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Informazione Corretta Rassegna Stampa
22.04.2014 IC 7 - Il commento di Stefano Magni
Dal 13/04/2014 al 19/04/2014

Testata: Informazione Corretta
Data: 22 aprile 2014
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «Il commento di Stefano Magni»
Il commento di Stefano Magni
Dal 13/04/2014 al 19/04/2014


Stefano Magni, giornalista de L'Opinione

L’Europa ricomincia ad essere un fronte ribollente di antisemitismo. È questa la vera notizia di questa settimana. L’Ucraina, sull’orlo della guerra civile e minacciata di invasione dalla Russia, è il terreno di scontro principale. Entrambe le parti si accusano di anti-semitismo e celano un odio diffuso e sotterraneo contro gli ebrei che si è manifestato in tutto il secolo scorso ed ora rischia di tornare di nuovo allo scoperto. Gli ucraini orientali russofoni e i russi accusano di anti-semitismo gli ucraini occidentali e il governo provvisorio di Kiev, sostenuti anche da gruppi, come Pravy Sektor, che riecheggiano il nazismo. Ma, intanto, la prima sinagoga che è stata dissacrata con scritte antisemite, nei giorni immediatamente successivi alla rivolta del Maidan (il 28 febbraio), è nella russa Sinferopoli, capitale della Crimea, ora annessa alla Russia. Ed è a Donetsk, nell’Ucraina orientale, proclamatasi indipendente e pronta a farsi annettere da Mosca, che sono stati distribuiti volantini in cui si obbligano i cittadini ebrei alla registrazione, pena la deportazione e la confisca di tutti i beni. Quest’ultimo episodio, che ricorda i pogrom della Guerra Civile (1918-1921) e lo sterminio avvenuto sotto occupazione tedesca (1941-1944), è stato apertamente denunciato anche dal segretario di Stato americano John Kerry, nel corso dei colloqui di pace di Ginevra. Da lì è iniziato il consueto scarica-barile: i russi accusano gli ucraini di Kiev di strumentalizzazione, le autorità secessioniste di Donetsk negano ogni responsabilità, il governo di Kiev, accusato da Mosca di essere “neonazista”, usa quella notizia per chiedere alla comunità internazionale chi sia il vero fascista, la stessa Anti Defamation League pur condannando i volantini si dichiara scettica sulla loro autenticità. Ma intanto quei volantini sono stati distribuiti, sono stati fotografati, sono lì da vedere. Qualcuno li ha scritti e diffusi, timbrati con il marchio delle nuove autorità filo-russe e (c’è da scommetterci), non pochi li considerano validi. Quanto all’Ovest ucraino, Kiev ha attualmente un governo in cui il premier Arseny Yatsenyuk è “probabilmente” ebreo, anche se lo nega: un dubbio che continua a sollevare controversie e dibattiti, come se l’origine ebraica fosse, in sé, un marchio di infamia. E nella cittadina di Volodymyr-Volynskyi, a due passi dal confine polacco, un quotidiano locale, alla vigilia della Pasqua ebraica, ha lanciato l’avvertimento di tenere a casa i bambini, perché gli ebrei potrebbero sgozzarli e impastare col loro sangue la Matzah. È questa l’aria che si respira in Ucraina, a due passi dal baratro. Se dovesse scoppiare la guerra, i freni inibitori imposti dai governi russo e ucraino potrebbero saltare del tutto. Se i confini orientali dell’Europa stanno tornando ad essere molto pericolosi, anche in piena Ue l’anti-semitismo ricomincia a farsi vivo. Il segnale di allarme più preoccupante è in Ungheria, dove il partito di estrema destra Jobbik ha conquistato il 20% dei voti. Ovviamente nega qualunque anti-semitismo. Però aveva fatto scalpore il test del Dna a cui si erano sottoposti, due anni fa, alcuni dei suoi esponenti: per dimostrare di non essere né rom, né ebrei. Jobbik non sarà anti-semita, ma una sua candidata, Judit Szima, non troppo tempo fa scriveva sulla sua newsletter: «Data la nostra situazione, l’anti-semitismo non solo è giusto, ma è un dovere per ogni bravo patriota ungherese e noi dobbiamo prepararci per uno scontro armato contro gli ebrei». La “attuale situazione” si riferisce, ovviamente, alla crisi economica, al “dominio della finanza” e a tutta la paccottiglia complottista su Club Bilderberg, Trilaterale e Rothschild che impesta il Web in tutta l’Europa occidentale, Italia inclusa. Il Partito Jobbik non fa mistero di credere a tutto ciò e mira ad un’alleanza strategica con l’Islam (anche con l’Iran, quando c’era Ahmadinejad), contro l’Ue, contro la Nato e ovviamente contro gli ebrei che sono “dietro” alle alleanze occidentali. Ma in Occidente come stiamo? Male, a giudicare dall’ultimo “scherzo” targato Movimento 5 Stelle. La foto taroccata dei cancelli di Auschwitz con la scritta “P2 Macht Frei”, pubblicata sul blog di Beppe Grillo, la sua riscrittura della poesia di Primo Levi («Considerate se questo è un Paese nato dalle morti di Falcone e Borsellino dalla trattativa Stato mafia schiavo della P2…») era la solita tirata contro il “doppio stato”, vecchia teoria della cospirazione, che risale anni ’70, creduta da tutto l’estremismo di destra e di sinistra. Ma di fronte alle accuse di aver fatto, come minimo, una scivolata nel cattivo gusto, è uscito con un: «Non chiedo scusa, dovrebbero sostituire il portavoce delle comunità ebraiche. Quando si toccano i poteri forti vengono fuori le lobby». Touché! Eccola qua, la “lobby ebraica”, di nuovo usata come capro espiatorio, in piena Italia, in pieno Occidente, da un partito che annuncia: «Noi diventeremo lo Stato, allora il M5S non servirà più. E voi, è possibile che fate queste domande stupide? I giornali hanno i mesi contati: cercatevi un altro lavoro. Almeno non perseguitateci. Rischiate qualcosa, anche il posto di lavoro». Ricorda qualcuno? Nell’occidentale Francia, il Front National si appresta a fare un bagno di consensi alle prossime elezioni europee. La sua leader, Marine Le Pen, ha preso le distanze dal fascismo, dall’anti-semitismo, dalla destra poujadista, dal nazionalismo… però si fa vedere vicina alla Comunità San Pio X (presso cui ha fatto battezzare i suoi figli), cioè a quei cattolici tradizionalisti e scismatici che non hanno mai smesso di definire gli ebrei “popolo deicida”. I governi europei sono giustamente preoccupati da questa ondata di “revisionismo”, che esprime la volontà di rimettere in discussione l’ordine democratico e liberale occidentale nato dalla Seconda Guerra Mondiale. E dunque sono portati a vedere l’anti-semitismo quando è “nero”, nei nuovi movimenti populisti e di destra. Ma, come sempre, gli stessi governi europei occidentali tendono a non vedere l’anti-semitismo quando è “verde”, quando è islamico Tuttavia gli stessi governi dimostrano di non comprendere appieno il nesso, molto forte, che esiste fra l’anti-semitismo europeo e quello mediorientale. Jobbik fa scandalo perché ricorda il nazismo, ma si dimenticano le dichiarazioni del suo leader Gabor Vona in Turchia, meno di una anno fa: “L’Islam è l’ultima speranza per l’umanità, nel buio del globalismo e del liberalismo”. Gli incidenti di anti-semitismo in Europa sono puntualmente denunciati, ma gli attentati contro civili israeliani ad opera di terroristi islamici sono trascurati, commentati distrattamente come incidenti di percorso del processo di pace in Medio Oriente. Il 14 aprile, a Kiriat Arba (Hebron) alla vigilia della Pasqua ebraica, un terrorista palestinese ha freddato a colpi di mitra Baruch Mizrahi, poliziotto fuori servizio, mentre era in macchina con la moglie e i suoi cinque figli. L’intento del terrorista era quello di ucciderli tutti: Baruch Mizrahi è morto, i suoi familiari sono gravemente feriti. A seguito di questo brutale omicidio, Israele ha sospeso i colloqui di pace. Il commento dell’Europa? A nome dell’Ue, la baronessa Catherine Ashton ha espresso la sua “grande preoccupazione” sia per la decisione israeliana di erigere un nuovo insediamento ebraico nei pressi della città di Hebron, sia per la recente demolizioni di alcuni rifugi abitativi cofinanziati proprio dall’Unione europea. Secondo Ashton, infatti, tali eventi (la costruzione di case, non l’assassinio di un padre di famiglia ebreo) “non creano quel clima di fiducia e di collaborazione necessario per un buon esito dei negoziati di pace”. E sull’attentato? Niente da dire? Il capo della diplomazia europea ha solo invitato “entrambe le parti” a “porre fine a ogni atto di violenza e a mostrare un po’ di senso di responsabilità per non compromettere i negoziati in corso”. Intanto sia Ue che Usa stanno alleggerendo le sanzioni sull’Iran. Che non ha affatto interrotto la sua corsa all’atomica. L’Iran ha semplicemente interrotto il processo industriale di arricchimento dell’uranio al 20% (tutto materiale utile per produrre testate nucleari) e ha diluito una parte di quello già arricchito. Per questo motivo, il governo degli Usa ha deciso di sbloccare una prima parte dei fondi, circa 450 milioni di dollari. In questo modo l’economia iraniana ha preso decisamente fiato, dopo un periodo di recessione. Sarà la cosa giusta da fare? Secondo Mark Dubowitz, direttore della Fondazione per la Difesa delle Democrazie, l’Iran non ha affatto cambiato linea. Se, almeno per ora, il presidente Hassan Rouhani ha mostrato il volto tenero e rispettato gli accordi, è perché le sanzioni hanno funzionato, piegando la volontà di persistere nel programma nucleare. Alleggerendo le sanzioni, invece, “… si va ad aumentare il potere negoziale iraniano, rendendo più difficile la conclusione di un accordo diplomatico che porti allo smantellamento del programma nucleare militare e persuada Teheran a svelare chiaramente le sue attività nucleari e militari del passato”. Qui, il problema, non è solo di semplice ingenuità (o avidità) occidentale, ma anche strategico. E si deve tornare al punto di partenza: la crisi in Ucraina. Sfoderando di nuovo il suo anti-occidentalismo di stampo sovietico, la Russia di Putin sta tornando a offrire all’Iran piena collaborazione sul programma nucleare, a partire da un accordo preliminare per la costruzione di nuove centrali. Per “sottrarre” l’Iran all’influenza russa, si flirta con il regime Teheran. E questo ricambia prontamente: il 15 aprile scorso ha persino proposto un accordo per fornire all’Ue quel gas che potrebbe essere negato dalla Russia. Sta tornando in auge la vecchia tesi di Brzezinski, ex consigliere di Jimmy Carter: con l’Iran si può parlare, con la Russia no, se si deve riprendere una politica del contenimento di Mosca, si deve coinvolgere anche Teheran. Lo scriveva ne “La Grande Scacchiera”, nel 1997. E il regime dell’ayatollah Khamenei, chiaramente, ci sguazza.

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