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Informazione Corretta Rassegna Stampa
12.07.2021 IC7 - Il commento di Donatella Masia: Imparare l’integrazione
Dal 4 al 10 luglio 2021

Testata: Informazione Corretta
Data: 12 luglio 2021
Pagina: 1
Autore: Donatella Masia
Titolo: «IC7 - Il commento di Donatella Masia: Imparare l’integrazione»
IC7 - Il commento di Donatella Masia
Dal 4 al 10 luglio 2021

Imparare l’integrazione 

L'islam offre uno stile di vita strutturato» - SWI swissinfo.ch

Integrazione…questa sconosciuta!  Almeno per l’Italia, e per  buona parte dell’Europa.  Spesso, quando leggo o ascolto le dissertazioni dei c.d. esperti in tema di immigrazione/integrazione che compaiono sui  nostri media, mi chiedo se abbiano mai guardato a modelli seri, a pratiche reali, ai paesi ove la  immigrazione/integrazione e’ in atto da sempre.  Spesso mi chiedo se abbiano mai guardato ad Israele, paese di immigrazione per eccellenza.  E’ vero che bisogna distinguere: Israele ha una avanzata e coraggiosa politica di integrazione specialmente del proprio popolo, ossia di quegli ebrei vissuti altrove, e poi “recuperati” allo Stato, casa madre.   Diverso e’ il problema dei paesi europei e dell’Italia, che devono, o dovrebbero, invece , integrare popolazioni diverse, per lo piu’ provenienti da paesi disagiati o in guerra.  Ciononostante, alcuni punti fermi del modello israeliano  sono validi in ogni caso in cui si parli di immigrazione ed integrazione.  Lo stesso lessico fa intendere il concetto: integrazione non e’ mera accoglienza, e’ accoglienza che presuppone l’inizio di un percorso educativo, che , nel dare ricetto e supporto, faccia conoscere ed acquisire  come  propri i principi fondanti del paese in cui si viene accolti, ossia il suo ordinamento :  costituzionale, giuridico, sociale. In Israele tale percorso riguarda gli stessi ebrei accolti da altri paesi, basti  ricordare gl ebrei provenienti dall’Etiopia, salvati dal rischio di eliminazione in Sudan con tre ardite operazioni  (Mose’, Giosue’ e Salomone) , e giunti  in numero di circa 90.000 alla fine degli anni ‘90.  

Certo, non si e’ trattato, ne’ si tratta, di un percorso semplice:  tuttora si discute in Israele degli errori compiuti in relazione ai Beta Israel (o, con termine talora adoperato in senso spregiativo, Falasha)  e della necessita’ di migliorare la loro condizione. di vita, ancora troppo marginale.  Analoghe discussioni riguardano la integrazione delle popolazioni beduine,  difficile a causa della loro organizzazione di “nomadi stanziali”,  in buona parte lontani dalle piu’ elementari  regole amministrative (registri catastali, opere fognarie, smaltimento rifiuti,  con conseguenti danni ambientali da affrontare).  Diverso e’ il caso dei libanesi e loro  famiglie accolti in Israele dopo l’opera svolta con l’esercito del Libano del sud:  in questo caso l’accoglienza  degli “stranieri” costituisce opera umanitaria, in ragione dei rischi   cui costoro sono esposti , essendo considerati dagli arabi   “collaborazionisti” di Israele, come tali nemici da estirpare o sanzionare. Ma anche per loro si  e’ studiato e ragionato circa le migliori modalita’ di integrazione, proponendo interventi analoghi a quelli di accoglienza ed integrazione degli ebrei sparsi nel mondo (ne ha scritto qui di recente Giovanni Quer).  Ora, un conto e’ la difficolta’ di inserimento di popolazioni arretrate e  legate a schemi tribali in una societa’ moderna e tecnologica, altro e’  tollerare impostazioni giuridiche e sociali incompatibili con i principi statuali. Questa e’, appunto, la difficolta’ dell’Europa, che, essendo stata incapace di affermare e proteggere la propria identita’,  si trova oggi impotente dinanzi al dilagare di “stati nello Stato” , ossia di numerosi ambiti di popolazioni straniere che si regolano in maniera autonoma, avulsa , e soprattutto talora contrastante,  con i principi statuali. Tale situazione riguarda precipuamente le popolazioni  musulmane, che tendono ad i imporre la loro legge (sharia) laddove vengono  accolte, in spregio assoluto del contrasto di questa con i principi fondanti del paese di accoglienza. Ma cio’ non dovrebbe stupire; anzi, doveva essere ampiamente previsto:  quella islamica non e’ solo una religione, che come tale puo’ essere liberamente praticata, e financo protetta, nel paese di accoglienza.

L’Islam e’ invece un sistema politico, in cui Stato e Religione sono indissolubilmente legati ed indistinguibili concettualmente.  Insomma, esso e’ l’antitesi del nostro mondo occidentale, fondato sulla separazione tra Stato e Chiesa e sui  moderni  principi  di liberta’  figli della Rivoluzione francese e generatori dei Diritti Umani.  Inoltre, l’Islam ha un chiaro progetto egemonico, di conquista dell’Occidente:  vuoi silenziosamente attraverso l’opera sotterranea dei Fratelli Musulmani che si inseriscono (questi si’, apparentemente integrati) nella vita quotidiana e sociale del paese di accoglienza , partecipando anche alla sua  vita pubblica; vuoi  con le politiche di influenza ed espansionismo  dei nuovi o vecchi dittatori, quali gli Ayatollah iraniani ed il nuovo califfo Erdogan, col supporto di  paesi interessati  a sfruttare le nuove vie di  penetrazione in Occidente (Russia, Cina).  In generale, dunque, e specialmente in relazione ai mussulmani, bisognava approntare  una seria e chiara politica migratoria:  accoglienza solo di chi ha davvero bisogno di aiuto  (escludendo subito i devianti e nullafacenti);  dichiarazione ed impegno a sottostare alle norme statuali dell’ordinamento (in tutti i suoi settori, civile, penale, amministrativo, etc.); studio della lingua italiana e dell’ordinamento giuridico italiano;  obbligo di inserimento lavorativo ed abitativo; verifica periodica del percorso di integrazione, con sanzioni in caso di irregolarita’, fino alla espulsione. Nulla di cio’ e’ stato fatto, e nemmeno proposto, sia in Italia che altrove, ed il risultato e’ quello dei nostri giorni:  in molti paesi europei, vi sono interi quartieri di citta’, o intere cittadine, costituenti, come detto, “stati nello Stato”, in cui la Polizia non mette piede per evitare difficolta’  (cosi’ nella vicina Francia o Belgio e nei paesi nordici,  un tempo modello di modernita’ ed efficienza occidentali). 

L'Islam non ci chieda di limitare la libertà - Corriere.it

Con buona pace del comune di Milano, che si preoccupa della islamofobia, invece che della sottomissione delle donne mussulmane, come ha  commentato Alberto Giannoni  su questo giornale il giorno 7 luglio scorso, io dico che, se l’Islam vuole instaurare le sue regole e le sue leggi nel nostro paese, certamente va  contrastato e tenuto sotto stretto controllo. In questo senso la islamofobia  e’  comprensibile e legittima.  So che sto dicendo cose “non politicamente corrette”,   avversate dagli schieramenti di sinistra e probabilmente condivise da quelli di destra.  Ma non ne faccio una questione ideologica:  forse i partiti hanno interesse a cavalcare l’una o l’altra impostazione, per i loro spiccioli fini elettorali.  A mio modo di vedere un corretto percorso di accoglienza/integrazione  non deve essere ne’ di destra ne’ di sinistra, ma rispondere  a  criteri di  salvaguardia della identita’ nazionale e dei valori su cui essa si basa,  pur nell’apertura allo straniero. Straniero che, se  accolto ed integrato, costituira’ una  vera ricchezza per il paese ospitante, e sara’ il primo a voler allontanare i correligionari che tralignano.

Informazione Corretta
Donatella Masia, magistrato

takinut@gmail.com

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