 gennaio 1980 con una condanna a sette anni di reclusione. In un'udienza, uno degli avvocati legge un comunicato dei palestinesi che pretendono di rientrare in possesso dei «loro» missili, e rivelano che il governo di Giulio Andreotti «è informato di tutto». Alla fine, i quattro imputati vengono assolti solo per uno dei tre reati contestati loro, l'introduzione clandestina dei missili. Il Fplp è sempre più irritato, e Giovannone è giustamente preoccupato. Si può solo sperare nel processo d'appello. Nel frattempo, però, la situazione politica in Italia è radicalmente mutata. Il governo Andreotti è caduto e al suo posto, i14 aprile, 1980 ha giurato il nuovo governo Cossiga, filo-atlantico e filoisraeliano. Per di più, Cossiga è convinto dalle indagini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che il Fplp stia fornendo armi alle Brigate rosse. Il «Lodo Moro», insomma, scricchiola.

I giochi si complicano. Da Beirut, dove nel 1980 ha ottimi contatti con il terrorismo palestinese, Giovannone spedisce cablogrammi sempre più allarmati a Roma. Segnala che c'è il rischio di una rappresaglia se il processo per i missili di Ortona non finirà in nulla, come sei anni prima è accaduto a quello per gli Strela di Ostia. Il colonnello scrive che il Fplp ritiene di essere stato ingannato dal governo di Roma, e sta per riprendersi la libertà d'azione. Gli attentati potrebbero ripartire, e i palestinesi punterebbero o a una nostra ambasciata, oppure a un aereo di linea. Giovannone accenna anche a Carlos, che sarebbe sbarcato a Beirut, pronto all'azione. Ma gli allarmi non sortiscono effetti. Il processo d'appello, che dovrebbe essere «aggiustato» e finire in nulla, inizia il 17 giugno 1980, dieci giorni prima di Ustica. E l'accusa dà subito prova di non volersi prestare a un gioco al ribasso: ricorre contro l'assoluzione parziale dei quattro imputati e preannuncia la richiesta di pene esemplari. A novembre 1979 e giugno 1980, drammatici cablogrammi partono dall'ambasciata italiana a Beirut. In quelle carte, ormai ingiallite, Giovannone lancia segnali a Roma. A volte, i messaggi sono ermetici. E evidente che il colonnello sa di camminare sul filo di un rasoio, mentre il terrorismo palestinese è capace di Stefano Giovannone, colonnello del servizi segreti militari del Sismi. usare a perfezione segnali e simboli, per farsi capire soltanto da chi deve e può farlo. Potrebbe quindi non essere affatto un caso se il Dc9 di Ustica il 27 giugno decolla da Bologna, la città di Saleh, e se anche la stazione che esplode è quella di Bologna, dove il 2 agosto gli inquirenti hanno appurato la presenza di terroristi del gruppo di Carlos. Se la magistratura e l'opinione pubblica potessero conoscere il contenuto di quei cablogrammi, forse il quadro di quella terribile estate di 40 anni fa potrebbe cambiare per sempre. Oggi, però, i messaggi ingialliti che raccontano l'angoscia di Giovannone restano coperti dal segreto.

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