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Informazione Corretta Rassegna Stampa
15.07.2014 Iron Dome, la difesa anti-missili
Analisi di Stefano Magni

Testata: Informazione Corretta
Data: 15 luglio 2014
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «Iron Dome, la difesa anti-missili»
Iron Dome, la difesa anti-missili
Analisi di Stefano Magni


Batteria di Iron Dome


Iron Dome? Tutto iniziò nella Guerra del Golfo del 1991. Fino ad allora pareva impossibile qualsiasi difesa contro i missili balistici. Valeva per tutti, anche per gli israeliani, il motto della Guerra Fredda reso celebre dal film War Games (1983): “L’unica mossa vincente è: non giocare”. Una volta che i missili fossero entrati in gioco, si pensava, non ci sarebbero state contromosse possibili, se non un lancio di rappresaglia. Con testate convenzionali, chimiche o nucleari, i missili avrebbero compiuto la loro opera distruttrice, funzionando come moltiplicatori di danni, come strumento di escalation, senza alcuna possibilità di difesa. Nel 1983, mentre War Games veniva distribuito nelle sale, Reagan annunciava la Strategic Defense Initiative: il programma per una difesa dai missili sovietici. Con la tecnologia di allora c’erano poche difese possibili. Quello di Reagan fu soprattutto un programma fatto di studi e test, nessuna arma vera venne schierata. Da allora in poi rimase il dubbio che tutta la Strategic Defense Initiative fosse solo un bluff ed è questo, tuttora, il parere prevalente fra gli accademici e gli esperti militari. Ma se la Strategic Defense Initiative fosse stata realmente solo un bluff, non si sarebbe potuta spiegare la Guerra del Golfo. Nel 1991, una volta scoppiata la guerra contro le democrazie occidentali e quasi tutti i suoi vicini arabi, Saddam Hussein iniziò a lanciare missili Scud di fabbricazione sovietica (gli stessi che Mosca aveva costruito per combattere una guerra in Europa) contro le maggiori città di Israele, soprattutto Tel Aviv. L’intento era chiaro: infliggere agli israeliani perdite inaccettabili sulla popolazione, così da provocarne una furiosa reazione aerea e missilistica. Saddam, che conosceva bene le dinamiche della guerra fredda in Europa, voleva scientemente far scattare l’escalation in Medio Oriente. Voleva far entrare in guerra Israele. Voleva costringere gli alleati arabi degli Stati Uniti, a compiere una scelta impossibile: combattere contro l’Iraq (storico membro della Lega Araba) al fianco di Israele (nemico storico della Lega Araba), o al fianco dell’Iraq contro gli Stati Uniti. C’è una sola ragione per cui la mossa di Saddam non ha avuto alcun esito: il missile Patriot. Cioè la prima difesa anti-missile. Le batterie di Patriot che entrarono in azione a Tel Aviv, nel gennaio 1991, erano tutte fornite e servite da artiglieri statunitensi. Gli Usa le fornirono in gran numero agli alleati israeliani proprio per poter permettere loro di sostenere il peso dei bombardamenti senza reagire con una rappresaglia. E funzionarono. Nel senso che il governo e l’opinione pubblica di Israele, se non altro da un punto di vista psicologico, si sentirono sufficientemente protetti e l’Idf non entrò nel conflitto. Fino a pochi anni prima una cosa del genere non sarebbe neppure stata pensabile. Per la prima volta si poteva affermare che: “L’unica mossa vincente è: giocare in difesa”. I Patriot funzionarono anche all’atto pratico? Le statistiche delle loro intercettazioni sono ancora segrete e dunque oggetto di speculazione. Gli scettici della difesa anti-missile, come sempre, finiscono per prevalere ed oggi non è raro leggere, in articoli specialistici e nei libri di storia, la frase “i Patriot non funzionarono”, nel senso che non intercettarono i missili iracheni. Questa affermazione è contraddetta, però, da innumerevoli video, trasmessi regolarmente anche nei nostri Tg nazionali ogni sera del 1991. A costo di risultare noiosi, è bene guardare dentro a queste stime. Subito dopo la guerra, l’esercito degli Stati Uniti dichiarò un tasso di intercettazione del 50% (per quanto riguarda gli Scud lanciati su Israele, per quelli lanciati sull’Arabia Saudita il tasso di intercettazione sale all’80%). E questa sembra una stima credibile, fin troppo al ribasso. George Bush, visitando gli stabilimenti della Raytheon (la casa produttrice dei Patriot) parlò di un tasso di intercettazione del 97%. Uno studio successivo, condotto dall’università di Tel Aviv e dal Mit di Boston rivelò invece un tasso di intercettazione del 10%: solo in un caso su 10 un Patriot abbatteva uno Scud. Dalla pubblicazione di quello studio, che risale al 1992 (un anno dopo la guerra) si è diffusa l’idea che il Patriot fosse un bluff e con essa anche la convinzione che una difesa anti-missile fosse sempre impossibile. Tuttavia, un altro ricercatore, Peter Zimmerman, direttore del Center for Strategic and International Studies, rilevò errori nella metodologia dello studio precedente. Di fatto, scrisse Zimmerman, ogni Scud ingaggiato dai Patriot venne abbattuto. Quindi il tasso di intercettazione si avvicina a quel 97% vantato da Bush. Il problema è che, per ogni Scud, venivano lanciati almeno 3 missili Patriot. Quindi il tasso di intercettazione si abbassa notevolmente, al 33% circa. Se si dimentica per un attimo la precisione dell’arma (che è pur sempre uno strumento) e si bada al risultato (la protezione dei civili), il risultato dei Patriot è stato ottimo. Benché si sia trattato di un’esperienza di successo, quella del Patriot lasciò ai militari israeliani un senso di malcelata frustrazione e impotenza. Prima di tutto, civili israeliani erano stati difesi da militari stranieri, con sistemi d’arma costruiti dall’altra parte del mondo. In secondo luogo, lo scetticismo e il pessimismo delle analisi successive alla guerra indussero l’opinione pubblica israeliana a credere di essere stata affidata a una difesa inefficiente. I Patriot sono stati acquistati dal governo israeliano e tuttora sono in dotazione alle forze di difesa aerea. Nella guerra del Libano del 2006 sono stati dispiegati di nuovo, contro la minaccia (fortunatamente mai materializzatasi) di missili siriani. A quest’arma, ormai storica, è stata affiancata la nuova versione (Pac-3) che nella guerra in Iraq del 2003 si è rivelata molto più efficace della precedente. Ai sistemi d’arma americani, gli israeliani hanno aggiunto i propri. Nel 2000 sono entrati in servizio gli Arrow 1 e 2, sistemi specificamente costruiti per distruggere missili a medio e lungo raggio. Potrebbero essere usati efficacemente contro lanci dall’Iraq o dall’Iran. Nel 2012, al crescere della minaccia nucleare iraniana, sono poi entrati in servizio anche gli Arrow 3, capaci di intercettare gli ordigni nemici anche fuori dall’atmosfera terrestre e dunque perfetti per prevenire eventuali danni collaterali di un’esplosione nucleare ad alta quota. Attualmente, grazie a questi sistemi, Israele è l’unica nazione al mondo interamente protetta da una minaccia missilistica. Il pericolo quotidiano per Israele, tuttavia, è costituito dalle armi a corta gittata, non dai missili a lungo raggio. Una volta detronizzato Saddam, infatti, nessuno ha più lanciato Scud o equivalenti sulle città israeliane. Invece i lanci di Qassam artigianali o Katyushe di fabbricazione iraniana e siriana, sono purtroppo una realtà molto frequente, come si è visto nella guerra in Libano del 2006 e nei continui lanci di razzi e colpi di mortaio da Gaza. Almeno fino al 2008 si pensava fosse impossibile proteggersi da questo tipo di attacco: ordigni troppo veloci, distanze troppo corte, tempi di preavviso troppo brevi per permettere a un computer di calcolare l’intercettazione. Inizialmente si pensava di usare i laser, ma i laser hanno un problema di energia: da dove la si prende, se si deve schierare un cannone laser in mezzo al deserto? Prima che un laser distrugga un razzo, poi, occorrono alcuni secondi. Se un bersaglio è troppo vicino, quei secondi potrebbero essere troppi. Poi si è pensato alle armi cinetiche, cioè proiettili metallici non esplosivi accelerati da un circuito elettrico e puntati con precisione sulle armi in arrivo. Ma anche qui si presentava un problema insuperabile di energia. Alla fine pareva proprio che Hamas e Hezbollah avessero trovato la soluzione ideale per continuare a tenere Israele sotto scacco: razzi a bassissimo costo, impossibili da intercettare. La soluzione è arrivata poco dopo la guerra del 2008, con un test nel luglio del 2009: un missile anti-missile è riuscito ad intercettare anche un razzo. Merito di un nuovo algoritmo che ha permesso di accelerare i calcoli per il puntamento e l’intercettazione. Da questo esperimento è nato Iron Dome, la “cupola di ferro”, protagonista indiscussa della guerra del 2012, dove è riuscita a distruggere l’84% dei razzi palestinesi ingaggiati (quasi solo quelli non ingaggiati hanno raggiunto i loro bersagli). Nel conflitto ancora in corso, la precisione è cresciuta e il tasso di intercettazione, stando a quel che dichiara la Difesa israeliana, è arrivato al 90%. E stiamo parlando di missili che colpiscono oggetti volanti (Qassam e Katyushe) che fino a sei anni fa erano considerati impossibili da intercettare. Il problema, però, è di soldi. Gli israeliani possono metterci anche tutta la loro buona volontà e il loro ingegno, ma per finanziare il programma occorrono fondi statunitensi. E gli Usa li stanno dando col contagocce. Del miliardo di investimenti chiesto da Gerusalemme, solo 300 milioni sono stati elargiti. Altri 500 milioni sono stati stanziati, ma non ancora elargiti. E il Congresso può sempre cambiare idea. Il Pentagono non è entusiasta di questo programma, non tanto perché non si fidi di Israele, ma perché resta scettico sulla difesa anti-missile in sé. Prevale lo stesso spirito di chi dileggiava la Sdi di Reagan, o di chi godeva, quasi, nel rilevare l’inefficacia dei Patriot. Sia gli Stati Uniti che la Nato europea non hanno mai avuto alcuna necessità concreta di difendersi da attacchi missilistici. Nessun occidentale è mai dovuto correre nei rifugi sotto una pioggia di razzi. Nessun governo canadese, o americano, ha mai dovuto rassicurare una popolazione bombardata. Gli europei occidentali non conoscono più lanci di missili dal 1945, da quando l’ultima V2 si abbatté su Londra. Questo fa sì che le teorie prevalgano sulla realtà (drammatica) dei bombardamenti. La teoria ritiene che un’arma con un tasso di successo stimato al 33%, come il Patriot del 1991, sia inefficace e non valga la pena spendere un centesimo per commissionarla. Migliaia di civili di Tel Aviv sono però vivi grazie a quel 33% di successi e per loro la spesa per un’arma di difesa, sia pure imprecisa, vale ancora quanto un’intera esistenza sulla terra. Nelle ultime due guerre del 2012 e del 2013, i cittadini di Gerusalemme e Tel Aviv, di Beer Sheva e Ashkelon, di Sderot e Ashdod, devono la loro vita a quel 90% di successi di Iron Dome. Loro non possono nemmeno pensare di storcere il naso, come fanno gli esperti del Pentagono. A loro non importa nulla del rapporto costi/benefici, delle percentuale di errore, della reale accuratezza dell’intercettazione, della possibilità che i frammenti dei missili nemici finiscano ancora sul bersaglio: per chi vive sotto i bombardamenti, una difesa anti-missile è una possibilità di sopravvivenza in più. E questo è quanto basta. C’è tuttavia un aspetto ancora peggiore nell’opposizione alla difesa anti-missile ed è quello del calcolo politico. Chi si oppose, negli anni ’80, alla politica di Reagan lo fece per calcolo politico, prima di tutto. Perché riteneva che i sovietici avrebbero potuto “allarmarsi” e destinare ancora più testate nucleari alla distruzione delle città americane. Lo stratega della guerra fredda non ha mai pensato alla difesa, ma solo alla rappresaglia. Colto di sorpresa da una possibilità di difendersi, si è stracciato le vesti per la rottura dell’ “equilibrio” del terrore. In questo modo, pochi si sono resi conto di proporre nient’altro che una resa preventiva: se difendersi induce il nemico a incattivirsi ancor di più, meglio non difendersi. “Meglio nessuna difesa che una cattiva difesa” è il motto degli oppositori ad ogni difesa anti-missile. Israele, al contrario, ritiene che qualunque cosa possa salvare i propri civili, anche una cattiva difesa, sia una strada da tentare. Almeno tentare. Se oggi, dopo otto giorni di continui bombardamenti, non è morto alcun civile israeliano, lo si deve solo a questo tentativo. E in questo, come sempre, da mezzo secolo a questa parte, Israele si rivela una grande scuola di sopravvivenza.


Stefano Magni

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