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Informazione Corretta Rassegna Stampa
20.10.2014 IC7 -Il commento di Stefano Magni
dal 12 al 18 Ottobre 2014

Testata: Informazione Corretta
Data: 20 ottobre 2014
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «IC7 -Il commento di Stefano Magni-dal 12 al 18 Ottobre 2014»

Il commento di Stefano Magni
Dal 12 al 18 ottobre 2014


La cecità americana       ecco a chi finiranno i miliardi di $

Si può comprendere il nuovo disordine mediorientale attraverso due chiavi di lettura, alternative l’una all’altra. La prima narrativa è quella che siamo abituati ad ascoltare: la presenza dello Stato ebraico e la mancata indipendenza dello Stato palestinese (i cui abitanti verrebbero abitualmente “umiliati” dagli israeliani) sono la causa del risentimento, di conseguenza anche della violenza, dei popoli arabi mediorientali. La soluzione del problema, dunque, viene individuata, abbastanza facilmente, nella nascita di uno Stato palestinese al fianco di quello ebraico. Solo la resistenza o la cocciutaggine dei governi israeliani, specialmente quelli di destra, impedirebbe di giungere alla soluzione di tutti i problemi. Il Medio Oriente può anche essere letto sotto tutt’altra lente. Israele non è che un piccolo Paese di 8 milioni di abitanti, 80% dei quali sono ebrei. Occupa un’area grande, all’incirca, quanto quella della Sicilia. La lunga disputa con gli arabi di Palestina è causata da ideologie che vogliono l’annientamento di quel piccolo Stato, unico democratico e unico a non avere una maggioranza musulmana in tutta la regione. Il nazionalismo panarabo prima e l’islamismo ora, sono dunque la causa, mentre la guerra israelo-palestinese è una delle conseguenze. Gli eventi degli ultimi tre anni dovrebbero dimostrare a chiunque che il Medio Oriente va letto decisamente con la seconda lente. Tutti i conflitti scoppiati a seguito delle Primavere Arabe (Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrein) sono causati da problemi interni al mondo arabo e islamico. Israele non c’entra. Il più grande massacro collettivo interno al mondo arabo è tuttora in corso ed è la guerra civile siriana: l’Onu stima fra le 170mila e le 190mila vittime in tre anni e mezzo di conflitto. Il più grande problema di profughi riguarda sempre la Siria, che attualmente registra il maggior numero di rifugiati (sia interni che fuggiti all’estero) in tutto il mondo. La più grave persecuzione contro minoranze religiose ed etniche sta avvenendo in Iraq, ad opera delle milizie dello Stato Islamico (o Isis) che ha espugnato un terzo del Paese, oltre a mantenere il controllo della Siria orientale. Nella sola provincia sunnita di Anbar, e solo questa settimana, l’Onu registra 180mila persone in fuga. In mezzo a queste catastrofi immani, il conflitto israelo-palestinese appare come una crisi marginale. La tempesta scoppiata in tutto il Medio Oriente si configura in modo sempre più limpido come un conflitto interno all’Islam. Né si limita al solo Medio Oriente: Nigeria, Cameroon, Mali, Repubblica Centrafricana, Somalia, una parte del Kenya, sono tutti coinvolti in crisi militari con movimenti islamici radicali. Questo ribollir di jihad sfiora appena lo Stato ebraico. A Gaza il conflitto è scoppiato a causa dell’attacco a Israele lanciato da Hamas, un movimento islamico radicale, ex alleato di Bashar al Assad e attualmente sempre più isolato. Il 6 ottobre, durante la cerimonia di commemorazione dei poliziotti palestinesi uccisi nell’ultima guerra, uno dei leader di Hamas, Mahmoud al Zahar ha spiegato in modo inequivocabile gli obiettivi del partito armato: “Alcuni dicono che Hamas voglia creare un emirato islamico a Gaza. Non vogliamo questo: noi vogliamo creare uno Stato Islamico in Palestina, in tutta la Palestina”. Per “Palestina”, è bene ricordarlo, non si intende l’insieme dei territori di Cisgordania e Gaza, su cui Abu Mazen accampa le sue pretese di indipendenza, ma tutto il territorio dal Giordano al Mediterraneo, compreso lo Stato di Israele. La cui distruzione è preliminare, nel progetto di Hamas. “Noi sappiamo esattamente come liberare la terra di Palestina – continua al Zahar – e sappiamo come colpire ogni singolo centimetro di essa, con le nostre mani, le nostre menti e i nostri soldi”. Eppure, stranamente, negli Usa e in Europa prevale sempre la solita, vecchia, narrativa. Quella secondo cui tutti i problemi mediorientali sarebbero causati dalla presenza di Israele e dall’assenza di uno Stato palestinese. Questa settimana lo ha dimostrato, ancora una volta, il segretario di Stato americano John Kerry. L’ex candidato alla presidenza e attuale titolare della politica estera dell’amministrazione Obama ritiene che il conflitto israelo-palestinese sia addirittura la causa dei reclutamenti dell’Isis. «Non c’è un solo leader, fra coloro che ho incontrato nella regione (mediorientale, ndr) – dice Kerry – che non abbia spontaneamente sollevato la questione urgente di una pace fra Israele e i palestinesi, perché questa è una causa di reclutamento (nelle file degli estremisti, ndr) e di rabbia e agitazione popolare. La gente dovrebbe capire la connessione fra queste due cose. E ciò ha a che fare con l’umiliazione e la privazione di dignità». La dignità dei palestinesi, negata dagli israeliani, ovviamente. I governi e i parlamenti europei, da questo punto di vista, sono i “maestri” di Kerry. Già il 3 ottobre, il nuovo primo ministro svedese, Stefan Loefven, nel suo discorso inaugurale, aveva anticipato il riconoscimento della Svezia allo Stato palestinese: «Il conflitto fra Israele e Palestina può essere risolto attraverso una soluzione a due Stati, dopo un negoziato rispettoso dei principi del diritto internazionale. Devono essere garantite le legittime richieste di entrambe le parti, palestinese e israeliana, riguardo la loro sicurezza e autodeterminazione. Una soluzione a due Stati richiede un mutuo riconoscimento e la volontà di coesistere pacificamente. Dunque la Svezia riconoscerà lo Stato della Palestina». Considerando che questa dichiarazione, fino all’ultima frase, ripete cose che si sanno già fin dal 1947, che gli ebrei accettano fin dal 1947, ma che gli arabi tuttora respingono (specie Hamas che mira alla distruzione di Israele) stupisce ancor di più l’ultima frase, quella sul riconoscimento della Palestina. Con quali confini? Con quali garanzie per la sicurezza di Israele? E con quali speranze per un “mutuo riconoscimento”? La Gran Bretagna, ex potenza mandataria in Palestina (colonialismo vero, in quel caso, non “colonialismo” come quello che gli intellettuali attribuiscono a Israele) ha votato per l’indipendenza palestinese. La risoluzione, non vincolante, è stata proposta da Ed Miliband, leader dell’opposizione laburista. Il testo, che prevede il riconoscimento di uno Stato palestinese, è passato con 274 sì contro 12 no e 364 assenti. La maggioranza, costituita da conservatori e liberaldemocratici, si è assentata per boicottare l’iniziativa. Ma alcune dichiarazioni post-voto fanno capire che anche dalle parti della maggioranza vi sia una malcelata ostilità contro Israele. Andrew Bridgen, conservatore, ha infatti detto di ritenere gli Usa «molto condizionati da gruppi di lobbisti ben finanziati e dal potere della lobby ebraica d’America». David Ward, liberaldemocratico, si è spinto oltre, dichiarando che, fosse nato a Gaza, ora lancerebbe anche lui razzi contro Israele. La più grande iniziativa europea e americana per il Medio Oriente, in questa settimana, non a caso, è il nuovo finanziamento a beneficio dell’Autorità palestinese per la ricostruzione di Gaza. Il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) chiedeva 4 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza dopo il conflitto estivo. Ne ha ottenuti ben 5,4. I maggiori finanziatori sono i Paesi arabi, con il Qatar in testa che si piazza primo nella classifica dei donatori, con 1 miliardo di dollari. Ma anche i fondi dall’Ue sono consistenti: 450 milioni di dollari. E gli Stati Uniti, dal canto loro, invieranno 212 milioni, pur essendo i maggiori, ormai praticamente unici, alleati di Israele. Quei 212 milioni di dollari, benché relativamente pochi rispetto alla maxi-donazione del Qatar, sono comunque di più rispetto agli aiuti forniti a Israele per il suo programma di difesa anti-missile. Usa ed Europa sono talmente assorbite dal loro impegno di “contenere Israele” e “ricostruire la Palestina” (arrivando a riconoscerne simbolicamente l’indipendenza) che perdono di vista tutti gli altri obiettivi. La diplomazia statunitense, sempre più simile a quella europea, non vede altro. Per cui non sa affrontare le altre emergenze in cui Israele non sia direttamente coinvolto. Dimostra di non avere neppure gli strumenti culturali necessari a comprenderle. Nel conflitto civile siriano, ad esempio, gli Usa non solo non sono intervenuti, ma non sanno neppure quale parte sostenere, soprattutto ora che il variegato movimento dei resistenti ha prodotto l’incubo dell’Isis. In Iraq, l’intervento aereo “al rallentatore” (meno di 10 sortite al giorno, di media) contro l’Isis è la spia di una profonda indecisione strategica americana: se anche è impossibile non intervenire, l’amministrazione Obama non sa a quale parte in lotta appoggiarsi, né quali obiettivi perseguire. Kobane, città curda della Siria settentrionale, resiste miracolosamente all’assedio degli jihadisti, ma la vicinissima Turchia, membro della Nato, il cui confine corre ad appena 15 km dagli assediati, ha deciso di non intervenire. Non solo: ha anche deciso di sopprimere i curdi che corrono in aiuto ai loro connazionali sotto attacco, bombardando (con F-16 e F-4 forniti dagli Usa) le loro postazioni al confine con l’Iraq. Anche in questa gravissima crisi, che si può risolvere in uno sterminio su larga scala e in un disastro politico della Nato, gli Usa preferiscono mantenere un profilo basso, sia da un punto di vista diplomatico (discrete pressioni sulla Turchia) che militare (alcuni raid per rallentare l’offensiva dell’Isis a Kobane). Anche qui, considerando che la crisi non coinvolge direttamente Israele, gli Usa dimostrano di non avere una bussola, di non avere obiettivi chiari. Né li avranno in futuro, almeno finché non capiranno che Israele non è il problema, che il problema è la guerra interna all’Islam e che Israele, semmai, è parte della soluzione.


Stefano Magni


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