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Informazione Corretta Rassegna Stampa
27.06.2022 IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele, è caduto il governo: un anno di coalizione e il prossimo futuro
Dal 19 al 26 giugno 2022

Testata: Informazione Corretta
Data: 27 giugno 2022
Pagina: 1
Autore: Giovanni Quer
Titolo: «IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele, è caduto il governo: un anno di coalizione e il prossimo futuro»
IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele, è caduto il governo: un anno di coalizione e il prossimo futuro
Dal 19 al 26 giugno 2022

A destra: Naftali Bennett

Il governo Bennett-Lapid è caduto e si andrà a nuove elezioni. La grande coalizione che ha retto un anno di crisi dopo crisi, oggetto di una campagna pressante dell’opposizione capeggiata da Benjamin Netanyahu. Il grande fallimento di Naftali Bennett: non aver saputo gestire la guerra di comunicazione. La campagna anti-Bennett di Netanyahu si è concentrata sulla questione della sicurezza, tentando di gettare ombre e dubbi sulle capacità di una coalizione in cui hanno partecipato partiti di sinistra e il partito arabo islamico Ra’am. La destra religiosa ha utilizzato invece le questioni di identità per denigrare il governo Bennett-Lapid, definendo gli arabi dei “sostenitori del terrorismo” e seminando paure sul futuro dell'identità ebraica dello Stato. Impegnati a mantenere le redini di un governo con voci dalle condizioni opposte, Naftali Bennet e Yair Lapid non hanno forse saputo vendere i traguardi raggiunti in un solo anno.

Anzitutto, il governo Bennett-Lapid ha saputo ricucire i rapporti diplomatici con la Giordania, che Netanyahu aveva trascurato, e ripristinare la cooperazione in campo di sicurezza con l’Autorità Palestinese. L’Egitto ha anche rafforzato le relazioni con Israele, e nuove cooperazioni in campo energetico si stanno facendo strada. Inoltre, Israele ha ricomposto le relazioni con gli Stati Uniti, benché l’amministrazione Biden abbia idee ben diverse da Bennett su come gestire i rapporti con i palestinesi e la questione iraniana. Gli Accordi di Abramo, raggiunti sotto l’egida dell’amministrazione Trump, si sono rafforzati e con Yair Lapid agli esteri e Benny Gantz alla difesa sono stati firmati accordi di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti, accordi commerciali e di cooperazione in campo di difesa con il Marocco. Infine, è stato possibile anche il riavvicinamento con la Turchia. Da non dimenticare anche i recenti cambiamenti con l’Arabia Saudita e l’appianamento della tensione con il Libano per i confini marittimi. Il governo Bennett-Lapid ha saputo navigare la tempesta iraniana, mentre un accordo sul nucleare sembrava imminente. L’Iran ha minacciato rappresaglie per le varie operazioni che sono state attribuite a Israele e che hanno portato all’eliminazione di figure chiave nei programmi nucleare e missilistico, ma Israele ha saputo far fronte a tutti gli attacchi cyber e anche alle minacce. L’apparato di sicurezza ha ripreso a funzionare senza l’esposizione mediatica di cui era oggetto negli ultimi anni. Sul fronte Gaza, il governo ha anche intrapreso una nuova strategia: sanzioni economiche per ogni missile o pallone incendiario e il risultato è stato un anno relativamente calmo. L’alzata di testa di Hamas nella West Bank e l’ondata di attacchi dalla Cisgiordania è stata affrontata con mano ferma, con operazioni militari mirate che continuano a colpire i vari gruppi terroristici.

American Post Mortem (Israel-Palestine Negotiations) (Nahum Barnea) |  jewish philosophy place
Benjamin Netanyahu

La crisi su Gerusalemme durante il Ramadan è stata gestita in maniera lodevole, con un coordinamento regionale che si è dimostrato fondamentale. E tanto basterebbe per far capire che le paure su cui si fonda la propaganda elettorale di Netanyahu non hanno molto fondo. Sulla questione dell’identità ebraica, il governo ha saputo riformare questioni cruciali, come il monopolio sui certificati di kashrut e sulle conversioni, rafforzando e non indebolendo alcuni punti fondamentali dell’identità ebraica e rispondendo alle critiche che proprio dal mondo ortodosso erano rivolte al sistema burocratico centralizzato. In varie interviste ai politici della destra religiosa emerge anche la questione della “parata delle bandiere” che l’anno scorso era stata annullata e che quest’anno è avvenuta nonostante le tensioni con la popolazione palestinese: nessuno vuole però ammettere che la composita coalizione che ha governato Israele non ha fatto danni. Inoltre, i nuovi centri urbani nel Negev e nel Golan dovrebbero anche servire a dimostrare come il governo abbia avuto a cuore l’identità ebraica dello Stato. Per quanto riguarda i rapporti con gli arabi, il governo ha stanziato fondi senza precedenti per la costruzione di infrastrutture e per l’integrazione degli arabi nel mercato del lavoro, rispondendo a quella che è la disperata richiesta di cambiamento soprattutto dei giovani. La cooperazione con un partito arabo, e per giunta il partito islamico, ha dimostrato che c’è una possibilità di lavoro su interessi congiunti oltre la politica delle identità.

Questo non piace né a chi appoggia Netanyahu, che pure per primo aveva formulato la possibilità di una congiunzione politica con il partito islamico capeggiato da Mansour Abbas, né alla tradizionale leadership araba, che si vede solo all’opposizione. La condotta politica della parlamentare Ghadia Rinuawi Zoabi, la fuoriuscita dal Meretz, simboleggia proprio l'incapacità di affrontare il cambiamento. Presentatasi come portavoce degli interessi arabi all’interno del partito socialista, la Zoabi è uscita e rientrata nella coalizione su questioni che riteneva fondamentali per il pubblico arabo, come la legge che estende l’applicazione del diritto israeliano agli israeliani che vivono in Giudea e Samaria. Il suo voto contro la legge, in violazione alla disciplina di coalizione, ha scatenato una serie di critiche anche dalla comunità araba: la sua posizione di difesa della causa palestinese non ha tenuto conto degli interessi della popolazione araba in Israele che vuole strade asfaltate, elettricità, trasporti pubblici e computer nelle scuole. Come si comporterà l’elettorato arabo? La Lista Unita definirà l’esperienza del governo Bennett-Lapid come un fallimento, riproponendo gli stessi slogan elettorali che ormai non conquistano più gli animi di giovani e meno giovani che oltre a infrastrutture vogliono anche un cambiamento sociale. La leadership che si definisce laica ben poco ha fatto o detto per portare un cambiamento culturale sulle questioni di tradizione - basti pensare che solo Ibtisam Mar’ana, del Labour, ha votato a favore delle leggi contro le terapie di conversione dell’orientamento sessuale e in favore delle case rifugio nelle cittadine arabe. La voce di critica arriva anche da artisti che sono attaccati per il loro linguaggio o le loro performance ritenute indecenti, nel silenzio dei leader che si proclamano laici e per il cambiamento.

Anche la condotta politica della destra fa pensare a quali sarà il futuro elettorale. Il blocco Netanyahu ha votato contro la legge su Giudea e Samaria solo per far cadere il governo, andando contro gli interessi del proprio elettorato. Non è certo che lo stesso elettorato si ricorderà del danno arrecato nelle prossime elezioni, la cui propaganda elettorale verterà tutta su questioni di identità. Così i fuoriusciti dal partito di Bennett, che criticavano le tendenze di sinistra della coalizione, hanno contribuito alla fine del governo. Netanyahu avrà difficoltà a ripresentarsi come il leader di tutti i cittadini israeliani, contando sul voto dei propri fedeli del Likud, della destra religiosa e dei partiti haredi, che non necessariamente rispecchiano le sue passate visioni politiche e sociali. Chi invece si è rafforzato come leader di vari campi politici è Yair Lapid, apprezzato sia dal centro sinistra, sia dal centro destra jabotinskiano che si è allontanato da Netanyahu - come Gideon Sa’ar. Se l’ego politico di alcuni partiti minori, come quello di Sa’ar, il partito di Avigdor Lieberman, e il partito di Benny Gantz, non si gonfierà durante la campagna elettorale, Lapid avrà forse un'opportunità di avere l’appoggio necessario per governare il Paese. Se alcuni di questi partiti ritorneranno invece nell’ala del Likud o perderanno il loro esiguo elettorato, sarà invece Netanyahu a ritornare al governo che comprenderà figure controverse come Bezalel Smutrich. È probabile anche che ci sarà una minima storica di partecipazione elettorale, visto che l’esperienza degli ultimi mesi di governo dimostra come le priorità partitiche e personalistiche siano prevalse sugli interessi del Paese.


Giovanni Quer, ricercatore al Moshe Dayan Center for Middle Eastern and African Studies all'Università di Tel Aviv

takinut@gmail.com

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