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Informazione Corretta Rassegna Stampa
26.06.2021 'La guerra dei Sei Giorni non terminò con mio padre', di Alan David Baumann
Recensione di Giorgia Greco

Testata: Informazione Corretta
Data: 26 giugno 2021
Pagina: 1
Autore: Giorgia Greco
Titolo: «' La guerra dei Sei Giorni non terminò con mio padre', di Alan David Baumann»
La guerra dei Sei Giorni non terminò con mio padre
Alan David Baumann
Edizioni Città del Sole
Euro 18

“Del mio sapere ti lascio occhi aperti alla vita. Ti lascio il tardivo pentimento per non averti abbastanza amato. Lascio a te le poche certezze. A te le uniche verità che ho saputo capire. Del mio essere ti lascio l’origine. Ti lascio la grave bellezza di essere Ebreo” (Alberto Baumann)

LA GUERRA DEI SEI GIORNI NON TERMINO' CON MIO PADRE

Ha l’impronta di un testamento spirituale quello che Alberto Baumann lascia al figlio Alan David, parole intense che racchiudono la consapevolezza di essere parte di un popolo antico, insieme alla coscienza della propria identità ebraica. Con “La guerra dei Sei Giorni non terminò con mio padre” Alan David Baumann, direttore della testata giornalistica on line “L’ideale” e fondatore nel 2015 dell’archivio “Baumann e Fischer” offre ai lettori una preziosa raccolta di articoli, cronache, riflessioni che il padre Alberto ha condiviso non solo con la famiglia ma anche con gli amici e i lettori. Perché Alberto Baumann, direttore de “L’Umanità”, organo del Partito Socialista Democratico italiano, è stato co-fondatore insieme a Lia Levi, che apre il volume con una bella prefazione, del mensile Shalom sul quale ha raccontato le sue impressioni della Guerra dei Sei Giorni del 1967, una volta giunto in Israele in qualità di corrispondente.

Per fortuna ci sono i colori”. Arte, Shoa e Memoria raccontate da Alan  David Baumann, figlio della pittrice Eva Fischer e dell'artista Alberto  Baumann - lafrecciaweb.it
Alan David Baumann

Il volume che non può essere definito romanzo o saggio ma una perfetta miscellanea di scritti che restituiscono l’immagine di un intellettuale di grande levatura morale, si compone di più parti – dall’autobiografia, al Diario Israeliano, dagli scritti su Shalom agli “Ultimi vagabondaggi” – con una struttura che rende piacevole la lettura e offre occasioni di riflessioni e approfondimenti. Artista eclettico, poeta, scrittore, giornalista, creatore di format televisivi, Alberto ha sempre “portato con sé l’ironia toscana trasmettendo l’arte di ridere e di soffrire, di riuscire a lasciare fuori molte cose inutili per non venirne schiacciati”. Alberto era laico – ricorda Alan David – addirittura ateo, ma rimaneva profondamente ebreo. Il suo era puro amor di popolo, sin da quando a ricordarglielo furono le Leggi Razziali del 1938. All’età di cinque anni l’ebreo “Berzi”, diminutivo con cui è sempre stato chiamato dagli amici d’infanzia, non può frequentare la scuola come tutti i suoi compagni ma grazie alla bontà del maestro Gennai può entrare in classe per ascoltare le lezioni, senza sedersi al banco però perché non è iscritto.

L’infanzia di Alberto è costellata dalla paura, dalla perdita del padre inviato al confino in un paesino presso Potenza, dalla fuga da Montecatini per sfuggire alle retate naziste fino al rientro a casa, dopo aver vagato per alcuni mesi nell’Italia occupata, poco prima della Liberazione. Esperienze di vita così drammatiche per un bambino che inevitabilmente lasciano un segno nella mente di Alberto che diviene sempre più consapevole della propria identità ebraica. Nasce forse da quel vissuto la decisione di partire alla volta di Israele allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni del 1967. “Pur essendo rimasto convinto della sua irreligiosità, il suo essere parte del Popolo Ebraico richiedeva una necessaria presenza fisica oltre che morale”. Non poteva più stare a guardare mentre un popolo veniva attaccato per essere distrutto. Da qui inizia un viaggio intenso che grazie alla penna di Alberto ci conduce nelle vie di Gerusalemme, nei vicoli di Haifa che osserva dal monte Carmel, ci fa ammirare le soldatesse di Tel Aviv, una città che definisce “magnifica”, visita El Arish e Quantara, dove ci sono solo arabi e soldati israeliani e poi è a Gaza dove va a vedere il campo dei rifugiati. Incontra amici e personaggi famosi, lui combattente per la libertà, si esprime contro le dittature, a cominciare da quella di Nasser, racconta le complicità del Gran Mufti di Gerusalemme con i nazisti, le persecuzioni verso gli ebrei russi a cui viene negata la possibilità di emigrare in Israele.

In mezzo a tutto questo Alberto, che aveva aderito al comunismo, rimane profondamente turbato dinanzi al tradimento politico della sinistra dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni e dalla inevitabile frattura che si genera nel rapporto fra la sinistra e l’ebraismo europeo. L’autore ci ricorda inoltre il dietrofront dei partiti fino ad allora amici dello Stato ebraico e da allora strettamente legati al rifiuto dei Paesi arabi nei confronti dell’unica realtà democratica della regione. Un rifiuto, denunciato solo da poche testate giornalistiche, che continua ancora oggi con la complicità dei partiti della sinistra europea. Oltre alla questione ebraica Alberto si sofferma anche sull’omicidio del senatore democratico Robert Kennedy, il 6 giugno del 1968, in occasione del primo anniversario della Guerra dei Sei giorni, che segue a distanza di soli due mesi quello di Martin Luther King. Un momento storico segnato dalle violenze che l’antisemitismo e più in generale il razzismo portano con sé allora come oggi. Sono temi molto attuali quelli che registra Alberto Baumann che vengono riproposti anche nel dibattito politico di questi giorni: il nuovo antisemitismo che spesso viene chiamato in modo ipocrita antisionismo e il doppio standard di giudizio che si applica solo ad Israele, la cui legittimità ad esistere è costantemente messa in discussione, in contesti pubblici e privati.

Negli scritti di Baumann c’è spazio anche per la dimensione privata e più intima con le commoventi lettere alla moglie Eva che “gli ha trasmesso l’essere ebreo attraverso dignità e consapevolezza”, con i ricordi del piccolo Alan che seppur lontano migliaia di chilometri vive nel suo cuore. Non manca quella sottile ironia, molto ebraica, che permea come un manto la scrittura e riesce a punzecchiare, sempre con garbo, chi si arrocca in false certezze o dannosi pregiudizi. Sono trascorsi cinquant’anni dagli scritti di Alberto Baumann che il figlio con grande generosità ha condiviso con i lettori contemporanei, ma da ciò che si osserva nelle nostre società l’uomo non ha imparato dai propri errori.

Nonostante ciò, sembra dirci Alberto con la sua scrittura, non bisogna rinunciare a testimoniare attraverso le armi della ragione, della cultura perché la forza della parola è insegnamento in grado di salvare questa nostra Umanità, spesso vilipesa e derisa. Come ci ricorda Alberto nel suo scritto autobiografico non si può dimenticare che: “…Se c’è memoria c’è speranza e sopravvivenza. Senza Schindler list ci sarebbe una buca profonda nella cultura mondiale. Sono tante le cose: dai grandi libri ai ricordi più piccoli e tutto serve per percorrere la strada da vivere. Questa memoria non deve essere tradita e bisogna lottare per essa. Spero che per tutti ci sia sempre una via chiamata speranza”.


Giorgia Greco

takinut@gmail.com

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