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Panorama Rassegna Stampa
28.08.2019 Aleppo in Siria & Leicester in Inghilterra: cresce l'intolleranza islamista, cristiani in fuga
Commenti di Fausto Biloslavo, Alessandro Fanteschi

Testata: Panorama
Data: 28 agosto 2019
Pagina: 40
Autore: Fausto Biloslavo - Alessandro Fanteschi
Titolo: «Aleppo non è una città per cristiani - Leicesterstan, viaggio nella più islamizzata città d'Inghilterra»
Riprendiamo da PANORAMA di oggi, 28/08/2019, a pag.40, con il titolo "Aleppo non è una città per cristiani" il commento di Fausto Biloslavo; a pag. 44, con il titolo "Leicesterstan, viaggio nella più islamizzata città d'Inghilterra", il commento di Alessandro Fanteschi.

Ai giornali cattolici non interessa la persecuzione dei cristiani in Siria, ad Aleppo, e la crescita dell'intolleranza islamista in Europa. Panorama invece ne scrive, portando anche l'esempio della città inglese di Leicester, avamposto dell'islamizzazione sul nostro continente.

Ecco gli articoli:

Fausto Biloslavo: "Aleppo non è una città per cristiani"

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Fausto Biloslavo - Aleppo

All'estemo della chiesa abbiamo dovuto togliere le croci e le statue. È proibito suonare le campane e possiamo svolgere le funzioni solo all'interno dell'edificio. Per muovermi non devo indossare il saio francescano, ma non abbandoneremo le nostre case e non ci convertiremo» spiega in perfetto italiano, via WhatsApp a Panorama, il francescano Hanna Jallouf. Fratello Giovanni, assieme a padre Luay Bsharat, sono gli unici due frati e sacerdoti rimasti nella sacca siriana di Idlib, nel nordovest del Paese, controllata dai miliziani jihadisti. Prima della guerra civile i cristiani della zona erano 11 mila, ma adesso sono rimaste 210 famiglie, appena 600 persone nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh a pochi chilometri dal confine turco. «Siamo custodi della 7èrra Santa. San Paolo sulla via di Damasco è passato qui vicino. Nel 2015 sono stato rapito con 17 miei fedeli. Volevano convertirci a forza, ma noi non abbandoneremo mai la nostra fede» afferma ancora fratello Giovanni. La comunità cristiana di Siria, ridotta al lumicino dal conflitto e dalla persecuzione jihadista, è delusa e molto critica nei confronti di Papa Francesco accusato addirittura di «tradimento» per avere preso le difese dell'ultima sacca jihadista di Idlib martellata dai bombardamenti russi e sotto attacco dei governativi. Il coraggioso Giovanni ha le idee chiare: «La Chiesa non deve intervenire perché sono stati compiuti misfatti da una parte e dall'altra. Se vuole farlo bisogna denunciare che anche i ribelli lanciano razzi sui villaggi cristiani vicini a noi di Skelbieh e Mihard, ma in zona governativa. Sono morti catechisti, donne e bambini. Nessuno parla di queste vittime». D 22 luglio il cardinale prefetto vaticano per lo Sviluppo umano e il nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mano Zenari, hanno consegnato al presidente siriano Bashar ai-Assad una lettera del Santo Padre. Il testo integrale non è stato reso noto, ma il Papa ha espresso la sua «profonda preoccupazione» per la «situazione umanitaria in Siria, con particolare riferimento alle drammatiche condizioni della popolazione civile a Idlib». Bergoglio ha chiesto ad Assad di porre fine «alla catastrofe umanitaria» nell'area jihadista e sollecitato «il rilascio dei detenuti, l'accesso delle famiglie alle informazioni sui loro cari e condizioni umane per i prigionieri politici'>. Nell'ultima sacca di Idlib si sono ritirate e asserragliate le truppe jihadiste dopo le sconfitte subite per mano dei governativi. Circa 80 mila miliziani in armi a cominciare dalla costola di Al Qaida in Siria, il fronte Al Nusra, che ha cambiato nome diventando Hayat Tahrir al-Sham. La zona dovrebbe venire demilitarizzata, ma in realtà bombardamenti e combattimenti si stanno intensificando nell'enclave popolata da tre milioni di civili. Il governo di Damasco punta alla spallata finale. E la lettera di Bergoglio è stata interpretata come un appello in difesa dei carnefici dei cristiani. «Siamo sbalorditi dalle prese di posizione del Papa perla popolazione nella zona controllata dai terroristi della guerra santa. E il resto della Siria? Ad Aleppo i cristiani continuano a venire colpiti dai missili jihadisti. «Due pesi e due misure» sentenzia un rappresentante cattolico locale. Nella storica città tornata sotto controllo governativo, dopo anni di guerra e distruzione, sono rimasti 25 mila cristiani su 170 mila. «Sappiamo bene che dalla parte del regime non ci sono solo i buoni e i cattivi dall'altra, ma la lettera del Papa è stata presa molto male. Ci si preoccupa di più delle zone controllate dalle forze jihadiste che dei cristiani ancora sofferenti e minacciati» spiega la fonte di Panoranuz, che non vuole pubblicare il suo nome per timore di ritorsioni. Forse per correre ai ripari Francesco ha benedetto a Ferragosto 6 mila rosari, che verranno consegnati dalla Fondazione pontificia «Aiuto alla Chiesa che soffre» ai cristiani siriani che hanno avuto familiari rapiti o uccisi. La gerarchia ecclesiastica in Siria è convinta che il Papa «sia informato male dal nunzio». H rappresentante del Vaticano a Damasco è il cardinale Zenari che pure denuncia come la popolazione cristiana in Siria sia a rischio estinzione. Zenari è protetto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che ha annunciato la lettera ad Assad puntando il dito contro il regime di Damasco. «ll vescovo di Aleppo, Abou Khazen mi ha detto che ha parlato diverse volte con il nunzio Zenari, ma non vuole capire la situazione» rivela la fonte di Panorama nella comunità cristiana in Siria. Marco Lombardi, docente esperto di Medio Oriente, racconta che «come università Cattolica di Milano siamo stati in Siria in gennaio. La visione dal di fuori è molto diversa da quella sul terreno. Le lettere che si inviano da Paesi lontani hanno spesso una visione artefatta dalla distanza. 7Utti i rappresentanti delle chiese cristiane sanno che Assad non è wt santo, ma ci dicono che stiamo buttando via il bambino con l'acqua sporca, ovvero abbandonando la comunità cristiana». Nella regione di Idlib padre Giovanni ammette «che da un mese Al Nusra ripete che noi cristiani siamo confratelli. Per qualche motivo ancora non chiaro ci trattano in maniera più umana, anche se siamo sempre cittadini di serie B per la nostra fede». Più a est, nella zona controllata dai curdi, il 25 per cento del Paese, si teme l'apertura di un altro fronte. Il presidente turco Recep Tayip Erdogan sta concentrando truppe e blindati al confine e preannuncia a breve «una grande vittoria». L'esercito di Ankara sarebbe pronto a creare manu militari una zona cuscinetto profonda 30 chilometri, in territorio siriano, spazzando via roccaforti curde come Kobane, Manbij e Qamishli. Al fianco dei curdi ha combattuto contro lo Stato islamico anche una milizia cristiana assira. Sulla pagina Facebook «La fede ortodossa» il Vaticano è stato attaccato per la lettera ad Assad: «Di qualsiasi catastrofe umanitaria parli il Papa ha dimenticato che Idlib è in mano di selvagge bande terroristiche». In Italia, il blog di Maurizio Blondet, ex inviato dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi, bolla l'iniziativa vaticana in Siria «come un tradimento della Santa Sede, e dei suoi alti prelati, ai tanti cristiani che in questi anni sono stati abbandonati al loro destino consentendo alle bande armate anti governative di brutalizzare le loro esistenze non solo con eccidi e sparizioni di massa, ma anche con l'esodo forzato».

Alessandro Fanteschi: "Leicesterstan, viaggio nella più islamizzata città d'Inghilterra"

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Una delle decine di moschee di Leicester

Nel 2016 il piccolo e «sfigato» Leicester, club di basso rango del campionato inglese, che aveva ingaggiato un allenatore italiano sul viale del tramonto, Claudio Ranieri, compie un'impresa calcistica storica: vince la Premier League. L'underdog Davide che batte i giganti Golia, i grandi club miliardari chiamati Manchester City, Liverpool, Chelsea. Ricorda lo scudetto del Verona nel 1985. Sono passati tre anni e in giro per la città non è rimasto nulla di quella storia straordinaria e irripetibile: le meteore appassionano, ma non lasciano traccia. L'epopea del King Power Stadium è un lontano ricordo, ma nel mondo globale il calcio è uno specchio fedele della società: il presidente del Leicester dei Miracoli era il magnate dal nome impronunciabile Vichai Srivaddhanaprabha. La storia del club non l'ha scritta un inglese ma un thailandese (peraltro morto tragicamente mentre decollava dallo stadio con il suo elicottero). Quanto di più emblematico, perché Leicester sarà ricordata come la prima città che ha capitolato di fronte all'avanzata musulmana in Europa. È la città dove gli inglesi risultano una minoranza, sono diventati dei panda, in estinzione a casa propria. Nel 2011, anno dell'ultimo censimento della Regina, era stato ufficializzato che a Leicester, 329 mila abitanti, l'etnia bianca britannica era scesa al 49 per cento della popolazione: la maggioranza erano stranieri, 18 etnie diverse. Nel 2021 ci sarà il prossimo censimento ufficiale del Regno Unito e i numeri saranno ancora più impietosi: l'islamizzazione galoppa. Già oggi Leicester è salita a 349 mila abitanti e i 20 mila in più sono tutti immigrati o figli di immigrati, per lo più stranieri (in Inghilterra non esiste lo ius soli). L'Islam sfonderà il 20 per cento, la più alta percentuale di una città inglese. i cristiani sono ufficialmente al 30 per cento, ma è una percentuale finta, perché, come succede in tutt'Europa, molti si dicono cristiani ma non praticano e sono di base laici. l musulmani no: sono fedeli devoti alla propria religione. Le moschee sono 75; le chiese meno della metà, 35. Fuori dalla Stazione, che nell'Ottocento appariva un edificio imponente a giudicare dalle stampe d'epoca appese alle pareti e oggi invece è schiacciata da palazzo di cemento. c'è una statua che celebra Thomas Cook, il più famoso cittadino di Leicester, -inventore del turismo moderno: nel 1845 l'imprenditore aprì la prima agenzia viaggi al mondo e port° in gita 500 concittadini a Liverpool. Nel 2012 in un parcheggio sono state ritrovate le ossa di Riccardo III, ultimo re inglese a morire in guerra e non nel suo letto. Il sovrano era stato ucciso nel 1459 nella battaglia di Bosworth. dove pronunciò la frase «II mio regno per un cavallo» resa immortale da William Shakespeare che gli dedicò una tragedia, e i suoi resti non erano mai stati trovati: unico monarca a non essere stato sepolto in mille annidi storia della corona. Dopo l'eccezionale ritrovamento, le spoglie di Riccardo Ill sono state tumulati nella cattedrale con tanto di funerale reale, sia pure avvenuto con mezzo millennio di ritardo. Le origini di Leicester, comunque, affondano ancora più lontano nei tempo: nel sagrato della piccola chiesa di St Nicholas c'è il più esteso sito archeologico romano dopo il Vallo di Adriano. Tra le tombe, affiorano le vestigia di terme imponenti: Ratae Corieltatworum era stata una fiorente città della provincia Britannia, quando ancora Londra aveva la dimensione di un villaggio o poco più. Per il suo passato, Leicester sta all'Inghilterra come Assisi o Urbino stanno all'Italia: è un luogo dove affondano le radici del Paese e la sua identità; qui c'è un pezzo importante di storia dell'Inghilterra. Ma la storia ama prendersi beffe degli uomini: la città più intrisa di passato è anche la prima ad arrendersi. L'islamizzazione procede. tra un moltiplicarsi di kebab e di cibi mediorientali. il paradosso si raggiunge al Mohammed's «Halal Fish e Chips, dove il merluzzo fritto con le patatine, la bandiera della cucina inglese, è diventato musulmano, cucinato secondo il Corano. Come se tra i vicoli di Napoli arrivasse la pizza halal. Ci sono una data e un luogo preciso per questa invasione: nel 1965 a Sutherland Street, dentro una casa privata, viene inaugurata la prima moschea, oggi meta di pellegrinaggio con tanto di insegna che ricorda lo storico evento. Negli anni Sessanta a Leicester arrivavano frotte di immigrati da india e Pakistan per lavorare come operai nelle fabbriche tessili: manodopera a basso prezzo, e un aiuto alle ex colonie. Poi tutto è sfuggito di mano. II centro storico di Leicester è una cartolina; la piazza con fontana e la torre civica; il lastricato di pietre, le casette di mattoni rossi e le chiese gotiche medievali, negozietti e bar. In una giornata di bel tempo, passeggiare per queste strade è davvero piacevole. E qualsiasi guida turistica, per esempio la Lonely Planet, racconta che la città è il «vivace capoluogo multiculturale» della contea. Eppure questo vocabolario della società globalizzata nasconde una realtà che spaventa, anche se nessuno lo ammette apertamente. Basta poco. però, a fare chiarezza. A metà della centrale Market Street, il Newman's Café è una sorta di tavola calda, molto spartana, dove mangiare un boccone senza pretese. Il locale esiste da una vita, una piccola trattoria tradizionale a conduzione familiare. Dentro, fra tavoli di formica e foto rétro alle pareti, la clientela è tutta inglese e molto avanti con l'età, in linea con l'arredo da Inghilterra della working class degli anni Sessanta. «Abbiamo aperto 33 anni fa» racconta Dean, il proprietario. «Cuciniamo piatti tipici, abbiamo un menu ristretto al cibo inglese, usiamo ingredienti freschi e del posto. Rimaniamo legati alla tradizione». Quando si affronta l'argomento islam, Dean abbandona il tono rilassato e si irrigidisce, si rifugia nel ritornello della propaganda pro-globalizazione, e usa espressioni quale «coesistenza pacifica». Ma basta insistere un po' e il fragile muro ideologico del politically correct cade: «L'islamizzazione è un problema», riconosce dopo che ha preso più confidenza. Altro che integrazione. Dean forse non legge le statistiche ma Leicester è la città inglese con il più alto tasso di «anti-social behaviour», comportamento anti-sociale, altro termine neutro per definire i reati legati all'immigrazione: degrado, sporcizia, comportamenti fastidiosi e incivili nei luoghi pubblici e sugli autobus, accattonaggio. L'immigrazione va poi a braccetto con una scolarizzazione inadeguata: a Leicester soltanto una persona su cinque è laureata (la media europea è una su due); e quasi una persona su dieci non va oltre la secondary school, l'equivalente della terza media italiana. II risultato è che la realtà urbana diventa invivibile e la reazione la racconta lo stesso Dean: «La gente del posto sta abbandonando il centro, vanno tutti a vivere fuori città, dove c'è la stessa cultura e la stessa lingua». Quanto resisterà ancora la sua tavola calda? British fino al midollo, il piccolo ristoratore è diventato un estraneo a casa propria. Qualche metro più avanti, da Newman, un banchetto espone copie del Corano (il resto delle pubblicazioni è incomprensibile: sono tutte scritte in arabo): dei giovani musulmani fanno proselitismo. Guardano storto se gli si scattano foto. Al mercato e sui bus si contano molte più donne in chador; e poi uomini con tunica, berretto arabo e barba lunga da muezzin. I classici inglesi, pallidi e slavati, sono quasi una rarità; è apartheid all'incontrario. Appena dietro la stazione, dove iniziano i quartieri popolari, la scena è surreale: una casbah con i tratti dell'urbanistica inglese. È come se una tipica cittadina di provincia sia stata smontata e rimontata, pezzo per pezzo, in Pakistan. Nemmeno il carrozziere è più inglese: l'officina si chiama «Islamabad», come la capitale pakistana. Fuori dalla Dawah Academy, brutto edificio in mattoncini che vorrebbe imitare lo stile inglese, ma il risultato è solo kitsch, hanno piantato anche le palme. A Spinney Hill Park, una collinetta verde, in un apparentemente bucolico quadretto inglese ci sono giocano i ragazzini che giocano a cricket: sono tutti in tunica pure loro; mamme in burga, intanto, spingono passeggini. Viene da rimpiangere l'epoca punk: una volta erano gli sbandati locali, con le creste colorate in testa, il «chiodo» di pelle e le bottiglie di birra a bighellonare nei parchi. Altro che The Man on the High Castle, la serie tv che immagina un mondo dove ha avuto la meglio il nazismo e Hitler spadroneggia. Un futuro distopico è già arrivato: in cima alla salita di Berners Street, una doppia luna sul tetto di una moschea svetta sullo skyline della città. A Melbourne Road il contrasto tocca l'apice, con effetti involontariamente comici Di fronte all'ennesima moschea, un palazzo spicca una grossa insegna: «St. Peters' Health Centre». Ci si immagina che sia un normale centro medico. Sbagliato: alla reception, le segretarie hanno tutte il velo e i medici che si vedono in giro indossano la tunica. Chissà se sanno chi era Saint Peter, San Pietro. Nel portone accanto alla clinica del santo che ha fondato la chiesa cristiana, un'altra insegna in grigio luccicante informa che quella è la sede del Caribbean african Center. A Leicester, infatti, si festeggia anche il più grande carnevale caraibico d'Inghilterra. A questo punto, la confusione del visitatore è davvero tanta: la società multietnica in un polpettone dentro al quale la storia, il senso degli eventi, delle parole e delle cose vengono triturati da un relativismo in cui vale tutto e ii suo contrario. Si torna alla stazione, e, davanti alla statua di Thomas Cook, viene da ripensare all'ironica, talvolta impietosa circolarità della storia: 500 anni fa, con la morte di Riccardo Ill a Leicester, finì la casata dei Plantageneti (e iniziò l'epoca Tudor). Nel 2019, sempre a Leicester, sembra finire la «dinastia» degli inglesi stessi.

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