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Informazione Corretta Rassegna Stampa
17.08.2021 IC7 - Il commento di Enrico Fubini: La politica: arte del compromesso?
Dal 9 al 14 agosto 2021

Testata: Informazione Corretta
Data: 17 agosto 2021
Pagina: 1
Autore: Enrico Fubini
Titolo: «IC7 - Il commento di Enrico Fubini: La politica: arte del compromesso?»
IC7 - Il commento di Enrico Fubini
Dal 9 al 14 agosto 2021

La politica: arte del compromesso?

Approvato dalla Knesset il 35esimo governo israeliano - Israele.net -  Israele.net
La Knesset, il Parlamento israeliano

E’ troppo presto per poter dare un giudizio sul nuovo governo e anche se si volesse tentare, si sa che tutti i giudizi sono sempre viziati dalle proprie posizioni politiche e dalle proprie simpatie umane. Ma son proprio le simpatie e antipatie umane ad aver viziato troppo nel recente passato i giudizi sugli operati dei governi precedenti. Asteniamoci per ora da ogni giudizio e tentiamo invece alcune riflessioni generali più che sull’operato del nuovo governo, sul suo significato politico. Quando è stata annunciata la sua composizione la maggior parte degli israeliani, di destra, di sinistra o di centro hanno espresso molti dubbi sulla tenuta di questo strano governo. In un paese che ha tante virtù ma che è per natura litigioso, dove ognuno è geloso dei propri convincimenti, poco propenso al dialogo con le parti avverse, la maggior parte della gente era convinta che un governo che andava dalla destra all’estrema sinistra, che comprendeva persino un partito arabo, fosse immobilizzato nelle sue azioni e che, non riuscendo neppure a mettere insieme 61 membri alla Knesset, numero necessario per aver la maggioranza, seppure risicata e quindi per poter governare, non sarebbe riuscito a varcare la soglia di quindici giorni senza dover dare le dimissioni per dissidi interni. D’altra parte anche l’opposizione fa quanto è possibile, com’è logico, per favorire la caduta del governo.

L'intesa per l'esecutivo Bennett-Lapid c'è, ma ora serve la fiducia della  Knesset - Moked
L'intesa tra Yair Lapid, Naftali Bennett, Mansour Abbas

Per ora il governo è ancora in piedi: ma per quanto? Tutti o quasi tutti si augurano che possa sopravvivere sino alla fine della legislatura, il che capita ben raramente in Israele. Ma comunque vada si tratta di un esperimento del massimo interesse e val la pena rifletterci su. In un paese diviso tra buoni e cattivi, con forti lacerazioni nel tessuto politico e sociale estremamente dannose per Israele, minacciato continuamente nella sua esistenza da mille pericoli da Nord a Sud, non avrebbe proprio bisogno di spaccature interne così radicali, così violente, e soprattutto basate non tanto su un confronto di idee diverse come è auspicabile che avvenga in ogni democrazia, quanto su personalismi. Le violente manifestazioni contro o a favore del precedente governo erano basate non tanto su diversità di prospettive politiche quanto sulla simpatia o antipatia nei confronti del primo ministro in carica. In una situazione di questo tipo la formazione del nuovo governo ha suonato un po’ come una sfida verso la radicalizzazione del panorama politico precedente. Ma al di là di queste considerazione ci si chiede: può stare in piedi un governo che abbraccia quasi tutto l’arco costituzionale della politica israeliana? Dopo le violente contrapposizioni che hanno avvelenato la politica e la società israeliane in questi anni, il nuovo governo per reggersi in piedi dovrà invertire la rotta: per vivere ed operare ogni ministro, ogni partito, ogni politico dovrà rinunciare a qualcosa del proprio patrimonio ideologico, delle proprie idee sulla conduzione dello stato. Il dialogo e il compromesso dovranno prevalere sulla contrapposizione e sui contrasti. Solo così il governo potrà sperare di sopravvivere. E’ un esperimento nuovo, una vera e propria sfida alle consuetudini politiche in cui sopravvive solo il più forte e il più abile a navigare nel difficile mare della politica israeliana di questi ultimi anni.

Non è retorica dire che il governo può reggere solo se ogni componente pensa anzitutto al bene del paese piuttosto che alla propria ideologia o ai propri vantaggi nelle future elezioni. Ciò che conta è l’attuazione del programma di governo che sta alla base del patto che unisce i vari componenti: non un programma massimalista ma un programma minimalista. Esistono una serie di problemi anche urgenti da risolvere, come ad esempio il bilancio dello stato in un paese che da due anni procedeva senza bilancio e molti altri problemi urgenti che si presentano ogni giorno in Israele e non ultimo la nuova emergenza covid. Il nuovo governo deve per forza di cose inaugurare un nuovo modo di fare politica basata sulla discussione e soprattutto sul compromesso. Nessuno può fare valere le proprie idee senza dover fare i conti anche con le idee degli altri e deve venire a compromessi che implichino la rinuncia ad una parte delle proprie convinzioni. Se il nuovo governo vuole per davvero governare per il bene del paese e non solo per il vantaggio della propria fazione o del proprio partito non ha altre scelte. Se ci riuscirà avrà dimostrato che il dialogo e la volontà di capire le ragioni anche dei propri avversari politici può dare ottimi frutti per il futuro di Israele che si trova giornalmente di fronte a sfide e a pericoli per la propria esistenza.


Enrico Fubini, già docente di Storia della musica presso l'Università di Torino


takinut@gmail.com

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