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L'Espresso Rassegna Stampa
03.04.2022 Leggere Vasilij Grossman per capire la Russia
Analisi di Wlodek Goldkorn

Testata: L'Espresso
Data: 03 aprile 2022
Pagina: 32
Autore: Wlodek Goldkorn
Titolo: «L'anima russa che non c'è»
Riprendiamo dall'ESPRESSO di oggi, 03/04/2022, a pag.32 con il titolo 'L'anima russa che non c'è' l'analisi di Wlodek Goldkorn.

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Wlodek Goldkorn

Stalingrado | Vasilij Grossman - Adelphi Edizioni

Scrive Vasilij Grossman, nel monumentale "Stalingrado" (magnificamente tradotto, per Adelphi, da Claudia Zonghetti): «Vavilov si incamminò. Mar'ja Nikolaevna rimase sul portone a guardarlo: avrebbe sopportato tutto, pensò, ce l'avrebbe fatta, pur di riaverlo indietro anche solo per un'ora, pur di rivederlo una volta soltanto». La scena, inventata da uno dei massimi scrittori del Novecento, racconta la partenza di un uomo per una guerra. Non c'è eroismo, né esaltazione del grande leader (Stalin) e neanche la promessa del trionfo sul nemico. C'è solo la tristezza di una donna che ha paura di non rivedere l'uomo che ama. A Grossman torneremo. Intanto, una seconda citazione: «Forse dovrei raccontarle della solitudine». Sono parole affidate da un donna, Ira Mazur, a un'altra donna Svetlana Aleksievic, Nobel per la Letteratura, nel romanzo corale "Gli ultimi testimoni". Si dice spesso: "l'anima russa". Lo si afferma in buona fede, senza rifletterci, come se si volesse dare per scontato che loro, i russi, sono differenti, perché seguendo un cliché romantico proiettiamo su Altro molte delle nostre paure e sogni. Non elencheremo gli stereotipi, per non divulgarli. Diremo solo due cose. La prima: fior fiore di autori russi hanno negato l'esistenza di una presunta anima russa, per dire invece: il problema del Paese è il rapporto fra il potere e il popolo, lungo tutto il Novecento e con radici nella servitù della gleba, un secolo atroce, ovunque in Europa, ma con una particolare intensità nei territori dell'ex Unione Sovietica.

Vita e destino | Vasilij Grossman - Adelphi Edizioni

La seconda cosa, conseguenza della prima: la letteratura russa è ricca di scrittori e scrittrici che hanno lavorato dando per scontato che l'anima umana è una sola: tendente verso la felicità, e che la melanconia e la rassegnazione (ecco l'esempio di due stereotipi) sono il risultato dell'incompiuto, dello scarto fra quello che desideriamo e ciò che otteniamo e non di un carattere collettivo. E per parafrasare Marx: gli uomini creano la storia (e le storie aggiungiamo noi) con le loro mani, ma usando i materiali che trovano. E se trovano la sofferenza e la pazienza, quelle raccontano. Un assertore della non esistenza dell'anima russa è stato appunto Grossman. Lo ha detto con una certa enfasi in un altro romanzo, "Tutto scorre", per tracciare invece la storia dell'Unione Sovietica. Lo ha fatto parlando del rapporto fra schiavitù e progresso, con particolare attenzione a Lenin, l'uomo privo di ogni scrupolo. Non lo riassumeremo. Vale invece la pena di fare alcuni cenni su cosa sia stato il secolo scorso per i russi e per tutti gli abitanti dell'ex Unione Sovietica. Eccoli. Alla presa del potere da parte dei bolscevichi nell'ottobre 1917 segue una guerra civile, dove la miseria estrema a la fame nelle città la fanno da padrone e che termina verso il 1922. Il "terrore rosso" viene teorizzato e praticato, quello "bianco" messo in atto sbrigativamente, le fucilazioni sono all'ordine del giorno, le battaglie non lasciano prigionieri. Dopo la vittoria di Stalin al vertice del Partito comunista, nel 1928 inizia l'industrializzazione narrazione imposta dal potere. E demistificata dai grandi scrittori del paese forzata, i piani quinquennali e la collettivizzazione delle campagne. Arrivano le carestie (quella più grave è in Ucraina ai primi anni Trenta), si aprono le porte dei Gulag dove milioni di persone sono costrette a un lavoro da schiavi. Per finire imprigionati basta un sospetto, o essere parente di un amico di una persona che desta sospetti o appartiene a un gruppo che potrebbe non essere fedele al segretario del Partito. La migliore strategia di sopravvivenza è il silenzio, voltare la testa dall'altra parte, applaudire quando viene ordinato, troncare rapporti con amici caduti in disgrazia, assumere atteggiamenti opportunistici. E basta pensare che lo stesso Grossman firmò - nel 1953 - una lettera perché venissero fucilati (non riuscì a perdonare a se stesso quel gesto) medici ebrei, arrestati per complotto per avvelenare Stalin. Ma torniamo al nostro excursus.

Nel 1941 siamo all'invasione tedesca, quattro anni di guerra, bombe, distruzioni e milioni di uomini che non tornano dal fronte. Arrivata la pace, i soldati e gli ufficiali rientrati vivi dalla prigionia tedesca finiscono nei Gulag in quanto traditori, mentre comincia una campagna antisemita e altre campagne contro gli intellettuali e gli scienziati. L'unico periodo in cui in Urss sembrava poter vivere una discreta normalità, è fra la metà degli anni Cinquanta - l'inizio del cosiddetto "disgelo" - e fino a metà anni Sessanta, quando due scrittori Andrej Sinjavskij e Julij Daniel finiscono nei campi di lavoro per aver scritto e pubblicato in Occidente libri non conformi ai dettami della dottrina regnante. Stiamo parlando insomma di una società che nel nel secolo scorso non ha conosciuto, quasi mai, modi di vita pacifici, in sicurezza e con una vera fiducia in un futuro. Ora, in quasi tutto questo periodo, il canone narrativo (nei giornali come in letteratura) era quello dei trionfo e dell'eroismo: dei lavoratori e dei soldati. Quell'eroismo, a sua volta, era legato al culto del potere costituito. In quel canone - che detto per inciso ha molto a che fare con l'eredità della ricezione del pensiero di Hegel in una Russia ben prima della rivoluzione d'Ottobre, come un pensiero di Stato e non una filosofia innervata dalla dialettica della libertà e della ragione - non c'era spazio per una riflessione sulla sconfitta e sul lutto. Un solo esempio: l'assedio di Leningrado, durato dal settembre 1941 e fino al gennaio 1944, e che ha comportato sofferenze inimmaginabili e episodi di eroismo quotidiano altrettanto inimmaginabile, ma soprattutto eroismo civile e in nome dell'umana dignità e decenza, è relativamente poco raccontato. Non rientrava nell'epica della vittoria sotto la guida della suprema autorità, così come la Shoah era sottaciuta non solo a causa dell'antisemitismo quanto perché il lutto doveva essere espunto dalla memoria, se non associato alla vittoria finale. Eppure non sono mai mancati autori che hanno continuato a narrare gli uomini e le donne nei loro sentimenti, senza esaltazione ideologica. E possiamo citare, oltre a Grossman, Isaak Babel che raccontava le battaglie delle armate bolsceviche, primi anni Venti, come storie di ordinaria brutalità e sofferenza umana. O Ilia Ehrenburg che si considerava uno scrittore "europeo" più che russo. O Sinjavskij, appunto, che in "Passeggiate con Puskin", fra lo scandalo degli stessi esuli anticomunisti, decostruiva il culto del sommo poeta e apriva la strada al postmodernismo. O anche Anna Achmatova, poetessa che isolata da tutti, da Leningrado ha sempre guardato tutto ciò che era umano. La guerra con l'Ucraina, un giorno finirà. Ed è bene che sappiamo accogliere fra di noi, quella Russia che ci è vicina. E il cui massimo e più amato esponente è un narratore tenero, di prima della Rivoluzione, che mai ha frequentato vicende eroiche né metafisiche. Si chiamava Anton Cechov. Forse è il vero padre di una letteratura democratica: europea, non solo russa. Senza dimenticare però che in questo momento le vere vittime della guerra e della narrazione bellicista sono gli ucraini.

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