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Informazione Corretta Rassegna Stampa
27.12.2013 Liberare Pollard è un atto dovuto. E non da oggi
analisi di Stefano Magni

Testata: Informazione Corretta
Data: 27 dicembre 2013
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «Liberare Pollard è un atto dovuto»

" Liberare Pollard è un atto dovuto. E non da oggi "
commento di Stefano Magni


Stefano Magni     Jonathan Pollard

Jonathan Pollard era un simpatico rompi-scatole ebreo americano, a tratti violento, sempre pieno di sé, carico di quello spirito rude, da caserma, che gli ebrei chiamano chutzpah. Ragazzo impossibile anche per i suoi educatori, difficile sul lavoro, dove non passò il test per accedere alla Cia ed ebbe difficoltà ad inserirsi nella Marina degli Stati Uniti, dove fu però subito piazzato all’intelligence. Era così, fino ai primi anni ’80, agli albori della sua carriera. Ora è difficile dire quanto sia rimasto di quel suo spirito ribelle, dopo 28 anni passati in galera, sballottato fra isolamento e carceri di massima sicurezza, trattato come il più pericoloso dei serial killer, fino al suo ultimo luogo di pena nella North Carolina.

Che quel suo carattere impossibile non lo abbia aiutato e lo abbia maledetto, fino a fargli perdere lavoro, carriera e libertà è fuor di dubbio. Che se li sia meritati, quei 28 anni (e la pena non è ancora finita) è però tutto un altro discorso. Pollard non ha ammazzato né ferito nessuno. Non ha (da quel che si sa) danneggiato gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Ha fatto la spia. Per il bene di Israele, un Paese alleato degli Usa. Dopo aver negato ogni legame con lui fino alla metà degli anni ’90, lo Stato ebraico gli ha concesso la cittadinanza e chiede a gran voce la sua scarcerazione. Il primo a farlo fu l’allora premier Yitzhak Rabin, poco prima di essere assassinato nel 1995. Netanyahu ha sempre fatto della sua liberazione un punto fermo della sua politica estera. Soprattutto in questi giorni, la causa di Pollard è tornata ad essere una priorità in Israele. Ben 106 membri della Knesset (su 120) hanno votato una mozione per la libertà di Pollard e mandato una lettera aperta al presidente Barack Obama. Non perché in questi giorni caschi un anniversario particolare e non solo perché le condizioni di salute di questo ex ragazzo terribile si siano ulteriormente aggravate. Ma per chiedere un minimo di reciprocità e rispetto dei patti. La settimana scorsa, infatti, è stato il “gola profonda” della National Security Agency, Edward Snowden, a rivelare quanto diffuso sia lo spionaggio elettronico statunitense ai danni del governo di Gerusalemme. Netanyahu è monitorato, così come lo era Olmert prima di lui e Barak in tutti gli anni in cui è stato ministro della Difesa. La slealtà della Nsa nei confronti dell’alleato mediorientale è ben più grave rispetto alla colpa di Jonathan Pollard.
Torniamo a trent’anni fa. Pollard era un analista della Marina degli Usa sin dal 1979. Quell’anno era stato scartato dalla Cia, per motivi che la Marina non poteva conoscere (informazioni riservate e mancanza di comunicazione fra le due burocrazie). In seguito si sarebbe saputo che era stato rimandato a casa, dopo un test, perché in passato aveva fatto uso di droga. Era molto legato a Israele e alla sua storia, profondamente turbato dalla memoria della Shoah, durante la quale aveva perduto tanti suoi parenti. Si “dannò” nel 1984. Allora c’era la Guerra Fredda, che nel Medio Oriente prendeva le sembianze della Guerra del Libano. I sovietici passavano armi ai siriani, che combattevano in Libano contro gli israeliani e i militari della missione di pace internazionale. Dopo una tregua con l’Olp di Arafat, che si era ritirato da Beirut e Tripoli (e se l’era vista brutta anch’egli con i siriani), tutta la classe dirigente palestinese era stata trasferita in blocco in Tunisia, lontano dai suoi territori, con l’immunità garantita a patto che non conducesse più azioni terroristiche, o rovinasse il processo di pace nel Paese dei Cedri. I sovietici occupavano da cinque anni l’Afghanistan e conducevano una dura guerra di guerriglia contro i mujaheddin locali (i Talebani non esistevano ancora). Il Pakistan era alleato degli Stati Uniti e collaborava attivamente alla guerriglia anti-sovietica in Afghanistan. E intanto, segretamente, si fabbricava la sua arma nucleare. C’era poi la Libia di Gheddafi, che sponsorizzava attivamente e dichiaratamente il terrorismo contro i Paesi della Nato (una poliziotta inglese era appena stata ammazzata proprio nel 1984) e per questo riceveva armi dall’Unione Sovietica: Mosca lo guardava con orrore e sospetto, ma andava tutto bene finché combatteva contro gli Stati Uniti.


Un manifesto che chiede la scarcerazione di Jonathan Pollard

Questo è il contesto in cui gli Usa tenevano nascoste a Israele informazioni utili alla sicurezza dello Stato ebraico, nel nome della realpolitik, per tenersi buoni Stati arabi e il Pakistan, utili per la lotta anti-sovietica, per tenersi buono Arafat, utile per la pace nel Libano, per non alzare ulteriormente il livello di tensione con la Libia e con la Siria. Jonathan Pollard non stette al gioco. Contattato da un ufficiale dell’aviazione israeliana, decise di fare il “doppio gioco”, non certo a favore del nemico sovietico, ma dell’alleato israeliano. Perché lo fece? I detrattori dicono “per soldi” e sventolano quei 10mila dollari che si guadagnò passando a Gerusalemme documenti segreti. I suoi difensori ritengono, però, che lo abbia fatto per fedeltà allo Stato ebraico. Anche perché gli Usa tenevano nascoste tutte quelle informazioni utili a Gerusalemme, nonostante fosse già in vigore, fra i due alleati, un Memorandum di Intesa per la condivisione di informazioni di intelligence, sin dall’anno precedente, nel 1983. E così passò segreti sull’Olp in Tunisia, notizie sul sistema anti-aereo sovietico in dotazione alla Libia, altre notizie sulle basi militari dei Paesi arabi alleati degli Usa (fra cui l’Arabia Saudita) ma ancora ostili a Israele, informazioni di prima mano sul programma nucleare del Pakistan.

Questa azione di spionaggio venne bruscamente interrotta nel 1985, quando Pollard venne arrestato assieme alla moglie. Condannato nel 1987, è tuttora in carcere. Benché avesse ammesso le sue colpe e accettato di collaborare con la giustizia e con il governo federale, quel che determinò la sua condanna all’ergastolo fu soprattutto un’intervista che lui e sua moglie avevano rilasciato nel 1986 al Jerusalem Post. In quell’occasione entrambi furono troppo “chiacchieroni”, si disse che avessero rotto il patto stabilito con i magistrati (sconto di pena in cambio di collaborazione e silenzio), ma soprattutto si dissero entrambi orgogliosi di aver lavorato per il bene di Israele. Fu questo mancato pentimento a determinare l’asprezza della pena. Esageratamente dura e sproporzionata se messa a confronto, ad esempio, con i 25 anni di carcere scontati da John Walker, altro uomo dell’intelligence navale arrestato nel 1985 per aver spiato a favore del nemico sovietico (non di un alleato, dunque).

Perché Walker è fuori e Pollard è ancora dentro? Se lo chiedono anche molti esponenti del governo degli Stati Uniti, soprattutto dopo che sono andati in pensione. L’ex segretario di Stato di Ronald Reagan, George Shultz, per esempio esprime stupore e perplessità per una pena così lunga e nel 2011 scriveva a Obama per intercedere sulla liberazione dell’ex spia. Considerando, soprattutto, che gli addetti ai lavori, nell’intelligence, ritengono che non abbia mai costituito una minaccia alla sicurezza nazionale e a maggior ragione non la costituisca ora. Anche Kissinger, noto per essere un “cinico”, è favorevole alla scarcerazione dell’ex “doppiogiochista”.

In Israele, in questi giorni di scandalo per lo spionaggio elettronico americano, chiedono la sua liberazione soprattutto ex prigionieri ed ex dissidenti, che hanno vissuto la privazione della libertà sulla loro pelle. Lo chiede Gilad Shalit, il caporale israeliano rimasto in cattività, nelle mani di Hamas per cinque anni e mezzo: “Dopo che Israele ha liberato terroristi con le mani ancora insanguinate quale gesto di distensione con i palestinesi, si chiede solo un piccolo gesto in cambio – ha scritto Shalit nella sua lettera aperta all’amministrazione statunitense – Io credo e penso che il popolo di Israele confidi che la semplice richiesta del nostro primo ministro, il rilascio di Jonathan Pollard, sia un atto dovuto e non un favore nei nostri confronti”. Shalit non fa riferimento solo ai 1027 palestinesi (fra cui molti terroristi) rilasciati in cambio della sua libertà, ma anche a quei 26 criminali scarcerati a ottobre, per espressa volontà degli Stati Uniti, quale gesto di buona volontà per riavviare il “processo di pace”. Contrariamente a quei terroristi, Pollard, oltre a non aver ucciso nessuno, aveva combattuto dalla parte giusta della storia. Perché non riconoscerlo?


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