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Informazione Corretta Rassegna Stampa
19.05.2014 IC 7 - Il commento di Stefano Magni
Dall'11/05/2014 al 17/05/2014

Testata: Informazione Corretta
Data: 19 maggio 2014
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «Il commento di Stefano Magni»
Il commento di Stefano Magni
Dall'11/05/2014 al 17/05/2014



Stefano Magni, giornalista de L'Opinione

Segnatevi bene queste date: 25, 26 e 27 maggio. La settimana prossima quel che avverrà in tre giorni farà la differenza fra la pace e il caos.
Il 25 maggio 2014 si terranno le elezioni europee e, contemporaneamente, si voterà in Ucraina. Per la prima volta, da questa parte del mondo, si rimetterà in discussione l’architettura europea e riemergerà la questione ebraica, sopita ma non finita per 70 anni. Non è un’esagerazione. Il rischio è concreto. L’Ucraina, in particolar modo, secondo un sondaggio commissionato dalla Anti Defamation League, è il Paese più anti-semita dell’ex Urss. Il sondaggio sottoponeva ai rispondenti 11 domande sulla veridicità dei più diffusi stereotipi sull’ebraismo. C’erano tre risposte possibili, “probabilmente falso”, “probabilmente vero” e “non so”. Viene classificato “antisemita” chi risponde con “probabilmente vero” ad almeno 6 domande. In Ucraina gli antisemiti sono il 38%, la percentuale più alta di tutta l’ex Unione Sovietica. In Russia è alta, ma non ai livelli ucraini: 30%. La paura più diffusa è sul presunto “potere economico” degli ebrei, temuto dal 56% degli ucraini e dal 49% dei russi. È difficile sottovalutare come questo 38% di antisemiti, ben più di un terzo della popolazione ucraina, si comporterà al momento del voto, quale partito sceglierà e come condizionerà il prossimo governo eletto. Sempre che si voti e non scoppi una guerra civile. Perché, in caso di conflitto, quelle che, fino ad ora, sono tendenze culturali e violenze private potrebbero diventare violenze collettive e su larga scala, come sempre è avvenuto in tutte le guerre combattute sul suolo ucraino nel corso del Novecento.
Il 25 maggio è anche il giorno delle elezioni europee, e se l’Est piange anche l’Ovest non ride in fatto di antisemitismo. Perché se vi siete impressionati leggendo le cifre dell’antisemitismo nella repubblica ex sovietica dell’Ucraina, adesso tenetevi forte per le prossime cifre. Lo stesso sondaggio, infatti, rileva che l’antisemitismo in Grecia sia del 69%! La penisola ellenica, attualmente, è il Paese più antisemita in assoluto all’infuori del Medio Oriente. Due greci su tre ritengono veri gli stereotipi anti-ebraici. I sondaggi danno Alba Dorata (implicitamente neonazista) verso le vette del primo posto. E si può capire il perché. La crisi, ormai cronica, ha creato le premesse di una vera e propria svolta autoritaria, ormai sempre più difficile da evitare. E a farne le spese saranno gli ebrei, che c’entrano nulla con l’origine della depressione economica. Anche la Polonia non scherza: l’antisemitismo, secondo Adl, è al 45%, molto più che in Ucraina e in Russia, la percentuale più alta fra i nuovi Paesi dell’Ue. La nazione meno antisemita è la Svezia (4%). Ma ci penseranno gli immigrati musulmani a colmare questo vuoto: secondo Adl, nel Medio Oriente e in Nord Africa (le regioni di provenienza della maggior parte degli immigrati in Europa) il 74% dei rispondenti esprime pareri antisemiti. Va molto peggio in Francia, dove il 37% dei cittadini risulta essere ostile agli ebrei. Il cuore del progetto di integrazione europea, la capitale dell’Illuminismo (movimento culturale tutt’altro che esente dall’anti-ebraismo) è attualmente il terzo Paese d’Europa più antisemita, dopo Polonia e Grecia. Anche in questo caso si tratta di un anti-ebraismo economico, spinto dalla ricerca di un capro espiatorio per una delle economie più fragili dell’Ue, pronta a finire nello stesso baratro di Spagna, Portogallo, Italia e Grecia. E gli effetti si vedono anche qui. Basti vedere come sale nei sondaggi il Fronte Nazionale, populista, nazionalista, tradizionalista, pronto a diventare il primo partito francese. E l’Italia? Su una popolazione adulta di poco più di 50 milioni di persone, il 51% degli italiani ha risposto con “è probabilmente vero” che gli ebrei abbiano più lealtà nei confronti di Israele che verso l’Italia. Il 45% pensa che “gli ebrei parlano troppo di quel che è successo durante l’Olocausto”, mentre il 32% è convinto che abbiano “troppo potere sulle piazze finanziarie”. Complessivamente il 20% degli italiani è classificabile come antisemita. Settanta anni dopo l’Olocausto una decina di milioni di italiani nutre ancora sentimenti ostili nei confronti degli ebrei. Difficile sottovalutare, anche qui, come questa massa critica si comporterà al momento del voto.
Si tratta di cifre da capogiro, che dovrebbero far riflettere soprattutto gli insegnanti. Perché è solo un pessimo insegnamento nelle scuole e nelle università che può spiegare un pregiudizio così forte a tre generazioni dalla fine del fascismo e del nazismo, i cui reduci e nostalgici sono ormai tutti defunti. Gli insegnanti, a qualunque livello, hanno inculcato l’odio per i totalitarismi di estrema destra, ma anche l’odio per il sistema capitalista. Odiando il capitalismo, è facile finire preda, in tempo di crisi, dei vecchi stereotipi contro la finanza ebraica. Oggi in Italia proliferano siti internet e pagine Facebook in cui si ritrovano tantissime nuove versioni dei Protocolli dei Savi di Sion, con trame fantasiose di complotti mondiali ebraici. Gli insegnanti, in tutti i Paesi europei, hanno ampiamente insegnato e documentato la Shoah, ma hanno fatto continua contro-informazione su Israele e il Medio Oriente, spacciando per vere, con troppa leggerezza, equazioni come Gaza=Auschwitz, o nazisti=sionisti, barriera difensiva=Ghetto di Varsavia. È ormai passata la tesi secondo cui gli ebrei “da perseguitati sono diventati persecutori”. Non stupiamoci poi se, in media, un quarto degli europei (i due terzi in Grecia, quasi la metà in Polonia, più di un terzo in Francia e un quinto in Italia) è mediamente antisemita.
Il 25 maggio, dunque, incrociamo le dita. Perché potrebbe andare veramente male. Ma non è l’unico giorno pericoloso, come abbiamo visto. Perché anche il 26 e il 27 maggio saranno cruciali. Che succede in quelle date? Ci saranno, prima di tutto, le nuove elezioni in Egitto. Il partito più potente del fronte islamista, Libertà e Giustizia, è fuori gioco. Era espressione dei Fratelli Musulmani, che attualmente sono banditi dall’Egitto. Tuttavia, in Egitto, tutte le scuse son buone per dare addosso a Israele. Anche i nazionalisti, i laici, gli animatori del movimento Tamarod che si ribellò contro l’ex presidente islamista Mohammed Morsi, avevano in programma la rottura del trattato di pace con Israele e l’interruzione degli aiuti militari Usa ad esso vincolati. L’esito delle elezioni è scontato: vincerà quasi certamente Al Sisi, uomo forte dei ranghi militari, laico e anti-islamista. Israele spera che vinca, esplicitamente. Al Sisi, infatti, ha chiuso i valichi per Gaza, ha distrutto gran parte dei tunnel sotterranei usati dal contrabbando palestinese, ha messo al bando Hamas. Ma non si conosceranno fino all’ultimo gli effetti di lungo termine del voto: cosa farà il nuovo uomo-forte con il consenso ricevuto? Dove indirizzerà il nuovo Egitto post-Mubarak e post-islamico? Sperando per il meglio, questa resterà un’incognita fino a dopo le elezioni.
Senza contare la possibile reazione islamista a una vittoria di Al Sisi. Infatti lo sceicco radicale Al Qaradawi, popolare predicatore televisivo dei Fratelli Musulmani, ha emesso una fatwa contro le elezioni. I fedeli egiziani sono esortati a non votare o, se proprio devono, a scegliere Hamdin Sabahi, leader dell’opposizione di Corrente Popolare. Al Qaradawi ha spesso lanciato segnali funesti. Le sue continue condanne alla rivoluzione egiziana contro i Fratelli Musulmani, sono state preludio (se non proprio diretta ispirazione) di una lunga scia di attentati contro forze dell’ordine e minoranza cristiana. I Fratelli Musulmani, ufficialmente, condannano gli atti di violenza politica e terroristica. Ma i loro legami con i gruppi armati sono ambigui, una zona grigia paragonabile a quella che c’era, in Italia, fra sindacati autonomi e Brigate Rosse. La regione più incontrollabile d’Egitto è e resta il Sinai, a ridosso di Israele. La tentazione di sfogare frustrazioni e violenze pre e post-elettorali contro lo Stato ebraico sarà fortissima per gli jihadisti locali.
Il 25 e il 26 maggio, infine, si terrà la tanto attesa visita di Papa Francesco in Palestina e Israele (dopo una prima tappa in Giordania). Il nuovo Pontefice non si è ancora espresso sulla crisi mediorientale con prese di posizione chiare. Già l’Autorità Palestinese gongola, però, perché rompendo una tradizione ormai consolidata, Francesco si recherà a Betlemme in elicottero partendo da Amman, senza passare dal territorio israeliano. A Ramallah lo vedono come un riconoscimento di fatto dell’indipendenza della Palestina. Nessuno vuole dare accoglienza al nuovo Pontefice sparando o lanciando razzi. Ma nella celebrazione palestinese della Nakba (“catastrofe”, cioè l’indipendenza di Israele) il profilo Facebook di Al Fatah ha avvertito gli israeliani “Andatevene! Questa terra è nostra”. E per rendere chiara la cosa, ha pubblicato una mappa della Palestina che include l’intero territorio israeliano. “È ora che i leader d’Israele capiscano che non c’è patria per i palestinesi tranne la Palestina, ed è qui che resteremo”, ha detto mercoledì sera in tv il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) aprendo le commemorazioni della Nakba”, aggiungendo “È ora di porre fine all’occupazione più lunga della storia”. È evidente, vista la sua pagina Facebook, che per “occupazione” intende l’esistenza stessa dello Stato ebraico. Le manifestazioni della Nakba sono diventate violente: allarme razzi (da Gaza) nel Negev occidentale e a Ramallah i manifestanti hanno attaccato con molotov e sassi la polizia israeliana, che ha risposto. Due giovani palestinesi Muhammad Abu Thahr e Nadim Nuwarai sono morti in seguito allo scontro.
La nuova alleanza di Fatah e Hamas e la rottura dei negoziati con Israele non promettono nulla di buono. Dopo la visita, come avvenne con Giovanni Paolo II nel 2000, potrebbe aprirsi una nuova fase insurrezionale. D’altra parte, come abbiamo visto fin qui, di appoggio in Europa alla causa palestinese ce n’è già una valanga. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di un pretesto.

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

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